Un piccola nota sul presente – Seconda puntata

È da un po’ di tempo che vedo nero tutt’intorno: a parte la famiglia, tutto mi sembra andare male, o almeno secondo traiettorie che non potranno che portare a disastri.

Se la politica, l’amministrazione, l’economia, i rapporti sociali, configurano per l’Italia un disastro che appare globale e difficilmente recuperabile, purtroppo la valutazione negativa dello stato delle cose, fatte le debite differenze, vale anche per l’intero panorama mondiale, e per la situazione della Chiesa. E se della Chiesa da cattolico mi sento di dover dire, trattenendo di molto la lingua, solo che è mal guidata; se del mondo mi risulta evidente lo stato di improduttiva convulsione nel quale si agitano stati e alleanze sotto gli impulsi degli interessi anche delle nazioni, ma soprattutto personali e delle bande dei governanti, arrivando all’Italia non si posso essere così sintetico.

Faccio allora qualche esempio:

– una politica che imputridisce in leziosi scontri per stabilire chi, nello stuolo di personaggi sconfortanti presenti sul palcoscenico, avrà la meglio e farà più favori alla Corte dei Miracoli che lo circonda (vedi gli scontri in atto all’interno del PD, della Destra e di M5;

– l’assenza di un’azione amministrativa onesta, efficiente ed efficace, per l’incapacità, l’incultura e il menefreghismo di coloro che dovrebbero essere servi dello Stato, e sono invece in molti casi profittatori o nullafacenti, e comunque renitenti ad assumersi qualunque responsabilità;

– una cultura di “maestri” che si parlano addosso, sbrodolando castronerie e puttanate (vedi il dibattito sulla cultura in atto, gli ospiti delle varie televisioni e le pagine culturali di quotidiani e periodici);

– l’illegalità che costituisce regola assoluta e generalizzata di comportamento (vedi quasi tutto quello che succede in pubblico e in privato, dagli abusi di potere ai veri e propri furti);

– il sistema di garanzia dell’ordinata convivenza composto da magistratura e forze dell’ordine che vede da una parte molti magistrati tesi solo a fare gli interessi personali o di parte, dall’altra le scarse e male attrezzate forze dell’ordine mortificate da giudici che spesso danno l’impressione di essere costituiti per garantire libertà d’azione ai delinquenti (è sotto gli occhi di tutti, non c’è bisogno di esemplificare);

– l’opinione comune della gente che lascia spazio a conclusioni derivanti dall’ignoranza o dall’imbecillità di chi le elabora e le sostiene (vogliamo vedere un qualsiasi talk show?);

– ogni regola di civili rapporti umani (leggi ”educazione”) travolta dalla volgarità imperante (basta fare un giro in autobus, oppure assistere a un dibattito televisivo);

– l’immediato interesse particolare proprio o degli amici/sostenitori divenuto unico fine delle attività pubbliche e private (a questo proposito non servono prove o verifiche: bastano i resoconti delle attività di Palazzo Chigi o di qualunque altra sede istituzionale;

– il credito anche internazionale del quale godono menzogne e castronerie, specie ma non solo in campo ambientale (su questo punto vedi il volgare Leonardo di Caprio e il suo documentario “Sfera”, costruito su castronerie commissionate a qualche truffatore o gaglioffo che però – va dato atto – sapeva almeno compicciare un film: e se i “negri” che hanno lavorato per Al Gore nel suo documentario equivalente hanno avuto l’Oscar, vedrete che per par condicio lo otterranno anche quelli di Di Caprio, altrettanto volgari e ignoranti);

– la fiducia che viene prestata in qualunque materia, anche complessa e delicata, a sprovveduti, marpioni o bulletti analfabeti quando esprimono pareri su cose che non conoscono (mi viene in mente un certo Fedez, che prima di parlare dovrebbe frequentare tre o quattro volte quella terza elementare dalla quale non credo possa essere stato promosso);

– l’orrido stato qualitativo di quelle che un tempo venivano chiamate “classi dirigenti”, dal bomba fiorentino al guitto genovese e allo sconfortante spettacolo del pollaio della destra (unico onesto Galletti, che ha evidenziato come la sua presenza nel governo ne certificasse la scarsa qualità, nonostante sia sottoposto alla arcigna tutela di Staderini, il quale si è appropriato di tutte le disponibilità economiche del MATTM. E peggiore di tutti la Madia, alla quale non è bastata la presenza nel suo staff del nipote del Presidente della Repubblica per evitare il recente schiaffone della Corte Costituzionale).

