Cinquant’anni sono passati, e i timori stanno diventando realtà

Non può dirsi che il momento attuale sia caratterizzato da una particolare tranquillità, per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, i suoi fedeli e addirittura i rapporti tra fedeli e presbiteri. Si tratta di una situazione ben conosciuta, della quale ho già parlato e che non credo debba essere approfondita in questo contesto.

Non parlerò quindi della poca chiarezza palesata da singoli prelati e da intere Conferenze Episcopali sulla infallibilità del Papa quando parla ex cathreda; dei dubbi e delle critiche avanzate sul suo primato anche gerarchico su tutta la Chiesa;

della eccessiva cedevolezza nei rapporti con le altre, eretiche, confessioni cristiane e con le altre religioni; che può addirittura giungere alla rinunzia ai simboli ed alle raffigurazioni proprie della nostra fede; del relativismo diffuso che giunge ad affermare la liceità di una interpretazione evolutiva dei testi dogmatici; dell’adesione tiepida alla verità dell’essenza divina di Gesù Cristo; alla visione della S. Messa come memoriale e non come sacrificio rinnovato; alla Riconciliazione considerata solo come ripristino di un rapporto sociale con la Chiesa; e, infine, addirittura alla accettazione o alla promozione di un’etica “della situazione” che supererebbe il concetto fermo e obiettivo di moralità.

Di ognuno di questi gravi errori sarebbe facile, volendolo, fornire esempi provenienti da molti diversi luoghi e livelli della Chiesa, ma non è questo né il luogo né il tempo per farlo.

Era possibile prevedere uno sviluppo del genere nel corpo della Chiesa? Certo c’è stato chi ha visto, e diversi decenni fa, il rischio di una involuzione di questo genere: a dimostrazione del fatto che qualcuno temeva e combatteva errori e tendenze deviate che aveva identificato con chiarezza, riporto in calce una lettera indirizzata nel 1966, poco dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, ai Presidenti delle Conferenze Episcopali dal Cardinale Alfredo Ottaviani, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: scritta in riferimento ad alcune conseguenze del Concilio, la circolare contiene un discorso che, pur nella sua concisione, ha un valore che si estende nel tempo, e potrebbe essere fatto proprio da qualnque fedele di oggi. Di questo testo, avviso, non ho avuto in mio possesso la fonte autentica, ma sulla sua autenticità non ho alcun dubbio, anche perché rispecchia con precisione preoccupazioni e dubbi più volte espressi in mia presenza.

Credo opportuno riprodurlo, affinché chi è interessato possa leggere e giudicare.

 

SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali circa alcune sentenze ed errori insorgenti sull’interpretazione dei decreti del Concilio Vaticano II

Giacché il Concilio Ecumenico Vaticano II, da poco felicemente concluso, ha promulgato sapientissimi Documenti, sia in materia dottrinale sia in materia disciplinare, allo scopo di promuovere efficacemente la vita della chiesa, a tutto il popolo di Dio incombe il grave dovere di impegnarsi con ogni sforzo alla attuazione di quanto, sotto l’influsso dello Spirito Santo, è stato solennemente proposto o decretato da quella universale assemblea di vescovi presieduta dal sommo pontefice.

Spetta alla Gerarchia il diritto e il dovere di vigilare, guidare e promuovere il movimento di rinnovamento iniziato dal Concilio, in maniera che i Documenti e i Decreti conciliari siano rettamente interpretati e vengano attuati con la più assoluta fedeltà al loro valore ed al loro spirito. Questa dottrina, infatti, deve essere difesa dai Vescovi, giacché essi, con a Capo Pietro, hanno il mandato di insegnare con autorità. Lodevolmente molti Pastori hanno già cominciato a spiegare come si conviene la dottrina del Concilio.

Tuttavia bisogna confessare con dolore che da varie parti son pervenute notizie infauste circa abusi che vanno prendendo piede nell’interpretare la dottrina conciliare, come pure di alcune opinioni peregrine ed audaci qua e là insorgenti, con non piccolo turbamento di molti fedeli. Sono degni di lode gli studi e gli sforzi per investigare più profondamente la verità, distinguendo onestamente tra ciò che è materia di fede e ciò che è opinabile; ma dai documenti esaminati da questa Sacra Congregazione risulta trattarsi di non poche affermazioni, le quali oltrepassando facilmente i limiti dell’ipotesi o della semplice opinione, sembrano toccare in certa misura lo stesso dogma ed i fondamenti della fede.

Conviene, a titolo di esempio, accennare ad alcune di tali opinioni ed errori, così come risultano dai rapporti di persone competenti e da scritti pubblicati.

