Costituzione antifascista? No, democratica

È almeno dal 1948 che uno dei ritornelli più ripetuti nella vita politica italiana è quello relativo all’antifascismo, utilizzato per coprire qualunque infamia della sinistra e per mettere all’angolo chiunque non sia allineato. Si tratta della stessa menzogna che fu portata a giustificazione degli assassinii, dei furti, delle infamie compiute per odio, avidità e disegno politico compiuti dai comunisti, per interessi locali o personali o in appoggio ai tagliagole del dittatore iugoslavo Tito, tra il 1943 e il 1949; in quel periodo molte centinaia di preti, possidenti, cattolici, liberali, persone per bene, furono assassinati da veri o sedicenti partigiani.

In effetti si tratta di una truffa, perché la vera discriminante tra uomini liberi e spregiatori della libertà non è il rapporto con un regime e un’ideologia morti e sepolti, ma il concreto impegno per la libertà e la democrazia. Ma questa truffa servì alla sinistra italiana ad acchiappare i voti di molti gonzi e a tenere sotto scacco i suoi avversari.

Io sono sempre stato convinto che la libertà sia il bene umano più importante, e che solo chi ne gode appieno raggiunga la completezza nel suo essere uomo: perciò mi danno molto fastidio, suscitano la mia più fiera indignazione e il mio profondo disprezzo, tutti i tartufi che la negano a singoli o a gruppi e dimostrano di disprezzarla, mentre proclamano di volerla vedere affermata. Perché la libertà non esiste se è solo formalmente garantita, ma esclusivamente in quanto effettivamente praticata.

È proprio per questo che non voglio essere definito “antifascista”; perché se è vero che il fascismo è stato un sistema che ha negato a tanti l’esercizio delle facoltà di scelta (perché questo è la libertà: la facoltà di esercitare scelte personali dalle quali siano indirizzati, nel rispetto delle leggi, il futuro personale e quello della comunità della quale si fa parte), tuttavia non è stato né l’unico, né il peggiore, sistema che l’abbia negata; e condannare il fascismo senza condannare tutte le dittature liberticide, come, tanto per essere chiari, il comunismo in tutte le sue declinazioni, significa non difendere la libertà, ma utilizzarne strumentalmente il potenziale rivoluzionario per difendere ed affermare altre forme di dittatura, cioè, per carenza di concorrenti, il collettivismo comunista.

Le varie forme di fascismo, e le varie forme di comunismo, hanno provocato direttamente, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, la morte di circa cento cinquanta milioni di persone, cioè tre volte quanti morti, tra civili e militari, abbia causato la Seconda Guerra Mondiale. Di questi, più di due terzi sono stati vittime del comunismo, e meno di un terzo del fascismo; per limitarci all’Italia, gli omicidi perpetrati dai partigiani comunisti nei tre mesi successivi alla fine della guerra si valutano ad almeno diecimila, tra i quali moltissimi religiosi, come certificano le varie opere in argomento di Giampaolo Pansa, non sospetto di essere un pericoloso estremista di destra.

Non può poi sfuggire a chi sia in buona fede, al di là degli assassinii, la feroce miseria e la crudelissima mancanza di libertà, innanzitutto religiosa, alla quale furono e sono sottoposti i cittadini dei Paesi nei quali governi comunisti hanno esercitato il loro potere tirannico.

Foss’anche solo per il numero di persone uccise, dalle brevissime note precedenti dovrebbe risultare chiaro come non sia corretto né giusto condannare il fascismo senza considerare le altre forme di dittatura; e come quindi la definizione di “antifascista” non sia sufficiente ad individuare chi abbia a cuore la libertà, né a garantirne la coerente adesione ad un progetto di società democratica. Né ha pregio il richiamo alla Costituzione, che – è vero – contiene una disposizione transitoria (n.b.: transitoria) che dispone il divieto di “riorganizzazione, …, del disciolto partito fascista”: la stessa disposizione stabilisce la possibilità di limiti all’elettorato attivo e passivo per “i capi responsabili del regime fascista”. Così la XII° (XII°, non I°!) disposizione transitoria della Costituzione. Ora, che la Costituzione sia stata approvata dopo il fascismo risulta chiaro e incontrovertibile; ma che la Carta sia interamente basata sull’antifascismo è una falsità; una di quelle bugie che, in quanto grandi e ripetute, il dottor Goebbels, dal quale spesso le sinistre sembrano essere andate a scuola, giudicava che sarebbero state credute.