Si potrebbero aggiungere ancora molti motivi pensando ai quali il nostro sconforto potrebbe aumentare a dismisura; e questo nonostante la presenza di un sempre più ristretto manipolo di persone intelligenti, coerenti e per bene che cercano di impedire il naufragio del natante sul quale siamo tutti imbarcati.

E chi, guardando alla situazione del Paese, può non accorgersi della dilagante corruzione, del sommo disinteresse al bene comune che ne è la causa, della presuntuosa, immotivata pretesa di pochi autoreferenziati di ritenersi investiti del diritto di tutto decidere, tutto giudicare, tutto indirizzare secondo i loro interessi o uzzoli, dell’ignoranza, della grossolanità, della incapacità operativa – ma anche intellettuale – delle classi “dirigenti”? E il discorso vale anche a livello mondiale, dove un gruppo di cialtroni boriosi, che ne fanno parte per servilismo verso pochissimi, si autoqualifica componente di un’élite elegante e culturalmente all’avanguardia: in effetti succhiasangue parassiti che non hanno mai prodotto alcunché di utile per soggetti diversi da loro stessi. Tra costoro, quanti meno hanno prodotto più ferocemente difendono i loro pretesi diritti: su questo punto ritornerò in altra sede.

Insomma, più ci si pensa meno c’è motivo di essere soddisfatti. Anche se l’ottimismo che ci contraddistingue ci porta ad aver fiducia in un prossimo cambiamento in positivo. In fondo abbiamo superato il comunismo, il fascismo, il nazismo, il ’68, levandoci in piedi e lavandoci da ognuna di queste lordure: ci sono quindi molti motivi per nutrire fiducia nel futuro, se anche stavolta sapremo impegnarci e lavorare nel senso giusto e se meriteremo l’intervento della Provvidenza.

A darci conforto, posso citare il poeta libanese-americano Khalil Gibran: “Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”.

(segue)

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A casa, a casa!

Ormai è certo e provato: Renzi è un bugiardo, un mancatore di parola e un prepotente: in una parola, un cialtrone. Le prove che questi giudizi sono giusti le abbiamo vissute nell’ultima settimana, quando il nostro – immediatamente dopo aver subito la sbiossa del referendum – ha proclamato con enfasi la pubblica bugia del suo imminente ritiro. Poi ha parlato di dimissioni da Presidente del Consiglio, senza far più cenno all’impegno del suo ritiro dalla politica in caso di sconfitta già molte volte dichiarato, rimangiandosi la promessa a suo tempo pubblicamente assunta. E infine ha tenuto una direzione del Partito ridicola e imbarazzante, nella quale, omettendo qualsiasi riferimento alla catastrofe sua e dei suoi, ha impedito qualsiasi intervento. Che è anche un bel giudizio sulla spina dorsale dei membri della direzione PD.

Una brutta, bruttissima persona, insomma; uno di quei fiorentini dai quali è nata la definizione di “politica fiorentina” per designare una conduzione degli affari pubblici fondata sull’intrallazzo, l’interesse privato e la mancanza di parola.

