Sulla buona e operativa amministrazione

Ricevo dall’amico ingegner Gambogi una comunicazione, credo stimolata dalla lettura della lettera dell’ingegner Berna pubblicata il 16 u.s.: ambedue ricordano un periodo (2001 – 2006) nel quale lavorammo fianco a fianco al Ministero dell’Ambiente, ottimamente guidato da Altero Matteoli. Fu un periodo molto impegnativo, ma fecondo e produttivo: Matteoli firmò un numero di provvedimenti mai raggiunto – né prima né dopo – da altri ministri; i tempi di produzione dei provvedimenti furono decisamente tagliati; riducemmo praticamente a zero le procedure di infrazione comunitarie ereditate dai precedenti governi (oltre 100); fu emanato – impresa giudicata impossibile, e per una scommessa sulla sua attuazione sono a tutt’oggi creditore di una cena dall’allora Direttore di Legambiente, poi senatore PD, Francesco Ferrante – il Decreto Legislativo n. 152, che riorganizzava l’intera normativa ambientale (è stato poi in piccola parte modificato, peggiorandolo molto); a proposito del quale atto le Regioni a guida di sinistra introdussero alla Corte Costituzionale 144 (!) ricorsi, col bilancio di 6 vinti e 138 persi: gli unici a goderne furono gli stuoli di avvocati e consulenti attivati dai Presidenti delle Giunte tra i loro amici.

Insomma, un periodo di grande lavoro e di grandissime soddisfazioni condivise dal ministro con tutti noi collaboratori; e, devo dire, di grandi risultati per l’Italia.

Ho la fortuna e il piacere grande che molti tra quelli che lavorarono se ne ricordano, per lo più con piacere; e ogni tanto ricordano e “commemorano” quei momenti. Non vorrei sembrare retorico, ma evidentemente un lavoro ben fatto è compenso a se stesso (unico, perché altri, di compensi, non ce ne sono stati).

Ma ho scritto abbastanza: a Lisandro Gambogi la parola.

 

Caro Paolo,

ho letto con attenzione e un po’ di nostalgia la lettera dell’Ing. Berna che condivido pienamente e trovo intrisa di concetti intelligenti e pienamente condivisibili; estremamente interessante nella parte finale: “il dono del dubbio” è certo una caratteristica degli uomini intelligenti e capaci. Ricordo anche l’amicizia che si manifestò immediatamente tra noi toscani ed in ricordo di tuo padre, da noi qui molto presente per le opere importanti che riuscì, a quel tempo, a far finanziare e costruire a Lucca e Provincia; ne è testimone, ad esempio, la targa esposta al Palazzo del Genio Civile di Lucca. I ricordi della lettura “convivenza” al Ministero sono molti e mi hanno certamente arricchito ed aperto gli occhi sui tanti nuovi problemi che di volta in volta si presentavano ed insieme si risolvevano. Come ricorderai, quando in Commissione VIA, ma soprattutto nell’Osservatorio Ambientale, con tutti i Professori membri si iniziava ad affrontare problematiche varie spesso legate a scelte e opere diverse da quelle previste dal progetto, ad argomentare con discussioni un po’ fumose e politiche su scelte che gravavano sull’esecuzione delle opere, la mia frase ricorrente era questa “Io vengo dalla campagna, quindi sono abituato alle cose semplici” e con questa filosofia ho superato e risolto molti problemi.

Per confermarti le mie idee, che certamente sono simili a quelle dell’Ing. Berna, ti ricordo quando convocai, come Presidente dell’Osservatorio Ambientale sulla linea ferroviaria Alta Velocità Torino-Milano, una conferenza stampa al Ministero dell’Ambiente alla presenza di tutte le alte cariche del Ministero, compresi l’allora Ministro Altero Matteoli, l’allora Amministratore di F.S. Savini Nicci e l’Ing. Agricola, per comunicare che la tratta Torino-Milano, comprensiva di tutte le opere di mitigazione, era stata completata nei tempi previsti dal progetto (mi sembra 24 mesi) superando tutte le difficoltà ambientali che, con il supporto dei membri dell’Osservatorio Ambientale da me presieduto, furono brillantemente affrontate e risolte (basti una per tutte l’attraversamento del Parco del Ticino, con il Presidente del Parco che chiedeva continuamente ulteriori misure compensative). Altri tempi e altri uomini: credo che con la classe politica attuale sia difficile che questi tempi si ripetano; né si ripeteranno alcuni risultati importanti che abbiamo conseguito insieme in quel periodo. Un abbraccio

 

Lisandro Gambogi, lucchese, Ex Presidente dell’Osservatorio Ambientale sulla linea ferroviaria Alta Velocità Torino-Milano, Ex membro del comitato di Coordinamento della Commissione Speciale VIA

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Sullo stato attuale della società italiana: suggerimenti per una ricostruzione

Ricevo dall’Architetto Franco Domizi una interessante lettera a commento di alcune note comparse su Cyrano; mentre mi riservo di rispondere in maniera puntuale al mio interlocutore, desidero anticipare il contenuto della sua comunicazione, che credo possa costituire un buon inizio per un dibattito generale sulla situazione della società d’oggi. Spero di ricevere corrispondenza in materia, da commentare e pubblicare.