La Costituzione, in vero, è anche antifascista, così come è contraria a qualunque ideologia che comporti limitazioni della libertà: quindi è anticomunista proprio come è antifascista, ed è mentire da delinquenti dire che la Costituzione è antifascista; più corretto dire che è fondata sulla garanzia della libertà e sulla condanna di qualunque sua negazione.

E allora, dirà qualcuno, i comunisti nell’approvare la Costituzione si sono fatti piccionare dai biechi reazionari? Nessuno vuol dire questo; personalmente credo che il PCI e i suoi reggicoda, tra i quali va annoverato anche Pietro Nenni con il suo PSI e certa parte, traditrice, della sinistra DC, sia rimasto invischiato nel gioco praticato dalle sinistre, costrette per ragioni di decenza politica a proclamare il desiderio di approvare una Costituzione veramente democratica, mentre covavano il disegno di prendere il potere per poi usarla come copertura della insedianda dittatura, come avvenne alla Cecoslovacchia. Ma il popolo italiano, che almeno fino a un po’ di tempo fa era migliore di quanto non si creda comunemente e di quanto non sia adesso, fece saltare il disegno, dando una forte maggioranza alla Democrazia Cristiana ed ai suoi alleati nelle elezioni del 18 aprile 1948.

In conclusione: si può dire correttamente che la Costituzione è antifascista solo se si completa il concetto dicendo che è anche, e nella stessa misura, anticomunista; cioè dobbiamo dire che la Costituzione, purché applicata correttamente, è una barriera contro tutti i totalitarismi.

Perciò posso dire con orgoglio: sono antifascista, ma solo in quanto sono per la libertà: esattamente come la Costituzione.

 

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Pillacchere – 17

In questo scorcio di campagna elettorale alcuni commentatori prevedono la rinomina come Presidente del Consiglio di Paolo Gentiloni in quanto “democristiano.

Sono stato iscritto alla DC dal 1960 al 1992; se qualcuno si prendesse la briga di tagliarmi una vena ed esaminare il sangue che ne esce, troverebbe dei globuli rossi a forma di scudo crociato; era già democristiana la mia famiglia, e in particolare mio padre fu tra i fondatori del Partito: ritengo quindi di avere qualche titolo per dire qualcosa in proposito.

La famiglia Gentiloni (Gentiloni Silverj, per la precisione) ha avuto un ruolo nella storia politica del movimento cattolico: fu l’antenato Conte Ottorino Gentiloni Silverj a stipulare oralmente il “patto Gentiloni”, che segnò il cauto ingresso dei cattolici nella politica italiana in alleanza con i liberali di Giolitti; Paolo ha avuto uno zio per un qualche periodo gesuita; gesuiti presso i quali almeno i suoi fratelli (non so lui: problemi di età) hanno frequentato le scuole. Ma dal suo curriculum vitae non emergono passaggi che ne giustifichino l’ascrizione alla Democrazia Cristiana. Infatti G ha svolto attività e funzioni politiche nella sinistra extraparlamentare, poi in Legambiente, poi ancora in collaborazione con Rutelli quando questi non era cattolico, e da diverso tempo è attivo nel PD, addirittura candidandosi a Sindaco di Roma nelle primarie poi vinte dal fenomeno Marino.

Quindi, che democristiano? Se poi ci si vuol riferire ad una certa felpatezza di comportamento, allora sarà meglio, e più corretto, chiamarlo doroteo. E non è la stessa cosa; niente affatto la stessa cosa.

o o o o o

È tipico degli incompetenti parlare di problemi complessi in modo semplicistico, soffermandosi, per così dire, sulla soglia, e intrattenendosi su aspetti più folcloristici che sostanziali, dai quali ai primi contatti è restata colpita la loro immaginazione. Gli inesperti nella gestione di una qualunque struttura nei primissimi tempi della loro funzione hanno diritto ad una dose maggiore di comprensione: non però quando, trascorsi alcuni anni dalla loro entrata in funzione parlano da sprovveduti.