A parte ogni considerazione sulla natura del bomba (astuto, manovriero, spregiudicato, certo; e anche furbo, ma non intelligente) stupisce che tanti osservatori si dichiarino sostenitori di un reincarico “per logorarlo”. Secondo me questa è una sciocchezza. Il contatto con il potere è per il nostro quello che per Anteo era il contatto con la Terra: gli fa riprendere le forze. Non avendo forza di pensiero né capacità di azione, è solo dalla gestione del potere (nella quale, va riconosciuto, è versato) che Renzi può trovare forza e risorse: sarebbe pertanto pericolosissimo dargli l’ossigeno di un ulteriore periodo a Palazzo Chigi. Oltretutto ciò gli concederebbe l’opportunità di contentare quelli della corte dei miracoli (pochi, per la verità) rimasti fin qui insoddisfatti: la garanzia di vedere in posti importanti altri boriosi incapaci, dediti solo a soddisfare gli interessi di Renzi e dei suoi amici e finanziatori, oltre a quelli già sistemati.

Dobbiamo, invece, contentarlo nei suoi programmi dichiarati: sconfitto, quindi a casa. E, naturalmente, bisogna escludere dall’incarico tutti i suoi fantocci, a partire da Zombie Gentiloni: è risaputo che le copie sono sempre peggiori dell’originale. Del resto costui è ben tagliato solo per il ruolo di sottopanza, come fu con Rutelli.

A casa, a casa! Con i suoi figlioli, sua moglie, la sua play station; e, poiché non è neanche deputato, la speranza che a Roma non si faccia più vedere.

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Appunti di un cattolico sull’ambiente

NB: visti gli sviluppi del dibattito sulla creazione e sul darwinismo, che sta riassumendo vigore, ritengo utile ripubblicare, con qualche aggiornamento, una nota già pubblicata il 15 novembre 2015.

 Nato per atto positivo di un creatore, come credo e come credono molti, oppure originato da una combinazione di eventi che prescindono da un disegno razionale, come credono altri, l’universo ha cominciato ad esistere in un determinato momento, quando è venuta in essere la materia e, in uno con essa, ad essa stretto da una relazione indissolubile, il tempo; e, insieme alla materia ed al tempo, comprese al loro interno e ad essi connaturate, sono venute in essere – con le norme morali che indicano il giusto comportamento agli esseri umani – anche le regole che determinano nascita, vita, mutamenti e fine di tutte le cose materiali. In proposito leggiamo infatti nella Bibbia: “omnia in mensura, et numero et pondere disposuisti” (Sapienza, 11, 20).

E gli esseri viventi? E l’uomo? Sono stati creati così come sono, oppure sono il frutto dell’evoluzione, durata eoni, di una prima forma elementare di vita, venutasi a formare per creazione o casualmente? È il “titolo” di un dibattito che va avanti da molto tempo, e che da ultimo è stato particolarmente vivace: da una parte coloro, in particolare alcuni cristiani, che considerano la Bibbia il testo rivelato da Dio per guidare gli uomini verso la salvezza eterna, e ne chiedono una interpretazione strettamente aderente al testo letterale, a partire dalla Genesi; dall’altra, semplificando, coloro che non accettano il racconto biblico della Creazione, e ritengono che la vita sia nata per un avvenimento determinato dal caso o da una volontà esterna, evolvendosi poi nel tempo fino ad arrivare alle complessità del mondo d’oggi.

Esiste poi una corrente di pensiero che, accettando il principio creazionista per quanto riguarda la materia, non esclude che lo sviluppo della vita possa essere avvenuto secondo logiche evoluzioniste. Personalmente mi ascrivo a questo terzo gruppo, mantenendo un’opzione doppiamente creazionista. A me appare chiaro che il Creatore sia intervenuto direttamente due volte, non necessariamente disgiunte dal punto di vista temporale ma certamente distinte dal punto di vista logico: la prima per creare la materia, la seconda per creare l’anima dell’uomo.

Voglio qui ricordare alcune pronunzie contenute in atti di alcuni Papi illuminati – alcuni non recentissimi – che furono le prime a porre sotto una luce diversa da quella comunemente accettata la questione; accetto e condivido in pieno tali pronunzie.