 

Buongiorno Prof. Togni,

Lei parla della mediocrità dell’attuale classe politica. Bene, è facilmente constatabile da chi ha conoscenza della storia politica parlamentare. E’ altrettanto constatabile da quanti si aspettano leggi e regolamenti fatti ed emanati per progredire e far progredire la “maggioranza”, se non la totalità, del popolo amministrato. Lo è anche da quanti, e sono tantissimi, ogni giorno sono chiamati, se non costretti, a fare i conti con l’imperante burocrazia che attanaglia questo spettacolare paese. Quindi, a ben guardare, siamo veramente tantissimi a rapportarci, in qualche modo, con questa classe politico-amministrativa. Se siamo tanti vuol dire, secondo me, due cose: o il livello delle conoscenze, della cultura, dell’appartenenza ad un sistema più ampio ed importante della mia stessa famiglia, della mia sola attività lavorativa, del mio piccolo circolo di amicizie si è magnificamente elevato fino a livelli tali che singoli cittadini si sentono il diritto dovere di dare del TU a quell’Onorevole o politico, al punto da poterlo anche chiamare al cellulare quando può, oppure, la massima cultura politico amministrativa del nostro paese è talmente scesa così in basso da essere così vicina al “volgo” cittadino da confondersi, senza più rimedio, con questo. Caro professore, io propendo per questa seconda ipotesi.

… ma non è solo la classe politica così mediocre, lo è tutto il mondo che la circonda, partendo da quegli ambiti propri della cultura che sono le università, i licei, la formazione, l’informazione in generale, fino a quegli alti apparati dello stato come la giustizia e l’istruzione che non sono deputati al rispetto di un freddo “tecnicismo”.

Non sto qui a menar per l’aria prendendomela con le teorie filosofiche nichiliste, sulla fine della cultura occidentale e del suo “impero” o altro ancora. Quello che mi interessa è capire come posso ancora aiutare i miei simili a vivere in questa situazione.

Le scrivo da Corridonia, in provincia di Macerata, da un comune all’interno del cratere dei sismi del 2016 e 2017, da uno di quei comuni dove tutto si è fermato o si sta lentamente fermando per mancanza di prospettiva, di speranza.

Volgere lo sguardo sempre verso il nulla, notare il bicchiere sempre mezzo vuoto, chinare sempre il capo verso le punte delle proprie scarpe, osservare l’unica macchiolina presente sulla tovaglia è un ginnastica che non fa per me, non fa per noi italiani in genere. Popolo virtuoso che nel passato se le è anche suonate di santa ragione tra sé e sé, ma senza perdere di vista la speranza di un mondo migliore, del bello comunque, della ricerca del soddisfacimento della ragione, magari molto più quella “di stato” che quella, comunque presente, volta alla ricerca di coniugare il miglior rapporto possibile tra reale sostentamento della “signoria” dei singoli castelli, poi signorie del posto, con i fabbisogni del popolo. Ma oggi lo squilibrio di questo rapporto appare evidente. Non abbiamo un “signore” o una “signoria” all’altezza del suo popolo e non abbiamo più un popolo capace di vivere in questa “signoria” (società “troppo” fluida?).

Noi lo vediamo e tocchiamo con mano ogni giorno, con pesantezza e dispiacere. Non è un semplice “ricominciare” da capo, il nostro comportamento sta diventando un “sopravvivere” senza speranza. Il popolo delle antiche “signorie” aveva una speranza che andava oltre, che gli faceva sopportava le battaglie, la fame, il freddo e le angherie del prepotente di turno. Oggi, dove tutti sono diventati prepotenti, per solo spirito di sopravvivenza, e non si ha più questa visione popolare di speranza oltre la realtà tangibile, tutto è tremendamente più difficile.

Non siamo stati in grado di aiutare, nel recente passato, chi capiva un pochino di più, chi ci spiegava le cose intorno ad un tavolo dove iniziava con il confronto la costruzione di soluzioni o prospettive. In sintesi, non c’è più la voglia di condividere nulla con nessuno, soprattutto con chi non ha voglia di ascoltare, non ha nulla da proporre, non ha sintesi o proposte da offrire.

In questo terremoto, che non è solo delle case o dei territorio ma lo è per l’anima delle persone, assistiamo ad emanazioni di ordinanze, decreti legge, leggi, circolari ecc. come se questa “carta” sia la sostanza del sopravvivere. La legge come mero fattore etico, sufficiente e determinante per la vita dell’uomo.