  1. In primo luogo circa la stessa Sacra Rivelazione: ci sono alcuni, infatti, che ricorrono alla Sacra Scrittura lasciando deliberatamene da parte la Tradizione, ma poi restringono l’ambito e la forza della ispirazione biblica e dell’inerranza, né hanno una giusta nozione del valore dei testi storici.
  2. Per quanto riguarda la dottrina della fede, viene affermato che le formule dogmatiche sono soggette all’evoluzione storica al punto che anche lo stesso loro significato oggettivo è suscettibile di mutazione.
  3. Il Magistero ordinario della Chiesa, particolarmente quello del Romano Pontefice, è talvolta così negletto e sminuito, fino a venir relegato quasi nella sfera delle libere opinioni.
  4. Alcuni quasi non riconoscono una verità oggettiva assoluta, stabile ed immutabile, e tutto sottopongono ad un certo relativismo, col pretesto che ogni verità segue necessariamente il ritmo evolutivo della coscienza e della storia.
  5. La stessa Persona adorabile di Nostro Signore Gesù Cristo è chiamata in causa, quando, nell’elaborazione della dottrina cristologia, si adoperano, circa la natura e la persona, concetti difficilmente conciliabili con le definizioni dogmatiche. Serpeggia un certo umanesimo cristologico che riduce Cristo alla condizione di un semplice uomo, il quale un po’ per volta acquistò la consapevolezza della sua filiazione divina. Il suo concepimento verginale, i miracoli, la stessa Risurrezione vengono ammessi solo a parole, ma vengono ridotti al puro ordine naturale.
  6. Similmente nella teologia sacramentaria alcuni elementi o vengono ignorati o non sono tenuti nel debito conto, specialmente per quanto riguarda l’Eucaristia. Circa la presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino non mancano alcuni che ne parlano inclinando ad un esagerato simbolismo, quasi che, in forza della transustanziazione, il pane e il vino non si mutassero in Corpo e Sangue di N.S. Gesù Cristo, ma fossero semplicemente trasferiti ad una determinata significazione. Ci sono alcuni che, a proposito della Messa, insistono troppo sul concetto di agape a scapito del concetto di Sacrificio.
  7. Alcuni vorrebbero spiegare il Sacramento della Penitenza come un mezzo di riconciliazione con la Chiesa, non esprimendo sufficientemente il concetto di riconciliazione con Dio offeso. Affermano pure che nella celebrazione di questo Sacramento non è necessaria l’accusa personale dei peccati, sforzandosi di esprimere unicamente la funzione sociale della riconciliazione con la Chiesa.
  8. Né mancano alcuni che o non tengono in debito conto la dottrina del Concilio Tridentino circa il peccato originale, o la spiegano in modo che la colpa originale di Adamo e la trasmissione del suo peccato ne restano perlomeno offuscate.
  9. Né minori sono gli errori che si vanno propagando nel campo della teologia morale. Non pochi, infatti, osano rigettare il criterio oggettivo di moralità; altri non ammettono la legge naturale, affermando invece la legittimità della cosiddetta etica della situazione. Opinioni deleterie vanno propagandosi circa la moralità e la responsabilità in materia sessuale e matrimoniale.
  10. A quanto s’è detto bisogna aggiungere alcune parole circa l’ecumenismo. La Sede Apostolica loda, indubbiamente, coloro che nello spirito del Decreto conciliare sull’ecumenismo promuovono iniziative destinate a favorire la carità verso i fratelli separati e ad attirarli all’unità della Chiesa; ma si duole del fatto che non mancano alcuni i quali, interpretando a modo proprio il Decreto conciliare, propugnano un’azione ecumenica tale da offendere la verità circa l’unità della fede e della Chiesa, favorendo un pernicioso irenismo e un indifferentismo del tutto alieno dalla mente del Concilio.

Questi pericolosi errori, diffusi quale in un luogo quale in un altro, sono stati sommariamente raccolti in sintesi in questa Lettera agli Ordinari di luogo, affinché ciascuno, secondo la sua funzione ed il suo ufficio, si sforzi di sradicarli o di prevenirli.

Questo Sacro Dicastero prega vivamente i medesimi Ordinari, riuniti in Conferenze Episcopali, di farne oggetto di trattazione e di riferirne opportunamente alla Santa Sede inviando i propri pareri prima del Natale dell’anno in corso.

Gli Ordinari e quanti altri ai quali per giusta causa essi riterranno opportuno mostrare questa Lettera, la custodiscano sotto stretto segreto, giacché una evidente ragione di prudenza ne sconsiglia la pubblicazione.

Alfredo card. Ottaviani
Prefetto

Roma, 24 luglio 1966.

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San Giovanni Paolo e Winston Churchill: contro Hitler e contro ogni cedimento al nemico

Nella storia dell’umanità e delle comunità che la compongono, minacce dall’esterno o problemi di rapporti all’interno hanno periodicamente determinato il verificarsi di situazioni di estrema difficoltà; proprio in queste occasioni gli spiriti grandi trovano l’ispirazione per pronunziare grandi discorsi, che spingono a grande impegno, rafforzano gli animi e spesso contribuiscono a risolvere la situazione. Fu così quando, nel momento più buio della seconda guerra mondiale, quando la sconfitta e l’invasione tedesca sembravano imminenti, Winston Churchill dichiarò solennemente l’impegno dell’Inghilterra a resistere al nazismo, ad ogni costo. Ricorderete che egli, parlando a nome di tutto il suo popolo, disse: “Andremo fino alla fine. Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e sugli oceani, combatteremo con crescente fiducia e forza crescente nell’aria; difenderemo la nostra isola, qualunque possa essere il costo richiesto. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo negli aeroporti; combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline; non ci arrenderemo mai”. Il discorso – un grand’uomo che interviene in un momento drammatico per aumentare la forza e la determinazione dei concittadini – è talmente forte che nemmeno la mia traduzione lo indebolisce, e contribuì in maniera significativa a rafforzare la determinazione e il morale della cittadinanza.