L’Enciclica del grande Papa Pio XII “Humani generis”, pubblicata il 12 agosto 1950 – si, oltre sessantacinque anni fa – a proposito del dialogo della Chiesa Cattolica con il mondo scientifico, così si esprime in argomento: “… il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente. Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede”. Posizione pienamente confermata nella successiva allocuzione ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: nel suo intervento in quella sede Pio XII confermò le due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse la teoria evoluzionistica come se fosse un’acquisizione certa della scienza, e che restassero fuori da ogni dubbio i contenuti della Rivelazione in proposito.

L’argomento è stato poi ripreso da S. Giovanni Paolo II nel suo Messaggio alla Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996: “Prima di proporvi qualche riflessione più specifica sul tema dell’origine della vita e dell’evoluzione, desidero ricordare che il Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi, nell’ambito della propria competenza. […] nel ricevere il 31 ottobre 1992 i partecipanti all’Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l’occasione, a proposito di Galileo, di richiamare l’attenzione sulla necessità, per l’interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di studio, l’esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura”.

Sulla questione si è espresso in modo ad oggi definitivo Sua Santità Benedetto XVI, che nel Messaggio alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 31 ottobre 2008 così diceva: “Nella scelta del tema ‘Comprensione scientifica dell’evoluzione dell’universo e della vita’, cercate di concentrarvi su un’area di indagine che solleva grande interesse. Infatti, oggi molti nostri contemporanei desiderano riflettere sull’origine fondamentale degli esseri, sulla loro causa, sul loro fine e sul significato della storia umana e dell’universo. In questo contesto, è naturale che sorgano questioni relative al rapporto fra la lettura che le scienze fanno del mondo e quella offerta dalla rivelazione cristiana. I miei predecessori Papa Pio XII e Papa Giovanni Paolo II hanno osservato che non vi è opposizione fra la comprensione di fede della creazione e la prova delle scienze empiriche. […] affermare che il fondamento del cosmo e dei suoi sviluppi è la sapienza provvida del Creatore non è dire che la creazione ha a che fare soltanto con l’inizio della storia del mondo e della vita. Ciò implica, piuttosto, che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene costantemente.”

Questo approccio, che è testimonianza del riconoscimento della necessaria corrispondenza tra Fede e scienza già potentemente affermata da San Tommaso d’Aquino e più volte efficacemente ribadito, è ben diversa dall’intransigente rivendicazione del creazionismo assoluto propria di alcuni gruppi protestanti integralisti, operanti principalmente negli Stati Uniti, che negano la veridicità delle teorie di Darwin in quanto contrastanti con la lettera della Bibbia.

Mi pongo a questo punto importanti questioni: cosa è la Creazione? Dove va situata sulla linea del tempo? È dotata di un’operatività che si protrae? Se si, quale è la forza che ne determina l’operatività perenne?

Non sono teologo, né filosofo, né astrofisico: cercherò quindi di abbozzare a questi interrogativi le risposte alle quali sarò in grado di arrivare con la modestia delle mie conoscenze, nella speranza che la Provvidenza mi assista e ripetendo la preghiera di San Tommaso d’Aquino: “praestet fides supplementum sensuum defectui”.

La Creazione è stata una modifica radicale dello stato preesistente: con un atto di volontà positivo del Creatore venne creata dal nulla la materia, cioè l’Universo nel suo complesso ed i suoi singoli componenti o le premesse perché venissero in essere; l’Universo fu dotato di caratteristiche tali da contenere in sé i criteri del suo sviluppo e le regole – connaturate, quindi immutabili – per il suo progredire, evolversi e modificarsi; con lo stesso atto venne in essere il tempo, che alla materia è legato indissolubilmente, essendone funzione. Non credo del tutto necessario che la creazione della materia e la creazione del primo uomo e della sua anima debbano essere avvenute nello stesso momento. Ritengo non definito dogmaticamente se l’infusione dell’anima sia avvenuta in un soggetto appositamente creato oppure in un essere vivente derivato dall’evoluzione materiale di forme di vita inferiori. So con certezza – per esclusione delle ipotesi alternative e soprattutto per fede – che l’anima esiste, che essa non è una forma particolarmente raffinata dell’evoluzione cerebrale ma un quid spirituale particolare ed unico, che è eterna.