Un solo fatto le racconto: il 17.11.2016 il Commissario straordinario del Governo per il Sisma 2016, Vasco Errani ha emanato l’Ordinanza n. 4 per la riparazione immediata degli edifici ad uso abitativo e produttivo. Tale Ordinanza, al suo interno, ha impostato le direttive per riparare i cosiddetti danni lievi, facilmente riparabili in poco tempo. Oggi, dopo quattro mesi, sapete quanti progetti sono stati presentati? Una trentina. Non un abitante di Trento, ma poco più. Vi sembra che sia partita la ricostruzione, che l’efficientismo di questi soggetti abbia sortito gli effetti sperati? Sapete cosa ha detto la Vice Presidente della Regione Marche, nonché Assessore (ir)responsabile all’agricoltura (quella della mancanza di sostegno agli allevatori, delle stalle di plastica che al vento si sono rotte, e via andando), nonché dell’urbanistica, venerdì 17 ad un convegno (Urban Fest a Belforte del Chienti – MC): “Perché, cari tecnici, non presentate i progetti per la riparazione dei danni lievi?” Come a dire: la responsabilità non è nostra, noi le leggi le abbiamo fatte. Senza minimamente pensare, lavorare, adoperarsi per allineare tutte le competenze, le operatività, gli uffici, in sintesi, lavorare ad un tavolo di concertazione con le professioni tutte e trovare il “modus operandi” per affrontare “insieme” questa drammatica realtà.

Anzi, hanno fatto pure peggio. Hanno emanato delle norme fortemente penalizzanti per il nostro territorio. Una su tutte: la necessità che i tecnici non abbiano avuto rapporti con le imprese negli ultimi tre anni (per non dire dei valori economici proposti per la ricostruzione con un 25-30% più basso che in Emilia). Tale è il rispetto che dimostrano di avere per questo territorio. Ancora oggi lamentiamo l’assenza di adeguati supporti assicurativi legali, in quanto se sbagliamo (e qui gli articoli di legge si sono bene ed ampiamente espressi), oltre alla “radiazione” dalla ricostruzione del tecnico verrà penalizzato il cliente finale, colui che deve aggiustare le propria casa, facendogli perdere il finanziamento.

Le dico solo questo, ma ho a disposizione una notevole mole di documenti che noi architetti di Macerata abbiamo redatto insieme ad altri colleghi delle professioni tecniche anche in tavoli istituzionali, nonché con le varie categorie sociali del territorio, compresi i sindacati e la Confindustria, per poter ovviare a situazioni in reale contrasto con i fatti. Ci si è adoperati e si continua a farlo per aggiustare e migliorare le norme in vigore (già ricorrette una volta, dopo 3 mesi).

A tal proposito, e vengo al “sugo della storia”, alla fine, avrei, avremmo, come Ordine degli Architetti di Macerata, immenso piacere di poterla ospitare e magari farle visitare alcuni luoghi del nostro territorio per avviare un rapporto diretto, aprire un tavolo di confronto sul tema della ricostruzione dei territori e dei suoi abitanti, per aiutare queste anime abbandonate del maceratese. Uno dei territori più belli della nostra amata Italia.

Con profonda gratitudine attendo sue in merito.

Saluti vivissimi

Franco Domizi

 

FRANCO DOMIZI, Marchigiano, ma nato a Roma, è laureato in Architettura all’Università di Chieti. Ha operato nel settore dell’edilizia come consulente tecnico di varie aziende della regione, svolgendo sempre e comunque la libera professione come progettista, gestore delle commesse e consulente nel campo della sicurezza nei luoghi di lavoro. Dopo il sisma del 2016 è chiamato a svolgere attività di coordinamento della Commissione Emergenza Terremoto 2016 su mandato del Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Macerata, la provincia con più edifici distrutti e territorio danneggiato dai sismi del 2016 e 2017. Attualmente è anche impegnato nell’attività emergenziale come coordinatore degli Architetti per l’attività di rilievo dell’agibilità con scheda FAST.

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Legge elettorale, Costituzione e insufficienza della classe politica

E le elezioni? In sostanziale assenza di una legge elettorale, che contro lo spirito della Costituzione e l’esplicita volontà dei Costituenti molti vogliono coerente per Camera e Senato, sarà difficile che vengano celebrate prima della scadenza naturale della legislatura. Così sta governando l’ectoplasma Gentiloni, ombra del governo sonoramente bocciato dagli italiani il 4 dicembre 2016.