Ma la seconda guerra mondiale resta pur sempre solo un paradigma dei momenti terribili che stiamo vivendo noi, oggi; non siamo più in guerra con i nazisti, ma ci troviamo coinvolti in una guerra almeno altrettanto, se non più, drammatica di quella guerra guerreggiata, contro tentazioni e malvagità di tante persone e tante istituzioni che restano indifferenti alle difficoltà e ai dolori degli altri, e sono portati dal loro egoismo a compiere o a consentire crimini nefandi, qualificandoli oltretutto comportamenti leciti. Questa guerra, poi, è certamente più sanguinosa della guerra guerreggiata, se è vero, come è vero, che alla fine del 1945, dopo sei anni di guerra, furono contati circa cinquanta milioni di morti; e che oggi circa cinquanta milioni di morti l’anno sono gli aborti/omicidi che vengono praticati, e centinaia di migliaia nello stesso periodo i morti per l’indifferenza dei loro simili.

A richiamare tutti ad un maggiore impegno contro questo stato di cose, una voce molto più alta di quella di Churchill si è levata, a nome di tutti i cattolici e di tutti gli uomini giusti del mondo: quella di San Giovanni Paolo II, che in un suo discorso a Washington ebbe a dire: “Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata… Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l’autorità di distruggere la vita non nata… Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio… Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio viene abbandonata all’egoismo umano… e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale… Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche… e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell’individuo ma anche per quello della società… Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l’energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia… Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

Due nobili appelli: l’appello all’impegno per la libertà, e quello che richiama il valore assoluto della vita umana, dal concepimento alla morte naturale. A quello di Churchill gli inglesi risposero con fermezza, e alla lunga riuscirono a vincere la guerra; a quello del Pontefice Santo mi sembra che ci sia, da parte di noi fedeli, ma forse anche da parte di alcune strutture della Chiesa, un impegno minore, specialmente in riferimento ad alcune delle proposizioni avanzate (il richiamo alla Amoris laetitia mi appare implicito, e non è necessario esplicitarlo).

Si tratta dell’eterna guerra tra il bene e il male, che si presenta secondo modalità aggiornate. È uno scontro in atto, che non potrà non vedere la vittoria del bene e di coloro che combattono la Buona Battaglia.

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Certezze e perplessità

Sono un cattolico, nato a Roma, centro della cristianità, in una famiglia cattolica, cresciuto ed educato nella Vera Fede secondo valori che mi sono sforzato di trasmettere ai miei figli e ai miei nipoti; ho compiuto il ciclo degli studi scolastici in una autorevolissima scola condotta dai Padri gesuiti; ho anche raggiunto un titolo accademico presso una prestigiosa Università Pontificia, tenuta dai Padri Domenicani. Ero sicuro di me, della mia Fede e dell’obbedienza dovuta al Vicario di Cristo ed alla gerarchia della Chiesa Cattolica: e ora mi trovo ad essere addolorato, confuso e sconcertato per gli atteggiamenti che hanno assunto e le attività che vanno svolgendo, con il papato di Francesco e con Papa Francesco, molti esponenti del vertice centrale e dei vertici periferici della Santa Romana Chiesa.

Fanno sobbalzare, per esempio, certe prese di posizione di Conferenze Episcopali importanti (quella tedesca, per esempio) che contestano il primato ed il potere assoluto sulla Chiesa del Vescovo di Roma, fin qui sostanzialmente incontestati dall’epoca dell’eresiarca Lutero; colpisce e addolora la revisione radicale contro la consolidatissima dottrina della Chiesa sul Matrimonio e sulla Confessione contenuta nella Amoris laetitia, che su diversi punti sfiora l’eresia e su altri ne è addirittura sostanziata; e risulta dolorosamente incomprensibile la Laudato sì, nella quale, in un contesto che parla più che altro di cattiva sociologia e pessima economia, nella sostanza si abbandona l’equilibrata posizione antropocentrica sempre tenuta sulle questioni ambientali dalla Chiesa, per dar luogo ad un confuso pateracchio tra istanze paleoambientaliste e pretese di una nuova, insostenibile e non realizzabile, organizzazione mondiale dell’economia.

Di fronte a questi eventi, alla “tenerezza” verso l’eretico Lutero, padre di tutte le falsità e i malanni del protestantesimo, e alle altre manifestazioni, frequentemente ricorrenti e spesso oggetto di sottovalutazione, di distacco dal corpo sempre vivo in sé e per sé del patrimonio della Fede, lo sconcerto di molti cattolici, e anche mio, è forte. Dove sta andando la Chiesa? Cosa stanno facendo il Papa e i suoi consiglieri? Perché di due caratteristiche di Dio sempre considerate equiordinate e inscindibili, la giustizia e la misericordia, la prima è completamente trascurata, e un accento di tanta forza viene posto sulla seconda? La misericordia senza giustizia è sentimentalismo, come la giustizia senza misericordia è formalismo, epperò il Dio infinitamente giusto e infinitamente buono sa conciliare l’una con l’altra. Ma solo l’Onnipotente può conciliarle in una sintesi superiore: a noi incombe l’obbligo di affermare e praticare insieme l’una e l’altra, mai l’una senza l’altra.