Dunque la Creazione consta di due fasi logiche (la creazione della materia e la creazione dello spirito), che potrebbero essersi verificate contemporaneamente o in momenti diversi. Non ritengo possa parlarsi della Creazione come un fenomeno realizzatosi, o che deve realizzarsi, in progressione nel tempo. Quello che può apparire un’azione ripetuta o protratta è piuttosto il protrarsi nel tempo dell’operatività delle regole imposte alla materia nel momento della sua creazione, che ne reggono l’evoluzione, consentendola in ogni suo momento di vita. Solo nelle regole – eterne, immutabili, indefettibili, connaturate come sono al Creato in quanto esistente – sta l’operatività perenne della Creazione, che accompagnerà l’Universo per tutta la sua vita, fino alla fine e alla fine del tempo.

Nel parlare di regole reputo necessario ricordare che, oltre a quelle destinate a determinare la materia ed i fenomeni fisici, esistono – questa volta non dalla Creazione della materia, ma da quella dell’uomo in quanto soggetto qualitativamente distinto da tutti gli altri – regole morali e regole di diritto naturale; le prime determinate a regolare i rapporti tra uomo e Dio, le seconde, seguendo la definizione che Dante Alighieri dà del diritto (“hominis ad hominem proportio”), destinate a stabilire natura e limiti dei rapporti degli uomini tra di loro. Per definizione, tra norme morali e diritto naturale, che provengono da una stessa Fonte, non può esistere alcuna forma di contrasto.

Parlare di “materia” e insieme di “uomo” significa parlare di Creato, o – che è lo stesso – di ambiente.

Verso il Creato l’uomo ha grandi responsabilità; la sua caratteristica di unico essere dotato di effettiva esistenza fisica in possesso di anima e di ragione – perciò non solo senziente, ma anche cosciente di sentire e capace di valutare ciò che sente – lo pone indiscutibilmente in posizione di primazia naturale rispetto al resto dell’Universo, e pertanto lo rende responsabile, nei limiti delle sue possibilità, capacità e responsabilità, della sua buona conservazione; l’uomo è dotato di un diritto di disposizione consistente, secondo la definizione romana, nello ius utendi et abutendi, dove il termine abutendi vuole indicare la capacità di diritto naturale – cioè, necessariamente, rispettosa della norma morale – di disporre del bene per il fine suo proprio (che non è necessariamente contenuto nell’oggetto, e che deve essere compreso nella categoria delle attività che aiutano l’uomo a perseguire e realizzare l’interesse generale) anche fino a causarne o produrne la modifica o la distruzione; questa capacità, naturalmente, coesiste con l’obbligo premesso ad ogni norma di usare o disporre di ogni bene fisico per fini leciti e di interesse generale.

Da quanto detto finora discende che l’uomo possa (anzi, debba) usare del Creato al fine di assicurare la vita sua e dei suoi simili e garantirne il livello più soddisfacente, modificandolo, se necessario, e governandone i cambiamenti, e disponendo di qualunque sua parte – entità minerale, vegetale o animale che sia – purché con il giudizio e la ragionevolezza richiesti, anche fino all’eventuale distruzione. Questa è la nozione a mio parere più corretta per descrivere la custodia del Creato alla quale tutti noi, secondo l’insegnamento di San Francesco e il Magistero finora costante della Chiesa, siamo chiamati e tenuti.

Alcuni interpretano l’impegno alla tutela del Creato più propriamente nel senso di dover operare al fine di garantire l’invarianza del mezzo ambiente. Concezione, questa, che non posso non giudicare contraria alla morale oltre che antistorica e antiscientifica, poiché nei miliardi di anni della sua esistenza la Terra è cambiata da sé sola, senza intervento dell’uomo, molto e molte volte; del resto negare la veridicità di questa affermazione, rispetto alla quale esiste un indiscutibile apparato di prove scientificamente non contestabili, equivarrebbe a negare il principio stesso dell’evoluzione.