Per esempio, non si capisce perché da Padre Bergoglio provenga uno sproloquio da Alice nel Paese delle Meraviglie in riferimento all’abbandono della carica da parte dei Vescovi e di coloro che si trovano ai vertici delle strutture burocratiche della Chiesa.

Nella dichiarazione, emessa tramite un suo prelatuccio, si ricorda con grande forza che l’unico a poter rendere operativa la cessazione delle funzioni è il Papa; ma anche qualunque mediocre studente di diritto canonico è bene a conoscenza di questo potere riservato – come sempre quando si tratti di atti che chiamerò, in modo non del tutto proprio perché si tratta della Chiesa, di “alta amministrazione” – all’Autorità Suprema; quindi non si spiega il rilievo dato alla cosa, né il fare il soffietto ad una serie di banalità.

Ma tant’è, ognuno si muove e parla secondo la propria cultura e la propria preparazione.

o o o o o

Consideravo Calenda una persona seria e preparata: gli avvenimenti degli ultimi giorni dimostrano che le due qualità insieme non le possiede; e questo stato di cose lo sta rendendo chiaro, per esempio, nella gestione delle crisi dell’Alitalia e della Embraco, che il signorino ha deciso di risolvere solo dopo le elezioni per non causare turbamento ai suoi padroni del PD, e consentir loro di tamponare almeno parzialmente il disastro elettorale.

E pensare che in molte interviste il nostro (ma io non lo voglio, quindi dirò vostro) aveva dichiarato prima di essere apolitico, poi di essere solo una persona che avrebbe votato PD: ed ora si rivela un agit-prop che, in ragione della posizione occupata, per aver ottenuto la quale deve sdebitarsi, svolge in favore dei suoi capocosca anche i servizi più bassi e ignobili, considerato che le sue decisioni e i suoi rinvii penalizzano gravemente i lavoratori e i contraenti commerciali delle aziende in crisi.

o o o o o

Il bomba fiorentino, disperato per i pessimi risultati previsti per le prossime elezioni, le inventa tutte per cercare di diminuire la sbiossa. L’ultima è stato un appello ai cattolici perché portino i loro suffragi a sostegno del PD. In politica tutto è lecito, quindi nulla quaestio.

Però mi vengono spontanee alcune domande sulle attività svolte da Renzi negli anni durante i quali abbiamo avuto la disgrazia di doverlo annoverare tra coloro che ci possono comandare. La prima delle quali è: nell’attività politica e di governo, Renzi ha rispettato sempre le norme del Diritto Naturale? Poiché il bomba non mi dà affidamento di possedere conoscenze giuridiche, ricorderò che il Diritto Naturale è l’insieme delle norme connaturate alla natura dell’uomo, alide universalmente e gran parte delle quali esplicitamente ricordate esplicitamente dalla Bibbia: per i cattolici, il DN costituisce la traduzione in laico dei Dieci Comandamenti, cioè un insieme di precetti dai quali non è lecito prescindere e che non possono essere violati, né nei comportamenti individuali né – tantomeno – nella gestione della cosa pubblica.

Sta di fatto che Renzi col suo governo e la sua maggioranza hanno, tra l’altro, introdotto nell’ordinamento giuridico italiano il riconoscimento delle unioni omosessuali, esplicitamente condannate nel Libro (S. Paolo, Rom. 1, 21-32). Basterebbe questo solo per impedire ad ogni singolo cattolico di dare il suo voto a Renzi, al suo partito e ai suoi alleati, ma ci sono tanti altri motivi, dei quali parlerò prossimamente.

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Poesia di Natale

Giovanni Papini è stato uno dei grandi scrittori italiani del secolo scorso, poeta, polemista, scrittore; personalmente considero il suo “Giudizio Universale” l’opera più straordinaria della letteratura italiana recente. Il suo linguaggio è potente quanto il suo pensiero, ed è lo strumento tramite il quale esprime la fede alla quale si convertì nella maturità, e che visse con fervore e impegno. Credo che leggere i suoi scritti garantisca ossigeno sentimentale e intellettuale a tutti noi asfittici di verità.