Sorge a questo punto un problema: fino a che punto è lecito arrivare nella critica a taluni comportamenti della Chiesa e delle sue gerarchie? E per quanto riguarda il Papa?

A questo interrogativo ho dato una risposta, che – nei limiti delle mie conoscenze e capacità – reputo soddisfacente, e che spero sarà chiara a tutti i lettori; ed è proprio per questo motivo che sono mi sono spinto, con dolore, ad usare con la modestia e con la prudenza richiesta la facoltà attribuita a me come ad ogni altro fedele dal Magistero (ricordo tra gli altri: S. Paolo, che accusò pubblicamente S. Pietro di eresia; S. Vincenzo di Lérins, che invitò i fedeli a riprendere i loro pastori quando errano; Guglielmo da Ockham, autore del Dialogo sul Papa eretico; S. Tommaso d’Aquino in vari punti) e formalizzata nel Codice di Diritto Canonico del 1983, il quale afferma che “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli” (CIC, can. 212 §3). È quanto umilmente cerco di cominciare a fare con questo breve scritto, per il quale aspetto, ma non spero, di essere contestato e ripreso.

Due importanti certezze ci accompagnano nel nostro tragitto terreno: la vittoria finale del bene sul male, e i tremendi dolori, le terribili difficoltà che dovremo affrontare per raggiungerla; dolori e difficoltà originate dal Demonio, che porta confusione ed errore anche all’interno della Chiesa e dei suoi vertici. Personalmente ho la fondata impressione che stiamo vivendo una fase storica durante la quale il Maligno è particolarmente attivo, e tenta di indurre tutti i cristiani, a cominciare proprio da coloro che svolgono le più elevate funzioni, a tradire Dio per servire lui.

Se è così, ci aspettano dolori immensi, che ci saranno inflitti direttamente e che ci verranno dall’assistere all’apparente trionfo del male; di fronte a così gravi prospettive, ognuno deve compiere il proprio dovere con dedizione e costanza, seguendo la parola di Dio e disprezzando quelle dei suoi falsi profeti. Tale comportamento, se attuato e perseguito con fermezza e costanza, sarà la base sulla quale sarà costruita la vittoria del bene e ci verrà elargita la nostra ricompensa eterna, della quale tutti speriamo di essere giudicati degni.

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Illegittimità e incapacità al ministero dell’ambiente: pubblica, conosciuta e giudicata – 2

Purtroppo per l’interesse pubblico e l’amministrazione della Repubblica, i fatti confermano che c’è almeno un ministero nel quale regna l’illegittimità. Almeno l’illegittimità.

Avevo dato conto, in una nota precedente, del fatto che la Corte dei Conti – Ufficio di controllo sugli atti del ministero dell’Ambiente – aveva negato la registrazione ai due importanti atti concretizzatisi nei provvedimenti di nomina della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale – VIA/VAS, e della Commissione Istruttoria per l’Autorizzazione Integrata Ambientale – AIA/IPPC; una decisione pienamente giustificata, che elencava un dettagliato elenco di motivi. Il ministero aveva incautamente contestato la decisione, argomentando oltretutto in maniera risibile per la ricostruzione dei fatti, e scarsamente sostenuta dal punto di vista giuridico, il proprio reclamo.

Infatti il 14 luglio la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei conti si è definitivamente pronunciata sui due provvedimenti, ed ha ricusato il visto di legittimità per entrambi i provvedimenti.

Dimostrata così in maniera definitiva la propria propensione ai comportamenti illegittimi, il ministero si trova quindi in grandissime difficoltà operative, poiché le necessarie nuove nomine dovranno seguire con la massima attenzione (una volta tanto!) le procedure legittime, e potranno concretamente essere sottoposte a registrazione non prima della fine dell’anno; nel frattempo risulta bloccata tutta l’importante attività autorizzativa del ministero, con tanti saluti alla “logica del fare” proclamata come regola dal governo. Una ulteriore prova dell’incapacità, leggerezza, mancanza di professionalità e incompetenza comunemente e giustamente attribuite al ministro e ai suoi collaboratori.

Delle quali incapacità, leggerezza, mancanza di professionalità e incompetenza, sotto il profilo della culpa in vigilando, c’è un altro gravissimo episodio. L’ISPRA, ente che è braccio operativo del ministero (ma forse è meglio dire era/dovrebbe essere, dato che il ruolo le è stato scippato dalla società SOGESID, gestita in modo padronale dall’uomo di Casini, Ing. Staderini), è di nuovo nell’occhio del ciclone. L’Ente infatti si trova da tempo in un grave stato di illegittimità, presieduta come è dal Prof. Bernardo de Bernardinis, già sottopanza di Bertolaso alla protezione civile, che risulta ineleggibile in quanto, al momento dell’ultima conferma da parte del ministro Galletti, risultava già colpito da una pesante condanna penale passata in giudicato. Il quale De Bernardinis, in combutta col DG Laporta e gli altri membri del CDA, dovendo coprire quattro posizioni di Capo Dipartimento, bandito un interpello, ha poi costantemente operato nel più assoluto dispregio di ogni regola di buona e corretta amministrazione; basti dire qui che in violazione della legge, che ne richiede la terzietà rispetto alla gestione dell’ente, la commissione di valutazione era composta tra gli altri dal presidente dell’ente e dal suo direttore generale; che in barba alla trasparenza dall’amministrazione non è stata fornita alcuna informazione pubblica in merito alle attività in corso; e che molte altre illegittimità hanno caratterizzato una procedura che ha portato alla nomina di coloro che erano stati pubblicamente e generalmente indicati come vincitori. L’episodio è stato così marchiano che ne hanno scritto, stranamente con una certa fermezza, anche i sindacati RDB, UIL e CGIL, e da formare oggetto di un lungo lancio della ADN-KRONOS, che si riporta in calce.