Anche per quanto riguarda l’ambiente nel suo complesso si pone il problema di quali debbano essere i rapporti tra l’uomo ed il resto del Creato. L’ambiente è composto da un numero elevatissimo di entità, alcune delle quali inanimate, altre dotate di sensibilità elementare, altre senzienti, altre ancora – gli uomini – senzienti, raziocinanti e dotati di un’anima immortale. È evidente che tra tutte queste entità solo gli uomini possono essere, come in effetti sono, titolari di diritti e contemporaneamente di doveri; diritti e doveri che possono avere ad oggetto – mai a soggetto – anche tutte le altre entità. Coloro che parlano di “diritti degli animali” nel far questo danno attestazione della loro ignoranza giuridica e filosofica. Correttamente la normativa vigente nel nostro ordinamento (da ultimo, L. 189/2004) parla di “divieti di maltrattamento degli animali” e non di “diritti degli animali”, che è una dizione priva di senso giuridico, e che fortunatamente ad oggi è assente dal nostro ordinamento giuridico.

Dunque, verso le altre entità presenti sulla Terra, gli uomini hanno dei doveri derivanti dal diritto naturale e/o determinati da norme positive; a questi doveri non corrisponde alcun diritto, se non quello astratto dell’ordinamento; quindi, poiché l’ordinamento è una delle forme in cui l’uomo si organizza, un diritto esiste: quello a vedere rispettate le norme positive che ne sono parte costituente e quelle di Diritto Naturale, ad esso preposte.

L’obbligo primario che incombe all’uomo verso il Creato è quello di custodirlo, cioè di organizzare la propria presenza sulla Terra in modo tale da garantire all’insieme delle cose e degli esseri creati la possibilità di svolgere la propria vita e di contribuire al procedere del mondo secondo le proprie regole ed in equilibrio con tutti gli altri soggetti. Da questa posizione scaturiscono immediate e stringenti conseguenze, e l’indicazione chiara, sull’atteggiamento che i cristiani – ma tutti gli uomini – devono tenere nei confronti del Creato. Seguendo l’affidamento che il Signore trasmise ad Adamo, l’uomo è vocato a soggiogare la Terra per assicurare a sé e a tutti i suoi discendenti le migliori condizioni di vita; per ottenere questo, deve lavorare e lavorarla, riprendendo l’esempio che il Signore stesso ci ha lasciato, e rispondendo ad impegno con impegno. Anche organizzare la convivenza e le sue regole secondo principi che consentano di raggiungere parametri di vita sociale che siano i migliori possibili costituisce quindi obbligo morale, prima ancora che sociale, per tutti noi.

Solo operando in questo modo, e facendo quanto in nostro potere per facilitare l’applicazione delle regole proprie del Creato ed insite nella sua natura, aiuteremo la Creazione a raggiungere il suo compimento.

Tutelare il Creato significa dunque in primis comportarsi in maniera tale da fare della Terra una casa sempre più confortevole per il genere umano. La Terra non ha per fine se stessa o qualche specie animale o vegetale, e nemmeno l’intera biosfera: essa è stata creata per garantire all’uomo – unico essere dotato di anima immortale – un contesto nel quale possa vivere e moltiplicarsi nel migliore dei modi. E chi non accettasse una visione delle cose che comprenda l’esistenza di una essenza immateriale, potrebbe sostituire ad “anima” il termine “ragione”, e la validità di questo ragionamento sarebbe confermata.