Quando scrissero la Carta fondamentale dello Stato, i membri dell’Assemblea Costituente vollero dare vita ad uno Stato fondato su un parlamentarismo bicamerale, formato da due Camere distinte tra di loro per durata e per elettorato; differiva completamente anche la base territoriale, che per il Senato veniva stabilita nella dimensione regionale, mentre aveva base nazionale per la Camera. Questo fatto spiega agli incompetenti perché ci sia – e debba continuare ad esserci – il premio di maggioranza calcolato su base regionale per la Camera Alta. Le pretese di una legge elettorale “coerente” trovano un senso solo per garantire comunque una forma di governabilità, quando non la garantisca la volontà popolare. Parlare di esigenze democratiche appare proprio fuor di luogo.

È solo l’incapacità a svolgere un’analisi complessiva e complessa che valuti qualunque ipotesi o proposta in questo campo alla luce delle necessità di organizzare le istituzioni che porta alle proposte “semplici” che da più parti vengono avanzate. La mancanza di raffinatezza intellettuale che le contraddistingue testimonia l’insufficiente qualità della preparazione politica, istituzionale e storica (i.e. culturale) della attuale classe dirigente in tutte le sue componenti, dall’alto al basso.

Sarà il caso di ricordare che uno dei problemi politici da tempo dibattuti riguarda il rapporto tra volontà e aspirazioni della società e comportamenti/decisioni dei corpi istituzionali delegati; stante la complessa articolazione delle prime, una scelta semplificata rende per lo meno più approssimativa la rispondenza tra le prime e i secondi. La presenza di due Camere elette con sistemi elettorali diversi allora consente – o determina – una maggiore adesione delle istituzioni elettive alla volontà dell’elettorato, che mal sopporta di essere cristallizzata da un metodo caratterizzato da grande semplicità; o vogliamo dire rozzezza?

La saggezza dei costituenti cercò di dare risposta a questa esigenza, e di adeguare la rappresentanza alla volontà popolare differenziando le due Camere, per durata, per base elettorale e per territorio di riferimento; ben presto le esigenze di semplificazione però spinsero ad una conformità nella quale andarono persi i valori che i costituenti avevano voluto affermare.

È indubbio che due Camere elette nello stesso modo risulteranno uguali tra loro e con maggior tendenza a garantire una governabilità nella quale esista una forma alquanto rozza di rispondenza alle esigenze ed alla volontà degli elettori; ma, se di recente la stragrande maggioranza degli elettori ha respinto il progetto del governo per riorganizzare la rappresentanza politica in forma unicamerale, ciò significa che il disegno non trova condivisione, e che per seguire correttamente la volontà popolare espressa nel referendum del 4 dicembre occorre mantenere una distinzione tra le due Camere.

E la governabilità, allora? Garantire il governo del Paese è il compito primario della politica, e dei politici. Compito duro e difficile: e chi è in grado di adempierlo, nel quadro attuale? Non chi pensa a riempire ogni possibile spazio di potere con gli amici coi quali al paese faceva notte in piazza chiacchierando di calcio e scherzando sulle ragazze; non chi dichiara di voler finanziare il mantenimento degli animali domestici, e si dimentica di quello dei bambini; non chi dia segni evidenti di allucinazione permanente innestata su un tessuto cerebrale reso sterile per la lunga ebollizione; non chi ha scelto il mestiere della politica considerandolo prodromico rispetto ad una onesta attività di ruspista.

E allora? Trovare fulmineamente una nuova classe dirigente valida e competente? Poco probabile. Recuperare residui del passato? Non ce ne sono di validi. L’unica soluzione, credo, è di trovare una soluzione provvisoria che sia meno dannosa possibile, e impegnare tutte le migliori energie intellettuali – sociologi, tuttologi e fattucchieri, per favore, astenersi – nell’individuazione dei futuri reggitori.

La situazione, diceva Flaiano, è grave ma non è seria. La cosa veramente necessaria, la nostra unica speranza è affidarci al Padre Eterno perché, nella sua infinita bontà, ci aiuti più di quanto meritiamo. E, già che c’è, veda di intervenire anche a favore della Chiesa con una dose straordinaria di assistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il caso Lotti fa risaltare la mediocrità del Parlamento

Non so quanti di voi abbiano avuto la voglia (e lo stomaco) di assistere al dibattito sulla mozione di sfiducia al ministro Lotti. L’esito finale era scontato, quindi io ho cominciato a seguirla per pura curiosità, poi ho proseguito, affascinato dallo spettacolo maraviglioso che mi si prospettava: ho visto i rappresentanti più autorevoli della Nazione discutere per alcune ore su un tema – la fellonìa di un ministro in carica – che in altri tempi avrebbe causato alcuni duelli, accese polemiche giornalistiche, forse uno o due suicidi; il tutto a seguito di un dibattito sostanziato da accuse roventi, difese dotte e appassionate, analisi problematiche. Ma a niente di tutto questo si è assistito nella circostanza.