 

Poesia di Natale 
di Giovanni Papini

Anche se Cristo nascesse mille e
diecimila volte a Betlemme,
a nulla ti gioverà
se non nasce almeno una volta nel tuo cuore.
Ma come potrà accadere
questa nascita interiore.
Eppure questo miracolo nuovo
non è impossibile
purché sia desiderato e aspettato.
Il giorno nel quale non sentirai
una punta di amarezza
e di gelosia dinanzi alla gioia
del nemico o dell’amico,
rallegrati perché è segno
che quella nascita è prossima.
Il giorno nel quale non sentirai
una segreta onda di piacere
dinanzi alla sventura e alla caduta altrui,
consolati perché la nascita è vicina.
Il giorno nel quale sentirai il bisogno
di portare un po’ di letizia a chi è triste
e l’impulso di alleggerire il dolore o la miseria
anche di una sola creatura,
sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminente.
E se un giorno sarai percosso
e perseguitato dalla sventura
e perderai salute e forza,
figli e amici
e dovrai sopportare l’ottusità,
la malignità e la gelidità
dei vicini e dei lontani,
ma nonostante tutto non ti abbandonerai
né a  lamenti né a bestemmie
e accetterai con animo sereno il tuo destino,
esulta e trionfa perché il portento
che pareva impossibile è avvenuto
e il Salvatore è già nato nel tuo cuore.
Non sei più solo, non sarai più solo.
Il buio della notte fiammeggerà
come se mille stelle chiomate
giungessero da ogni punto del cielo
a festeggiare l’incontro
della tua breve giornata umana
con la divina eternità.

 

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Pillacchere – 16

È frequente sentire politici e amministratori lamentarsi della propria inconcludenza allegandone la causa all’impossibilità di superare gli ostacoli posti alla loro opera dalla burocrazia.
È una puttanata.
Non c’è potere che possa opporsi con successo al potere politico. A due condizioni: che chi ne è titolare lo voglia usare e che lo sappia usare; ma quelli che si lamentano della mancanza di efficacia del potere politico, almeno in Italia, in certa misura mancano di volontà e sono caratterizzati da una grossolana, quasi totale, incapacità di gestire gli uffici operativi della P.A., cioè quelli che costituiscono la cosiddetta burocrazia.
D’altro canto, un senatore (ma sarebbe meglio definirlo “carrierista”, e carrierista familiare per via della moglie), tale Franco Bassanini, nel 1997, da ministro per la pubblica amministrazione, ebbe l’idea bislacca anziché no di attribuire il potere di decisione sugli affari dell’amministrazione ai dirigenti, escludendo la responsabilità dei politici, ai quali venivano demandate esclusivamente le responsabilità di programmazione e controllo delle attività.
Risulta da questa normativa che i politici, che sono per lo più, ricordiamolo, incapaci di guidare i funzionari, si trovano per lo più in grande stato di frustrazione, e si giustificano spesso accusando della situazione una legislazione complicata; che, peraltro, proprio essi hanno il potere di abrogare o modificare. Conferma indiretta di incapacità.
Voglio dirvi che per diversi anni ho avuto funzioni di notevole responsabilità nell’amministrazione pubblica, buona parte dei quali in stretta collaborazione con i vertici politici. Ebbene, vi posso assicurare che mai, neanche una sola volta, ho dovuto dire al mio ministro o al mio sindaco che una qualunque questione non era risolvibile. Sono bravo? Certo, perché ho maturato una buona preparazione in diritto amministrativo e una lunga esperienza di gestione, nel pubblico e nel privato; però la sola conoscenza dei meccanismi non basta, se manca una ferma volontà di utilizzarli.

In conclusione: se la burocrazia è in grado di fare come le pare fregandosene dei ministri, la colpa è dei politici: i quali non hanno quindi alcun titolo per lamentarsi.

o o o o o

Nella società italiana di oggi sono sempre più numerosi i sintomi di diffidenza o addirittura rifiuto verso i dati provenienti dalla ricerca seria e dalle acquisizioni delle scienze. Così l’atteggiamento irresponsabile di troppi sui vaccini, il timore assolutamente immotivato verso le varie forme di onde elettromagnetiche, le scie chimiche, la diffidenza verso qualunque novità; e l’uranio impoverito, sugli effetti del quale si è pensato bene di istituire una commissione della Camera. Per la verità composta da deputati di terza fila, ma tuttavia dotata da un presidente, due vice presidenti, e tutto l’ambaradàm di competenza.