In concreto, dunque, tuteleremo il Creato solo garantendo e perfezionando la sua predisposizione ad accogliere nel miglior modo possibile la razza umana, ed a garantirne le più opportune possibilità di permanenza e di sviluppo. Naturalmente questo significa che anche in tema di ambiente sarà necessario, per mantenersi nella correttezza, procedere secondo un approccio che discenda dalla naturale primazia dell’uomo su tutte le altre specie animali, su tutte quelle vegetali e sul mondo inanimato. La legittimità dell’utilizzo del Creato, anche modificandolo, è compresa nella funzione di tutela così come l’ho descritta.

È quindi chiaro che ogni attività che determini un bilancio almeno non sfavorevole alla buona qualità della vita umana deve essere considerata, come in effetti è, totalmente lecita; naturalmente se organizzata e compiuta nel rispetto – al quale l’uomo è comunque tenuto – della dignità dell’insieme della natura. Che, secondo la mirabile definizione del Doctor Angelicus, “… non è altro che il piano di un Artista, e di un Artista divino, iscritto all’interno delle cose, grazie al quale si muovono verso un fine determinato, come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave.” (In “Octo libros Physicorum Aristotelis expositio”, II, c. 8, l. 14). “Consolidando, integrando e illuminando i fatti” (Benedetto XVI, 16 giugno 2010), San Tommaso torna al discorso sulle regole, che sono il vero, il maggiore miracolo della Creazione.

Ed è proprio rispettando ed applicando le regole connaturate con le cose esistenti che l’uomo deve svolgere la sua funzione di tutore del Creato. Ciò significa stabilire un codice di comportamento che definisca e guidi i rapporti dell’uomo con l’ambiente che lo circonda, organizzato secondo scale gerarchiche di norme positive rispettose del Diritto Naturale, e stabilite in relazione ai loro destinatari: gli obblighi sovranazionali, poi quelli degli Stati, delle organizzazioni intermedie, dei privati.

Come tutte le norme destinate a definire un comportamento corretto, anche quelle relative all’ambiente, nella loro essenza, sono scritte da sempre nel grande libro del Diritto Naturale, e però hanno bisogno di precisazioni che ne consentano l’applicazione anche in relazione al momento storico. La Gerarchia svolge anche a questo fine la sua attività, dalla quale, purché sia in aderenza alle pronunzie ex cathedra del Santo Padre, traggono origine il Deposito della Fede e la Dottrina Sociale della Chiesa; ma questa attività, della quale come fedeli abbiamo estremo bisogno, per quanto riguarda i temi ambientali non ha ricevuto nel passato l’opportuna attenzione, forse anche per l’insufficiente conoscenza tecnica delle problematiche che ne sono oggetto. Tale insufficienza è peraltro dimostrata dalla genericità e dalla superficialità delle argomentazioni che stanno alla base della recente Enciclica “Laudato si’”, nella quale si è seguita l’opinione diffusa tra i cultori dell’ambientalismo e non quella scientificamente più solida, anche se forse non maggioritaria. Nel testo dell’Enciclica – che, ricordiamolo, ha valore pastorale e non dottrinario – si fa più volte riferimento alla “opinione scientifica dominante”: mi azzardo a ricordare che ai tempi di Urbano VIII la “opinione scientifica dominante” era che la Terra fosse al centro dell’Universo, e su questa base fu presa la “cantonata Galileo”, rispetto alla quale poi il Santo Papa Giovanni Paolo II dovette fare ammenda per i suoi predecessori. Tempo verrà, credo io, e neanche tanto lontano, che un successore di Pietro dovrà chiedere scusa al mondo per alcune affermazioni contenute nella “Laudato si’”:

Ma la stessa Enciclica è intessuta anche da affermazioni e considerazioni sull’economia; la tonica dominante in questo campo è una critica serrata, della qale ritengo non si possa accettare apoditticamente la validità, del sistema capitalistico: esso viene accusato di essere causa delle sofferenze materiali degli uomini e del mancato raggiungimento di una soddisfacente distribuzione dei beni materiali. Viceversa, l’andamento delle misurazioni di tutti i parametri materiali dimostra che proprio il dominante sistema economico liberista capitalistico ha determinato, pur in presenza di un forte incremento demografico, l’esistenza di una situazione talmente buona che solo qualche decennio fa nessuno avrebbe osato prevederla. In effetti, quando affronta i problemi economici, l’Enciclica sembra scritta sotto l’influsso di premesse ideologiche paleo marxiste o di teologia della liberazione, neanche ben digerite: ma non è questo il contesto nel quale affrontare l’argomento.