Ci sono stati, piuttosto, una presentazione della mozione rozza e approssimativa, schiamazzi da pollaio nevrotico, uno squittìo difensivo, tra il patetico e l’irritante, mal recitato dall’”imputato”, l’assenza – patetica anch’essa – di alcuni gruppi parlamentari. Il tutto tenuto a livelli qualitativi assai bassi: credo che in nessun parlamento del mondo sviluppato il dibattito su un argomento così importante si sarebbe tenuto a un livello così mortificante.

L’esito, scontato e irrilevante, è stata l’assoluzione di Lotti, che in verità interessava solo a lui, a Renzi e a Malagò, ma quel che è successo è importante perché certifica in maniera conclusiva ed irreversibile il pesante giudizio di assenza di qualità della classe politica attuale che tanti hanno dato e danno. Classe politica composta, tra l’altro, da persone incapaci di ricordare a memoria un intervento di dieci minuti fatto scrivere ad un minutante poco colto ma almeno alfabetizzato; e probabilmente ignare del vero significato di quel che andavano facendo.

Erano presenti, in quel consesso, membri di governo e aspiranti a diventarlo; uomini e donne; laureati e semianalfabeti; persone che avevano raggiunto un certo successo nella loro attività e impiegatucci piccolo borghesi. Una platea a prima vista diversificata, ma omologata dalla ottusa mediocrità trasudante da ogni parola, da ogni atteggiamento, persino da ogni sguardo. Lo svolgimento della riunione mi indusse una sconforto acuto, la sensazione della impossibilità di tirar fuori l’Italia dalla triste situazione attuale sotto la guida di quella classe che si riteneva dirigente, ed era talmente mediocre da non accorgersene nemmeno.

Ma può essere che non ci sia di meglio? Che non esistano giovani validi, culturalmente preparati e dotati della volontà necessaria a spazzar via il gruppo di piccolo borghesi dalla mentalità ristretta che oggi ci guida verso un regresso dal quale non hanno nemmeno idea che si possa uscire? Che, oltretutto, in larga parte è dedita agli intrallazzi e alle baratterie?

Credo che stia fra i doveri di ogni singolo cristiano cercare di fare in modo da cambiare questo stato di cose, suscitare energie nuove e sane, con la preghiera e con l’azione. E, con l’aiuto di Dio, ce la faremo.

PS. Leggo adesso del voto su Minzolini:basta cambiare nome e precisare le circostanze, e valgono le considerazioni fatte sopra.

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Una lettera

Ho ricevuto dall’amico Ingegner Pietro Berna una lettera interessante, che mi piace pubblicare, perché mi pare che rappresenti bene l’atteggiamento di una persona per bene che ha ben lavorato per lo Stato. Eccola di seguito:

Caro Professore,

il Tuo scritto sulla CONSIP mi ha risvegliato dalla memoria del passato alcune considerazioni di cui Ti partecipo. Fu l’esperienza della Commissione Speciale VIA che ci fece conoscere. Tra le “specialità” che quella Commissione ha avuto v’era quella, tanto criticata da sinistra, dei tempi brevi. In realtà, i tempi “speciali” si dimostrarono congrui e sufficienti al ben operare, visto che tutte le volte che la Magistratura amministrativa fu chiamata a pronunciarsi (112, se la memoria non mi inganna) non trovò mai niente da censurare. Per altro chi aveva pensato quella “specialità” era stato innovativo, per le abitudini correnti al momento, ma in realtà non era la prima volta che nei pubblici affari si adottavano procedure veloci. La Tua origine, come del resto la mia, sono toscane e, di conseguenza, mi perdonerai se con un certo orgoglio campanilistico rivendico la bontà della legge del 1865, che fu ispirata da Bettino Ricasoli, anche se non ne fu firmatario, sulla falsariga di quanto egli aveva praticato come servitore del Granduca Asburgo Lorena. Il presupposto di quella legge era che si sarebbe dovuto spendere a fronte di esigenze pubbliche. In realtà oggi, al contrario, l’abbondanza dei pubblici appalti risponde ad esigenze di spesa, cioè di elargizione di pubblico denaro, senza curarsi troppo delle esigenze della Collettività, naturalmente dichiarando le migliori buone intenzioni. Qui a Firenze subiamo la prova provata di questo dato di fatto.  Abbiamo e subiamo le disgrazie di ben due progetti infrastrutturali, naturalmente destinati alle “migliori sorti e progressive” del popolo, non solo fiorentino. Mi riferisco al progetto delle tramvie e al sottoattraversamento ferroviario con annessa stazione (in realtà sarà una fermata) dell’alta velocità. Stiamo ragionando di due opere il cui costo a consuntivo assommerà ad almeno 6 miliardi di euro.  Opere approvate nell’altro secolo e che forse saranno ultimate nel 2020! Opere che sono nello stesso tempo un assurdo trasportistico ed un assurdo urbanistico. Però … costano tanto e, ancor meglio, durano, durano …