Quattrini (nostri) sprecati: i begli spiriti, in larga maggioranza PD, che la componevano hanno di recente approvato una relazione finale, che attribuisce all’uranio impoverito la responsabilità per oltre mille militari morti.

Notate bene: le nostre forze armate non hanno mai utilizzato tale sostanza; la quale, peraltro, ad oggi non è stata classificata come sostanza dannosa dall’OMS; oltretutto gli esperti auditi hanno certificato che le loro dichiarazioni sono state mal comprese e riportate in modo distorto nella relazione finale.

L’attività di questa commissione è stata degna del M5S, almeno a giudicare dall’ignoranza, gretta e ottusa, di chi vi ha operato. Tra l’altro, vale la pena notare che i “superesperti” di quel movimento si sono impegnati a rispettare il programma derivante (meglio: copiato) da scritti o interventi della componente del CNEL Maria Teresa Salvemini, di Jean Paul Fitoussi, di Legambiente, di Giorgio Roilo, dell’Istituto di Economia delle Fonti di Energia della Bocconi, di RefRicerche, di Angelo Maria Cardani, di Helena Norberg-Hodge, e di molti altri.

Un bell’elenco: e poi, a differenza dei capi di M5S, tutti laureati; ancora, tutta gente che sa leggete e scrivere.

 

 

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Pillacchere – 15

Non so chi abbia avuto la ventura di assistere all’esibizione sconfortante e miserevole del responsabile politico di M5S, Luigi Di Maio, martedì 30 gennaio su La7; ma a me è successo, e ne sono rimasto sconcertato. Parlando da Londra, dove era andato per incontrare quattro strozzini che gli avevano gabellato per finanzieri, e dando prova di grande maleducazione con l’interrompere continuamente gli intervistatori, ha dato di sé e del movimento che rappresenta un’immagine sconfortante, a conferma dei giudizi dati da chiunque abbia un minimo di capacità di giudizio. Nonostante i falsi sondaggi, di origine nazionale o d’oltremare, che danno dei coglioni agli italiani, attribuendo alla maggioranza degli elettori il giudizio di “politico più competente in economia” alla statuina napoletana. C’è da chiedersi quanto siano costati, a M5S, a Grillo o a qualche sponsor, questi sondaggi.

Nell’intervista, tra altre corbellerie, Di Maio è stato capace di manifestare la sua grande ammirazione per quelli che ha definito “super competenti”: un insieme di modesti ricercatori di basso livello, avvocaticchi, mediconzoli e pennivendoli di dubbia moralità che hanno accettato di essere candidati coi grillini. E addirittura è arrivato a preconizzarne la presenza in un eventuale governo M5S; anche se, a ben pensarci, sono stati ministri la Madia e Galletti, quindi è proprio vero che ministro può essere chiunque; e che, del resto, tutti i giudizi espressi devono essere valutati anche in relazione alla qualità di chi giudica.

Il nostro amico ha poi dato luogo a un’esibizione di farfugliamenti e balbettii sui programmi, contorcimenti sulla mancata continuità degli impegni, basso livello di cultura nella comunicazione: insomma, un’esibizione sulla base della quale nessuna persona sana di mente potrebbe mai votare alcun candidato del M5S.

E questa, spero, è anche una previsione; quanto a me, non avendo tempo da perdere, cercherò di evitare di assistere ad ulteriori esibizioni di questa fatta.

o o o o o

Che gli adolescenti e i giovani siano in larga parte maleducati, scomposti, all’oscuro di elementi di conoscenza essenziali a comporre una cultura decente, è fatto sicuro; ma di chi è la responsabilità per questo stato di cose?

Fermo restando che ognuno è responsabile dei propri comportamenti e dei propri atti, è pure importante riconoscere nel fatto suesposto il fallimento delle generazioni dei padri e dei nonni di questi virgulti. Abbiamo mancato nella trasmissione di un’adeguata qualità e quantità di informazioni, e delle regole per interpretarli correttamente; nell’insegnare regole di comportamento informate al rispetto di se stessi e degli altri; nell’impartire la conoscenza ed il rispetto delle norme che caratterizzano i comportamenti accettabili.