In tutta questa vicenda, che sta dando luogo ad una lunga serie di ricorsi e denunzie in sede civile, amministrativa e penale, il ministero ed i suoi uffici, ai quali è delegata per legge la sorveglianza sull’ente, hanno brillato per l’assenza di qualsivoglia iniziativa; se dovuta a ignoranza o a complicità, nessuno può dirli. A tutte e due?.

Concludendo: quando per responsabilità diretta (VIA-VAS e IPPC), quando per culpa in vigilando), il ministro Galletti e il ministero è come se non ci fossero; perché aspettare ancora? Perché non prendere atto della situazione e sciogliere il ministero, o almeno mandare a casa l’incapace Galletti? Sarebbe una cosa seria, e purtroppo alle cose serie questo governo non è abituato.

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Roma, 14 lug. (AdnKronos) – I vertici Ispra “facciano chiarezza sui
criteri utilizzati per le ultime nomine, che mostrano incoerenza tra i
requisiti richiesti e quelli posseduti”. Lo chiede la Uil Rua
sottolineando che “in particolare, per le strutture scientifiche, il
bando richiedeva ‘esperienza professionale, competenza organizzativa e
gestionale manageriale e-o tecnico, scientifico, operativa’ da
valutare però in relazione alla natura e caratteristiche degli
obiettivi da conseguire”.

“Conoscendo le esperienze ed i curricula dei neo-nominati capo
Dipartimento, essendo queste persone già dipendenti dell’Ente, siamo
perplessi -evidenzia il sindacato- nel rilevare che formazioni pur
eccellenti in ambito amministrativo siano state ritenute idonee – anzi
‘le più idonee’ tra tutti i partecipanti alla procedura – per
coordinare materie ed attività strettamente attinenti ad ambiti
scientifici complessi”.

“Non si può non rilevare come queste nomine siano in aperto conflitto
con quanto spesso dichiarato dal Presidente, sulla valorizzazione
delle competenze. Per essere precisi, -indica ancora Uil Rua– ci
piacerebbe che fosse davvero riconosciuto il merito: perciò ci
chiediamo se nelle scelte si sia tenuto conto dell’alta qualificazione
ed esperienza professionale nelle materie oggetto degli incarichi di
cui parlava l’interpello”. “Gli enti di ricerca sono in difficoltà
anche a causa di scelte scellerate effettuate all’atto delle nomine
politiche” afferma la Segretaria Generale Uil Rua, Sonia Ostrica. “Abbiamo avuto un professore di francese nominato
commissario e un promotore finanziario presidente, in enti di ricerca
in agricoltura” incalza. “Il presidente in carica del più grande ente
di ricerca, il Cnr, è stato scelto -ricorda Ostrica- dopo essersi
collocato terzo a pari merito con altri due, escludendo il ministro
vigilante i primi due. Poi ci si lamenta che l’Italia regredisce nella
classifica europea e mondiale?”.

“Sembra delinearsi un disegno per screditare le istituzioni pubbliche,
usando -afferma ancora Ostrica- le conseguenti difficoltà per
giustificare tagli, accorpamenti, fusioni, finanziamenti a privati”.
La sindacalista sottolinea quindi che “senza investimenti reali in
ricerca ed innovazione il Paese regredisce e si alimentano
disuguaglianze e povertà”. Ostrica chiede quindi alla politica di
essere coerente “tra ciò che afferma e ciò che fa”.

“Riconoscere il merito -osserva la sindacalista- significa anche
trovare le risorse per il rinnovo dei contratti di lavoro scaduti da 7
anni nel pubblico impiego, e per stabilizzare i precari che consentono
di far fronte al blocco ultra decennale delle assunzioni”. “Le ultime
elezioni amministrative hanno mostrato una forte volontà di
cambiamento: la politica ne prenda atto, e cambi verso” esorta infine
Ostrica.

(Ada/AdnKronos)

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Legalità, indagini e condanne

Che in Italia, un tempo definita “madre del diritto”, manchino il senso della legalità e la capacità di distinguere tra reato e indagine, tra colpevole, indagato e imputato, è certo, come è certo che a determinare questo stato di cose abbiano contribuito vari fattori. Il primo e principale è stata la faciloneria con la quale i PM danno per scontato che l’esito delle loro indagini si traduca in tante condanne di altrettanti colpevoli riconosciuti per tali; in questo senso un contributo viene anche dalle forze dell’ordine, ansiose di migliorare i dati relativi alle loro attività di istituto; il tutto viene poi confezionato e condito dai redattori ignoranti o faziosi dei mezzi di comunicazione di massa. Così un’opinione pubblica nella quale gli stimoli alla rivalsa contro la “casta” prevalgono largamente sullo spirito di giustizia si trova preparato il manifesto qualunquistico che dice “è tutto un magna magna” e “chi amministra ha minestra”. Intendiamoci, è vero che i fenomeni di malaffare sono diffusi in maniera abnorme ed esagerata, e riguardano per lo più persone che, potendo decidere, decidono male: ma sono certo che la verità sia meno sconfortante e preoccupante di quanto non ritenga l’opinione generale.