Nello scriverTi, m’è tornato alla mente, nel merito della CSVIA, un episodio legato ad un’opera in cui fui chiamato a svolgere la mia attività di commissario verificatore: il nuovo Passante di Mestre. Quest’opera iniziò il suo iter autorizzativo con la CSVIA e, di fatto, fu terminata poco dopo la fine della CSVIA, in anticipo sul previsto, a proposito dei tempi “speciali”.  Ma, come saggiamente hai notato, i tempi sono cambiati. Quando e come sono cambiati? Il porsi questa domanda mi porta alle considerazioni che Günther Anders ha bene argomentato nei suoi due volumi de L’uomo è antiquato. Il predominante e autonomo potere della Tecnica ha fatto sì che il concetto del “buon operare” dall’essere legato al risultato prodotto, com’è stato per millenni, basti pensare alla Dottrina di Santa Romana Chiesa, sia passato ad essere collegato al rispetto della “procedura” che il sovrano Tecnica ha imposto. Oggi, guardando com’è ridotto il mondo del lavoro, il Giovanni Faussone di Primo Levi, che sentiva il piacere del lavoro ben fatto ed il gusto delle proprie capacità messe alla prova, è fuori del tempo, cioè è antiquato. Ed invece, qui sopra ho ricordato fatti ben concreti. Al di là delle definizioni burocratiche cosa ha avuto come caratteristica la storia quotidiana della CSVIA tale da essere, in concreto, speciale? Tutto il gruppo dei commissari, con tutta la struttura di contorno in conseguenza, hanno operato lavorando “per obiettivi” e non per “procedure”, che sono state correttamente seguite. Infatti, c’è stato chi ha annotato come quello sia stato uno dei rari casi in cui la PA ha fornito un esempio di efficienza in tutta la Storia dell’Italia unita. In altre parole, un difetto strutturale della PA attuale consiste nell’organizzazione del lavoro “per procedure”. Invece lavorare per obiettivi, tra l’altro, rende il lavoro più lieve. Traendo dai ricordi, sorprese il sottufficiale della Guardia di Finanza, che aveva l’incarico di controllare gli accessi a quell’ala del Ministero, che ci fosse qualcuno al lavoro anche di sabato.

Un altro elemento che concorre a concludere che i tempi sono cambiati (purtroppo!) è la mutazione della scuola. Da strumento di produzione di sapienti è stata trasformata in luogo di intrattenimento per fanciulli e fanciulle ai quali è bene insegnare il meno possibile. E che ciò sia contro natura è testimoniato dal fatto che ancora qualche mente, addestrata e fortificata a pensare, resta. L’ultimo tragico evento del ponte sull’autostrada A14, precipitato sopra dei malcapitati, indica che non ci si pone più la domanda: cosa succede se? E, di conseguenza, non si cerca la risposta. E la responsabilità, al di là del Codice Penale? Quando mi sono trovato commissario speciale, più d’una domenica mi sono recato in Ognissanti, fermandomi a metà della navata per pregare. Lì, con a destra il S. Agostino del Botticelli, ho pregato il Supremo che mi illuminasse e il Santo che non mi facesse mai mancare il dono del dubbio per poter bene adempiere al mio incarico.

Un cordiale saluto.

Pietro Berna

 

Pietro Berna, fiorentino, è laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino. Ha operato nel settore delle telecomunicazioni, poi entra nel mondo della libera professione come consulente nel campo dell’uso razionale dell’energia e dell’ambiente. Ha avuto incarichi di docenza in master delle Università di Pisa e di Firenze. In ragione delle attività svolta, viene chiamato a far parte della Commissione Speciale di Valutazione d’Impatto Ambientale per le Opere Strategiche (in sigla: CSVIA) della cosiddetta Legge Obiettivo. Impegnato nell’attività sindacale delle libere professioni, è attualmente membro della Commissione dei Soggetti Professionali della Regione Toscana.

 

 

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Tra sogni e ricordi

Alla mia età (avanzata) avviene con una certa frequenza di rallentare o sospendere le attività in corso, per lasciare che la mente vaghi tra realtà, ricordi e immaginazione. Ci si trova allora in un luogo nel quale memoria del vissuto e speranze, sensazioni ed illusioni convivono: dove è frequente che si costruiscano vicende definite dall’innesto di ricordi specifici, di cose reali, su un vagabondaggio dell’immaginazione. In chi abbia capacità poetiche, questa attività determina momenti di intensa creatività; in chi, più modestamente, come me, ha una certa capacità di creare immagini e prospettive, è il momento del sogno. Ma è anche il momento dei riesami e dei confronti: avrei fatto meglio a comportarmi in quell’altro modo, invece che come ho fatto? Speravo che le cose andassero in una direzione, e invece … Cosa sarebbe successo se …

Talvolta questi momenti si allungano, e allora c’è maggior agio per costruire un ragionamento strutturato. Così mi è avvenuto di recente, e il protrarsi del momento mi ha consentito di ricostruire un’Italia della quale ho avuto nostalgia, che forse non è mai esistita ed è costituita da un assemblaggio di ricordi, aspirazioni e desideri. Naturalmente, la prima cosa da fare in questi casi – una cosa sognata e quella reale – è un confronto. Così ho fatto, paragonando l’Italia del mio sogno con l’Italia nella quale mi trovo a vivere.