Abbiamo delle scuse, certo: abbiamo convissuto con la pressione forte delle delinquenziali teorie comuniste e fasciste; i nostri genitori erano molto impegnati nel ricostruire un’Italia distrutta dalla guerra; l’espansione del numero di studenti ha determinato la forte dequalificazione del corpo docente. Ma tutto questo, se rende comprensibili i nostri difetti, certamente non li giustifica.

o o o o o

Ma guardate un po’ cosa mi tocca: essere d’accordo con la Lorenzin. È vero che anche un orologio rotto ha ragione due volte al giorno, ma trovarsi d’accordo con la Lorenzin …

Beh, l’argomento è quello delle vaccinazioni, e con la suddetta sono d’accordo a proposito delle vaccinazioni, del loro obbligo e dell’esclusione dalla scuola dei non vaccinati, e la deroga illegittima che, nella sua immensa ignoranza, il sindaco di Roma Virginia Raggi ha ritenuto di dover emettere per i bambini non vaccinati.

Ora, è chiaro anche a uno studente ritardatario del primo anno di giurisprudenza che nessun sindaco ha il potere di stabilire deroghe ad una legge dello Stato; oltretutto la pretesa motivazione della “continuità scolastica” non ha alcun senso in riferimento a bambini che frequentano scuola materna o asilo.

Dunque, viva la Lorenzin: ma solo su questo argomento, e non – soprattutto – il 4 marzo.

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Tutti pari si, tutti uguali mai

L’ossessione per l’uguaglianza – tra tutti e da raggiungere ad ogni costo – sta pervadendo le discussioni e le preoccupazioni dei conformisti ossequienti al politicamente corretto. Economisti imbecilli e sociologi ontologicamente mentecatti dedicano il loro tempo non a studiare e ragionare l’argomento, ma al tentativo di inserirsi nei circuiti che a loro parere contano; e per ottenere questo, come ognun sa, occorre non essere originali o coerenti, ma conformarsi all’opinione di quelli che contano.

Prima di andare avanti, voglio porvi una domanda: è importante che tutti abbiano lo stesso, o è più importante che tutti stiano meglio? A questo interrogativo, dalla risposta al quale in sostanza viene delineata la soluzione all’alternativa tra capitalismo e socialismo, Churchill dette una risposta che non può non convincere: “Il vizio inerente al capitalismo è la divisione ineguale dei beni; la virtù inerente al socialismo è l’uguale condivisione della miseria”; questa frase sintetizza mirabilmente la realtà delle cose. A proposito della quale voglio notare che il reclamare l’uguaglianza è parte di una incultura piccolo borghese che pone l’invidia come parametro principale dell’atteggiamento sociale, e tenta di giustificarne le espressioni mascherandole per aspirazione alla giustizia.

Ciò che veramente conta, nella distribuzione dei beni, è che ne siano in costante aumento quantità e qualità; e questo andamento è stato particolarmente significativo nell’ultimo periodo, proprio in coincidenza con la crescita della forbice tra i redditi più alti e quelli più bassi. Mai nella storia dell’umanità tante persone hanno goduto di un livello di vita tanto buono, sia dal punto di vista economico che da quello delle disponibilità di servizi essenziali; non solo si guadagna di più, ma c’è maggiore disponibilità di elettricità, di acqua, di medicine, di calorie, di informazione, con figure di crescita spettacolari. Tutto questa deriva dall’instaurazione di sistemi economici liberisti, senza i quali le disponibilità di risorse sarebbero rimaste alle situazioni assai meno brillanti di cinquant’anni fa, quando la forbice delle disponibilità era assai più ristretta.

Non esiste modo per garantire le condizioni attuali diverso da quello che determina disuguaglianze anche importanti tra chi guadagna di più e chi ha minori disponibilità.

In effetti, alla radice di questo atteggiamento sta un buco culturale che trova origine nella ignobile ideologia socialista, e che determina la confusione tra la parità e l’uguaglianza, quest’ultima frutto di invidia indotta da scarse qualità umane, l’altra che pone su un piede di parità tutte le persone; dalla parità deriva l’uguaglianza – questa si corretta – di tutti rispetto alle possibilità di successo.