Quanto sopra valga come premessa alla mia opinione sul “Rapporto sulle ecomafie” pubblicato recentemente dall’associazione ambientalista Legambiente. Questo rapporto, diffuso ormai da molti anni, è sostanzialmente un collage di informative delle forze dell’ordine, rilasciate a chiusura della prima fase di indagini. Raccoglie i rapporti di Carabinieri, Polizia, Guardia Forestale (finché ci sarà), Guardia di Finanza e Capitanerie di Porto relativi a indagini sui reati contro l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio culturale, e via enumerando. Tutti i miei lettori sanno ponderare quanta credibilità debba essere attribuita a questi dati, e non si stupiscono che informazioni frutto di indagini parziali siano date come certe ed inoppugnabili. D’altro canto, il valore commerciale dell’operazione “confezione del libro” è enorme: non esiste soggetto pubblico, né privato che operi nei settori analizzati, che rinunzi a provvedersi del rapporto, che è naturalmente in vendita.

Oltre alla dubbia credibilità dei dati che riporta, di questa pubblicazione vedo due limiti: che i dati diffusi sono per lo più relativi a indagini e apertura di inchieste; e che la parte elaborativa svolta da redattori di Legambiente vi è praticamente nulla, poiché essi si limitano ad effettuare un collage delle informazioni ricevute.

Il DG di Legambiente Ciafani, presentandolo, ha detto che avrebbe avuto l’effetto di una scossa elettrica: previsione un po’ pretenziosa, visto il silenzio che è seguito alla sua presentazione.

Secondo il rapporto, nell’ultimo anno il fatturato delle ecomafie è sceso di quasi 3 miliardi di euro, assestandosi sui 19,1 miliardi. I reati ambientali sono in leggera flessione e crescono gli arresti, “primi segnali di una inversione di tendenza dopo l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel Codice penale”. Si enumerano 27.745 reati, 188 arresti, 24.623 denunziati, oltre 7.000 sequestri. Sorpresa! Il maggior numero di questi fenomeni si è verificato in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Ma la Lombardia si fa “onore” anch’essa, poiché occupa il primo posto per numero di indagini. In queste regioni, poi, si registra anche il maggior numero di ritorsioni da parte della criminalità organizzata ai danni degli amministratori che si impegnano contro i reati ambientali. I 326 clan censiti (come? E quelli di Legambiente, che li conoscono, ne hanno informato magistratura e forze dell’ordine perché facessero il loro dovere?), come detto, avrebbero registrato un certo calo di fatturato per effetto della crisi economica generale.

Legambiente ha esteso il suo campo di indagine ai reati di corruzione, rilevando che dal 1 gennaio 2010 al 31 maggio 2016 hanno avuto luogo 302 inchieste sulla corruzione in materia ambientale, con 2.666 persone arrestate e 2.776 denunciate.

Il rapporto nota poi che nel 2015 sono stati costruiti 18mila immobili abusivi, specialmente in Campania, Calabria, Lazio e Sicilia.

E veniamo al traffico illecito dei rifiuti: al 31 maggio 2016 le inchieste sono 314, con 1.602 arresti, 7.437 denunce e 871 aziende, per un totale di oltre 47,5 milioni di tonnellate di rifiuti finiti sotto i sigilli. La movimentazione di questa quantità di rifiuti richiederebbe circa 1.300.000 giornate di spostamento da parte di TIR a pieno carico: c’è da chiederci se i dati sono esatti, visto che tutti questi TIR in giro non mi pare che si siano visti.

Il rapporto sottolinea poi i rischi degli illeciti legati alla filiera dell’agroalimentare, che ha visto nel 2015 accertati 20.706 reati e 4.214 sequestri. Infine, in relazione ai comportamenti illeciti che abbiano ad oggetto comportamenti illeciti aventi ad oggetto animali, vengono enumerati 8.358 reati. Il rapporto parla anche di beni culturali e di roghi, ma queste parti ve le risparmio.

In conclusione, c’è da dire che con questa pubblicazione Legambiente fa una discreta figura (e un certo fatturato) con poca fatica; che i dati pubblicati, per i motivi dei quali ho parlato all’inizio, non hanno molto significato; che però ognuno dei personaggi e delle istituzioni coinvolti ne ha ricevuto qualcosa. E così sia, ma a me interesserebbe di più un rapporto che contenesse numeri e dati relativi a condanne, possibilmente definitive, non a indagini. Allora si che i dati pubblicati avrebbero un senso compiuto.