Sono diverse? Acciderba, se sono diverse; tanto per cominciare dalla prima impressione, quello immaginato (ma anche, almeno in parte, ricordato) era un paese educato abitato da persone educate: rispetto assoluto delle norme di legge e di quelle di comportamento; considerazione per gli anziani, per le persone bisognose d’aiuto, per le donne; abbigliamenti ordinati e dignitosi, senza esagerazioni; rispetto delle regole del traffico e della cortesia nella circolazione. E poi, il segno supremo dell’educazione: un atteggiamento nei confronti di denaro e potere non di disinteresse, ma di distacco; e il non considerare l’arricchimento unico metro di giudizio delle persone.

Ma ricorrono gli atteggiamenti più sostanziali, quelli che regolano i comportamenti nei confronti del rispetto della legge e degli altri. E così, mentre nel ricordo/nostalgia vedevo persone per bene, che facevano il loro lavoro in correttezza, senza prevaricare nessuno, rispettando leggi, persone e istituzioni, mi trovo a vivere in un contesto nel quale la volgare ostentazione di ricchezza o di notorietà, anche malottenute a prezzo di baratteria o puttanesimo, costituisce l’unico, pacchiano metro di giudizio per valutare un uomo o una donna.

Già, le donne. E pensare che le vedevo, o sognavo, dedite alla famiglia come impegno primario anche quando erano impegnate nel lavoro; corrette ed educate nei rapporti con gli altri, gestiti sempre in un contesto di riservatezza misurata: nessuna sfrontatezza nel colloquio con gli estranei, nessun accenno di disponibilità a qualcosa di troppo; banditi con fermezza accenni a qualunque tipo di rapporto fuori dal seminato. Del resto, anche per gli uomini era lo stesso; e ogni rapporto era connotato da quel pudore di se stessi che è componente necessaria di ogni comportamento corretto.

Certo a moderare i comportamenti contribuiva potentemente una Chiesa che, attraverso le sue articolazioni, ma soprattutto ai suoi vertici, pensava non a farsi pubblicità, ma a dettare precetti morali, e che non si era ancora trasformata né in un’opera sociale né in un forum di economisti inadeguati e sociologi inutili e approssimativi (chiedo scusa ed ammetto: l’aggettivo è ultroneo, dato che tutti i sociologi sono sempre inutili e approssimativi; infatti affermano di studiare fenomeni che, per loro natura, non possono essere oggetto di studi seri).

Una società composta da individui di questo genere non poteva essere che ordinata, tranquilla, protesa a realizzazioni materiali e ad obiettivi morali che sarebbero stati, visto il contesto, raggiunti. Certo nell’Italia sognata i giornalisti facevano più o meno il loro mestiere, e la disponibilità a vendersi non era così diffusa; e non c’erano neanche tanti magistrati mascalzoni pronti a giocare con le vite di persone per bene per acquisire fama, potere o soldi, o anche solo per il gusto di inventare norme inesistenti. Neanche Togliatti, quando era ministro della Giustizia, si comportò poi troppo male: almeno lui personalmente, perché poi organizzò una grande infornata di giudici ignoranti, tutti comunisti faziosi, nei ruoli della magistratura; fatto che peraltro segnò l’inizio della fine, perché poi la genìa si riprodusse e si moltiplicò.

E poi …, e poi … Potrei andare avanti molto a lungo, ma, prima di andare avanti col sogno, mi rendo conto che non si trattava di confronto tra sogno e realtà, ma piuttosto di un paragone tra quello che era l’Italia della mia gioventù e quella di oggi.

E allora? Allora, se l’Italia di oggi è tanto peggiore di quella di ieri, gran parte della colpa è della mia generazione, che quando è stato il suo turno non ha saputo mantenerla sulla buona strada. Io personalmente ci ho provato, e so di aver combattuto, sempre, la buona battaglia. Spero che potrà essere commentata con favore dai posteri, se avranno tempo e voglia di pensare a queste cose: spero che dicano: “Ha perso, ma ha fatto tutto il possibile, o almeno tutto ciò di cui era capace”.

Ciò basterà a soddisfare la coscienza.