Devo dire, per concludere, che non capisco né come né perché chi ha maggiore volontà, disponibilità a sacrificarsi, preparazione, non dovrebbe ottenere nella vita maggiori soddisfazioni economiche o di carriera: può credere il contrario solo chi non abbia la giusta considerazione per la dignità umana.

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LO STIVALE

Vogliamo parlare d’Italia? Lo farò non con parole mie, ma con quelle di Giuseppe Giusti, poeta toscano di epoca risorgimentale, ingiustamente trascurato dalla critica. Si tratta della poesia “Lo stivale”, nella quale il nostro autore ripercorre la storia del nostro Paese in modo fortemente radicato nel momento in cui scriveva, cioè poco prima dell’indipendenza. Un memento utile e piacevole, specie in un momento nel quale ci si pongono di fronte scelte importanti, tali da richiamare l’auspicio finale della poesia: saremo capaci di trovare il personaggio giusto?

LO STIVALE
di Giuseppe Giusti

1 Io non sono della solita vacchetta,
Né sono uno stival da contadino;
E se paio tagliato coll’accetta,
Chi lavorò non era un ciabattino:
Mi fece a doppie suola e alla scudiera,
E per servir da bosco e da riviera.

2 Dalla coscia giù giù fino al tallone
Sempre all’umido sto senza marcire;
Son buono a caccia e per menar di sprone,
E molti ciuchi ve lo posson dire:
Tacconato di solida impuntura,
Ho l’orlo in cima e in mezzo la costura.

3 Ma l’infilarmi poi non è sì facile,
Nè portar mi potrebbe ogni arfasatto:
Anzi affatico e stroppio un piede gracile,
E alla gamba dei più son disadattato;
Portarmi molto non potè nessuno,
M’hanno sempre portato un po’ per uno.

4 Io qui non vi farò la litania
Di quei che fur di me desiderosi:
Ma così qua e là per bizzarria
Ne citerò soltanto i più famosi,
Narrando come fui messo a soqquadro,
E poi come passai da ladro in ladro.

5 Parrà cosa incredibile: una volta,
Non so come, da me presi il galoppo,
E corsi tutto il mondo a briglia sciolta;
Ma camminar volendo un poco troppo,
L’equilibrio perduto, il proprio peso
In terra mi portò lungo e disteso.

6 Allora vi successe un parapiglia;
E gente d’ogni risma e d’ogni conio
Pioveano di lontano le mille miglia,
Per consiglio d’un Prete o del Demonio:
Chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,
Gridandosi tra lor: bazza a chi tocca.

7 Volle il Prete a dispetto della Fede,
Calzarmi coll’aiuto e da sé solo;
Poi sentì che non fui fatto al suo piede,
E allora qua e là mi dette a nolo:
Ora alle mani del primo occupante
Mi lascia e per lo più fa da tirante.

8 Facea col Prete a picca, e le calcagna
Volea piantarci un bravazzon Tedesco,
Ma più volte scappare in Alemagna
Lo vidi sul caval di San Francesco:
In seguito tornò; ci s’è spedato,
Ma tutto fin a qui non m’ha infilato.

9 Per un secolo e più è rimasto vuoto,
Cinsi la gamba a un semplice mercante;
Mi riunse costui, mi tenne in moto,
E seco mi portò fino in Levante:
Ruvido sì, ma non mancava un ette,
E di chiodi ferrato e di bullette.

10 Il mercante arricchì, credé decoro,
Darmi un po’ più di garbo e d’apparenza;
Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d’oro,
Ma un tanto scapitai di consistenza;
E gira, gira, veggo in conclusione
Che le prime bullette eran più buone.

11 In me non si vedea grinza né spacco,
Quando giù di ponente un birichino
Da una galera mi saltò sul tacco,
E si provò a ficcare anco il zampino;
Ma largo largo non vi stette mai,
Anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

12 Fra gli altri dilettanti oltramontani,
Per infilarmi un certo re di picche
Ci si messe co’ piedi e colle mani;
Ma poi rimase lì come berlicche,
Quando un cappon, geloso del pollaio
Gli minacciò di fare il campanaio.