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Ambientalisti, acchiappa allocchi o/e criminali – 1

Ho già parlato, di recente, di Greenpeace, che al di là delle classificazioni formali è una conglomerata presente in oltre 40 Paesi, e che fattura circa 360 milioni di dollari l’anno; che ottiene questi risultati usando mezzi illeciti, secondo quanto afferma l’articolo dell’accreditata rivista “Forbes” dal titolo “Greenpeace è più disonesta e pericolosa della mafia”, pubblicato il 30 giugno a firma di Henry I. Miller. Chi fosse interessato all’intero articolo può trovarlo al seguente indirizzo:

http://www.forbes.com/sites/henrymiller/2016/06/30/greenpeace-more-dishonest-and-dangerous-than-the-mafia/ – 2a38f8c51f44

La rivista è seria, e anche Miller lo è: si tratta di un medico, ricercatore e docente universitario, per 15 anni funzionario della serissima “Food and Drug Administration (FDA)”, agenzia federale degli USA fondata dal Presidente Teddy Roosevelt nel 1906, che utilizza gli oltre quattro miliardi di dollari l’anno del suo bilancio per occuparsi della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici; infatti la FDA controlla farmaci, alimenti, integratori alimentari, mangimi e farmaci veterinari, attrezzature mediche, sangue, emocomponenti ed emoderivati per trasfusioni, cosmetici: una attività seria e importante che presuppone l’estrema serietà di coloro che la dirigono, come a lungo ha fatto Miller.

Senza ripetere il contenuto dell’articolo, a me basterà svolgere qualche considerazione.

Cominciamo da un notizia che vi ho già dato: l’avversità apodittica dell’associazione al golden rice e ad ogni altro prodotto migliorato da interventi di modificazione genica. Il golden rice potrebbe contribuire ad evitare 1 milione di morti e 250.000 ciechi ogni anno in Africa, ma non viene distribuito soprattutto per l’opposizione di Greenpeace, sostanziata da comportamenti di stampo mafioso che prevedono l’utilizzazione di metodi mafiosi, dalla minaccia al sabotaggio, passando per la diffusione di informazioni false fino a vere e proprie campagne di terrore. E soldi, tanti soldi. Così la lobby ambientalista-animalista danneggia le imprese, piega i governi, condiziona (in peggio) la vita della gente, con l’unico scopo di incrementare il proprio potere.

A conferma di quanto sopra, Greenpeace è accusata in un procedimento aperto in base alla legge RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organization act). Per tale legge l’appartenenza ad un’associazione criminale determina la responsabilità per i reati commessi da altri membri della stessa associazione, anche se non si è stati parte attiva. In pratica, tale legge introduce, negli Stati Uniti d’America, la responsabilità oggettiva di una persona associata ad una organizzazione che delinqua, anche se i reati commessi non vengano ascritti alla criminalità organizzata di tipo tradizionale. La fattispecie prevista è stata ritenuta simile all’associazione di tipo mafioso prevista dal codice penale italiano. Greenpeace è sottoposta a questo giudizio per impulso dell’azienda “Resolute Forest Products”, che la ha denunziata documentatone il comportamento illecito per aver pubblicato foto di foreste devastate e per aver attribuito la responsabilità della devastazione alla Resolute, mentre i fatti erano avvenuti per incendi naturali o altre cause non determinate dall’uomo.

Secondo Miller, e secondo la Resolute, è indubbio che tali metodi possano danneggiare l’azienda produttrice di legname, ingiustamente incolpata di reati ambientali attraverso la diffusione di foto e video falsi; ancor più grave, anche se non ancora sottoposto al vaglio della giustizia, è che molti milioni di bambini dei Paesi poveri siano condannati alla cecità e alla morte dal boicottaggio di una particolare coltivazione di riso, operato dall’organizzazione attraverso pressioni sui governi e campagne di disinformazione e di terrore.

A commento dell’articolo è intervenuta Federfauna, l’associazione italiana che riunisce gli operatori che lavorano con gli animali; il suo segretario Filippi ha segnalato come “.. in Italia la situazione sia anche peggiore che in USA: qui da noi le immagini e i video falsi delle associazioni animal-ambientaliste vengono pubblicati dai giornali e dalle Tv nazionali (anche pubbliche, NDR), e queste associazioni hanno dei parlamentari che scrivono leggi per loro e addirittura giudici che scrivono sentenze per loro. Qui in Italia, di mafia siamo più esperti. Purtroppo – ha concluso Filippi – i gruppi ambientalisti e animalisti, proprio come la mafia, si sono costruiti un’immagine rispettabile e positiva ed è molto difficile riuscire a far aprire gli occhi al pubblico. Tuttavia ci si può riuscire con la vera informazione, facendo luce su tutte le loro malefatte”.

Tutto ciò premesso, non stupisce che Henry Miller e Forbes abbiano titolato: “Greenpeace è più disonesta e pericolosa della mafia”: una verità che può ignorare solo chi si sia voluto coprire gli occhi con il prosciutto gentilmente offerto dai vertici della (ma meglio dire: delle) associazioni ambientaliste-animaliste.