 

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Rilancio dell’Italia, “mission impossible”

L’Italia era uscita dalla Seconda guerra mondiale distrutta nel morale, nelle strutture fisiche, nell’apparato produttivo, nella credibilità internazionale; financo dal punto di vista morale le cose non erano allegre, per la devastazione dei costumi conseguente alle strette della guerra e all’occupazione degli alleati. Verso la fine degli anni quaranta del novecento sembrava molto improbabile che per l’Italia fosse possibile una ripresa a breve termine.

 

Quindici anni dopo, la ricostruzione era quasi completata, l’economia era in piena espansione, si era ospitato con grande dignità un evento mondiale, le Olimpiadi, che erano state unanimemente definite le migliori celebrate fino allora. Aumentava il benessere, l’economia galoppava, il PIL cresceva a un ritmo mai visto prima e tra i primi al mondo, la nostra valuta era talmente solida da vincere l’Oscar delle monete, si avviava la motorizzazione di massa, aumentava a ritmo vertiginoso la scolarizzazione, e anche per la diffusione della TV stava sparendo l’analfabetismo, la disoccupazione diminuiva giorno per giorno, la tassazione era sopportabile.

Non è certo un quadro simile a quello di oggi: e se quanto era stato costruito con grande fatica è stato sperperato, qualche motivo ci sarà pure.

La fine della guerra, con l’avvento del nuovo regime democratico, aveva determinato la messa sul mercato della gestione della cosa pubblica di una gran quantità di energie. I giovani che provenivano dal Partito Popolare, da quello Socialista, dalle aree di pensiero laiche, durante gli anni in cui far politica non era possibile si erano dedicati a sviluppare le loro professionalità nel mondo del lavoro; giunti alla maturazione fisica e intellettuale, nel ’45-’46 erano pronti ad assumere l’onere della gestione degli affari pubblici. Fu così che, dietro un giovanotto di sessantacinque anni che si rimboccò le maniche e li mise tutti alla stanga, la neo selezionata classe dirigente – professori universitari, dirigenti di banca e di azienda, professionisti affermati: varie le provenienze, ma unica la caratteristica che li vedeva persone di successo nel loro ramo di attività – cominciò a ricostruire l’Italia, o meglio, a costruire una nuova Italia. I risultati furono eccezionali, e stanno nelle righe appena scritte.

Vale la pena fare un confronto con oggi: la professionalizzazione della politica ha fatto sì che ad emergere fossero prima in maggioranza, poi solo, i giovani professionisti della politica; gente che non ha mai lavorato, o che ha di quelle qualifiche ibride – giornalista che non scriveva, funzionario di associazione senza responsabilità, ecc. – inventate per dare copertura ai predestinati che avevano bisogno di una qualche prebenda per potersi dedicare alla politica; e che ha occupato posizioni di rilievo non per averle conquistate in un confronto di qualità, ma per intrallazzo, per clientelismo, per cooptazione.

Costoro non seppero, e non sanno, tenere in mano le redini delle amministrazioni, e spesso si sono lamentati perché, ricoprendo posizioni di comando, non riuscivano a fare andare la macchina dove volevano, senza rendersi conto che il difetto non stava nella macchina, ma nel manico. Infatti il potere politico è irresistibile, e può superare qualunque ostacolo; purché si verifichino due condizioni: che lo si voglia usare e che lo si sappia usare: se non lo si vuole o non lo si sa usare è un’arma spuntata.

La volontà di usare il potere politico è molto diffusa, ma se non è accompagnata dalla capacità di usarlo si risolve, al più, in prepotenza istituzionale, altrimenti dà luogo a querimonie patetiche: le cronache recenti sono pieni di resoconti che confermano queste valutazioni. Più difficile da trovare, vorrei dire rara, è la capacità di utilizzare efficacemente il potere politico: per possederla si presuppone il possesso di una buona conoscenza delle regole di funzionamento dell’amministrazione pubblica, e una attitudine al comando efficace, cioè sapere dove si vuole andare e come si deve indirizzare il timone per arrivarci. Chi possegga queste due qualità ed ha una visione ampia della realtà e del futuro, ha diritto ad essere definito “uno statista”. Oggi in Italia di statisti non ce ne sono.

In quanto ho scritto sta la (mia) valutazione dei motivi per i quali l’Italia è ridotta come è ridotta. La conclusione del discorso è che occorre, al più presto, una classe dirigente nuova, che non sarà facile reperire, ma senza la quale l’impresa di rilancio dell’Italia, comunque assai difficile, appare impossibile.

Dirà qualcuno: e sull’onestà? Perché non hai parlato dell’onestà? La risposta è semplice: l’onestà non è un requisito, è un presupposto; il suo possesso dovrebbe essere condizione non per vincere, ma per scendere in campo: giudicate voi …

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