13 Da bottega a compir la mia rovina
Saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,
Un certo professor di medicina,
Che per camparmi sulla buccia, ordì
Una tela di cabale e d’inganni
Che fu tessuta poi per trecent’anni.

14 Mi lisciò, mi coprì di bagatelle,
E a forza d’ammollienti e d’impostura,
Tanto raspò che mi strappò la pelle;
E chi dopo di lui mi prese in cura,
Mi concia tuttavia colla ricetta
Di quella scuola iniqua e maledetta.

15 Ballottato così di mano in mano,
Da una fitta d’arpie preso di mira,
Ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano
Che si messero a fare a tira tira:
Alfin fu Don Chisciotte il fortunato,
Ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

16 Chi m’ha veduto in piede a lui, mi dice
Che lo Spagnuolo mi portò malissimo:
M’insafardò di morchia e di vernice,
Chiarissimo fui detto ed illustrissimo;
Ma di sottecche adoperò la lima,
E mi lasciò più sbrendoli di prima.

17 A mezza gamba, di color vermiglio,
Per segno di grandezza e per memoria,
M’era rimasto solamente un Giglio;
Ma un Papa mulo, il diavol l’abbia in gloria,
Ai barbari lo diè, con questo patto
Di farne una corona a un suo mulatto.

18 Da quel momento ognuno in santa pace
La lesina menando e la tanaglia,
Cascai dalla padella nella brace:
Viceré, birri, e simile canaglia,
Mi fecero angherie di nuova idea,
Et diviserunt vestimenta mea. 

19 Così passato d’una in altra zampa
D’animalacci zotici e sversati,
Venne a mancare in me la vecchia stampa
Di quei piedi diritti e ben piantati,
Co’ quali, senza andar mai di traverso
Il gran giro compiei dell’universo.

20 Oh povero stivale! ora confesso
Che m’ha gabbato questa matta idea:
Quand’era tempo d’andar da me stesso,
Colle gambe degli altri andar volea;
Ed oltre a ciò, la smania inopportuna
Di mutar piede per mutar fortuna.

21 Lo sento e lo confesso; e nondimeno
Mi trovo così tutto in isconquasso,
Che par che sotto mi manchì il terreno
Se mi provo ogni tanto a fare un passo;
Ché, a forza di lasciarmi malmenare,
Ho persa l’abitudine di andare.

22 Ma il più gran male me l’han fatto i preti,
Razza maligna e senza discrezione;
e l’ho con ceti grulli di poeti,
Che in oggi si son dati al bacchettone:
Non c’è Cristo che tenga: i Decretali
Vietano ai preti di portar stivali.

23 E intanto eccomi qui roso e negletto
Sbrancicato da tutti, e tutto mota;
E qualche gamba da gran tempo aspetto
Che mi levi di grinze e che mi scuota;
Non tedesca, s’intende, nè francese,
Ma una gamba vorrei del mio paese.

24 Una già n’assaggiai d’un certo Sere,
Che, se non mi faceva il vagabondo,
In me potea vantar di possedere
Il più forte stival del mappamondo:
Ah! una nevata in quelle corse strambe
A mezza strada gli gelò le gambe.

25 Rifatto allora sulle vecchie forme,
E riportato allo scorticatoio,
Se fui di peso e di valore enorme,
Mi resta a mala pena il primo cuoio;
E per tapparmi i buchi nuovi e vecchi
Ci vuol altro che spago e piantastecchi.

26 La spesa è forte, e lunga è la fatica:
Bisogna ricucir brano per brano;
Ripulir le pillacchere; all’antica
Piantar chiodi e bullette, e poi pian piano
Ringambalar la polpa ed il tomaio;
Ma per pietà badate al calzolaio!

27 E poi vedete un po’: qua son turchino,
Là rosso e bianco, quassù giallo e nero;
Insomma a toppe come un Arlecchino:
Se volete rimettermi davvero,
Fatemi, con prudenza e con amore,
Tutto d’un pezzo e tutto d’un colore.

28 Scavizzolate all’ultimo se v’è
Un uomo purchè sia, fuorchè poltrone;
E se quando a costui mi trovo in piè,
Si figurasse qualche buon padrone
Di far con meco il solito mestiere,
Lo piglieremo a calci nel sedere.

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