Va ricordato che Greenpeace è presente in 40 nazioni con i suoi uffici, con sede principale ad Amsterdam; che è gestita in modo ferreamente centralizzato dai dodici rappresentanti delle sedi che versano più contributi alla sede centrale; che questi dodici personaggi, ignoti ai più, decidono tutto, dalle campagne da attivare all’utilizzazione dei fondi. A questo proposito Der Spiegel in una sua inchiesta di qualche anno fa rivelava che in Germania era operativa una fitta rete di società controllate al 100% da Greenpeace che non comparivano nel bilancio consolidato, per consentire all’associazione di seguitare a mantenere la qualifica di onlus con lo strascico di facilitazioni, anche fiscali, che da tale qualifica deriva.

E pensare che proprio a questa associazione oscura per gli aspetti finanziari e che negli USA sta per essere condannata perché svolge attività malavitose, trasmette i propri documentari sulla rete televisiva della CEI (Conferenza Episcopale Italiana). Un documentario della televisione danese poi, intervistando Frans Kotte, già capo contabile della sede olandese, svelò che molte contribuzioni, per milioni di dollari l’anno, venivano versate direttamente su conti accessibili solo ai dodici, che li utilizzavano per realizzare operazioni speculative (non sempre coronate da buon fine: la farina del diavolo va in crusca) e finanziare gruppi ecoterroristi.

Questo è il mio secondo appunto su Greenpeace: intendo farne seguire altri, sulla stessa e su altre associazioni, utilizzando le informazioni – difficilmente accessibili – che riuscirò a trovare. All’unico scopo di aiutare gli ingenui a sfuggire dalle grinfie di questi vampiri acchiappa allocchi miliardari.

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Sulla democrazia, e sull’essere democratico solo a parole

Quando ragioniamo di referendum (quello inglese fatto e quello italiano che verrà, se e quando a lorsignori i detentori del potere parrà opportuno) si pongono molti problemi, che non aspiro certo a risolvere qui e adesso; però, dopo aver sentito le scempiaggini che hanno detto non pochi che hanno voce in pubblico, ex Presidenti della Repubblica ed ex Presidenti del Consiglio, per esempio, che pretendono di dire cose sensate e importanti, mi vien voglia di alzare il dito e dire qualcosa anch’io, che non sono una persona importante, ma ho una testa sulle spalle che più o meno funziona ancora, nonostante l’età e gli acciacchi: quindi parlo e dico la mia. D’altro canto, così ho sempre fatto e il mal di fegato non m’è ancora venuto.

Allora, veniamo a noi. Alcuni autodefiniti sapientoni, che in effetti sono solo dei millantatori di una sapienza inesistente, sostengono che la complessità dei quesiti oggetto di referendum è tale da non consentire una scelta consapevole ai comuni cittadini, sprovvisti di un grado elevato di scolarizzazione e della giusta sensibilità; una scelta cosciente sarebbe possibile solo ad alcuni ottimati, che poi significa a loro e a coloro che loro scelgono, sapendo che la pensano come loro. Questa posizione è emersa in modo esplicito solo dopo il brexit, che ha dato un esito imprevisto e sgradito a lorsignori: e se il referendum italiano bocciasse la legge già approvata? Guai per Napolitano, che avrebbe fatto carte false, si sarebbe speso e impegnato ben al di là della correttezza richiesta alla sua funzione, per restare con in mano un pugno di mosche. Guai per Monti, che avrebbe dato un’altra dimostrazione, casomai servisse, dell’inutilità della sua vita politica per chiunque altro non fosse lui stesso (e i suoi più stretti parenti?). E ci sarebbe da andare a lungo con i nomi, ma vi confesso che non mi va di infastidirmi e infastidirvi più di tanto.

In effetti esprimere questi dubbi sul valore di un referendum nel quale tutti i cittadini possano esprimere la loro opinione, ed i tentativi di sventarlo, sono conseguenza della scommessa pro Renzi (e a vantaggio delle persone e dei poteri, forti e deboli, che lo sostengono). Nulla di nuovo: esiste una abitudine inveterata, e costantemente confermata, di questa gente ad operare in conto terzi, riscuotendo in cambio cospicue contropartite e parcelle principesche.

E guai a chi dissente! Ricordate Edoardo Bennato (Arrivano i buoni)? Come i buoni della canzonette, anche questi l’elenco l’hanno già fatto: i cattivi perché siano respinti nel freddo e nel buio, i buoni – cioè i vicini al sole – perché siano ben sistemati alla luce e al caldo, a prescindere dalle loro capacità e attitudini: del resto, se una modesta avvocaticchia ha potuto fare il Ministro delle Riforme Istituzionali, un imprenditore del sottobosco sarà responsabile della sicurezza informatica, e il salumaio di regime è riuscito a diventare un grande concessionario dell’Expo senza superare alcuna gara, allora tutto è possibile.

Dovrebbero ricordare, lorsignori, che, qualunque possa essere l’importanza dei quesiti referendari, essa non potrà superare l’importanza di una scelta per la quale nessuno contesta il suffragio universale: quella che si effettua alle elezioni per scegliere chi governerà il Paese.

Non prendetemi troppo sul serio, ve ne prego, quando dico che se comunque qualcuno si dovesse escludere, sarebbero coloro che hanno aderito a posizioni liberticide e antinazionali; non prendetemi sul serio: l’ipotesi è un assurdo, perché io una volta tanto sto con Voltaire, quando diceva: “Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu possa esprimerla liberamente.” Ma l’avranno capito, o almeno letto Voltaire, lorsignori?

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