Resta il fatto che molti fedeli sentono il bisogno – non risolto dall’Enciclica – di poter fare capo a un corpus di insegnamenti riferiti alla materia ambientale, che sia certo nella formulazione ed indiscutibile nei contenuti, al quale potersi riferire.    

Appare utile ricordare in proposito l’insegnamento di Papa Benedetto XVI, coerente con quanto affermato costantemente dall’insegnamento della Chiesa, e da considerare premessa necessaria a qualunque successiva elaborazione, cioè l’impossibilità ontologica di un contrasto tra i risultati dello studio della fede e della scienza della natura: natura e fede, ambedue frutto del Pensiero divino, non possono mai trovarsi – e di fatto mai si trovano – in contrasto tra di loro.

Il momento è giunto e non è differibile; al più presto la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana deve definire sistematicamente le proprie posizioni in campo ambientale. Noi laici, nell’offrire la nostra totale disponibilità ed il nostro impegno a contribuire a questa attività, preghiamo il Signore perché la Gerarchia della Chiesa metta mano con sollecitudine e solerzia a questo lavoro, necessario ed urgente. Partendo dalle definizioni e dalle idee fondamentali, oltre che dalle acquisizioni scientifiche più recenti, senza subire l’influenza del “pensiero unico” conformista dominante, vorremmo contribuire alla definizione di un sistema di principi che possa guidare la nostra azione sui temi ambientali nella società civile. Se questo non avvenisse, se i fedeli rimanessero privi di specifiche indicazioni certe e di indirizzi precisi, verrebbe lasciato ai falsi profeti ed ai profittatori, presenti numerosi nella società secolare e molto attivi nel settore, un grande campo di attività: e questo noi non lo vogliamo.

Ci assumiamo piuttosto il compito di fornire appoggio e sostegno al lavoro della Chiesa della quale facciamo parte. È inutile dire che attendiamo con grande ansia il segnale di partenza, che deve organizzare le basi dottrinarie della materia: l’approccio pastorale non appare esaustivo, e nemmeno soddisfacente. Come sempre, confidiamo nel Santo Padre; molto meno in alcuni suoi collaboratori e nella Curia romana di oggi.

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Una piccola nota sul presente – Prima puntata

Da molti commentatori la inattesa, sonora sconfitta di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane, grave per il rivolgimento della struttura che ne conseguirà più che per i numeri, è stata attribuita ad una debolezza strutturale del programma e della campagna elettorale e della conseguente poca presa sull’elettorato, che la ha resa facile preda del “populismo” di Trump. Sono anch’io abbastanza d’accordo su questa valutazione, che però considero un aspetto, non esclusivo e forse neanche principale, della verità. Per poter dare un risposta completa al quesito occorre però ricapitolare gli avvenimenti come si sono verificati, tenendo d’occhio anche l’evoluzione dei sondaggi e delle previsioni: non è un lavoro da fare in questa sede.

Bisogna però ricordare come le analisi praticamente unanimi dei sondaggisti, della stampa e dei commentatori attribuissero alla Clinton un forte vantaggio ed una sicura elezione; evidente conseguenza dell’appoggio convinto di tutti i poteri forti, dai quali nessuno osava dissentire. L’atteggiamento ottimista cominciò a declinare solo a notte fonda, verso la metà degli scrutini, quando i risultati cominciarono a parlare in modo inequivoco anche a coloro che non volevano capirli. A risultato finale acquisito fu chiaro che non erano serviti gli appoggi dei giornali, delle televisioni, degli “intellettuali”, del Presidente uscente, di Wall Street, delle banche, delle lobbies etniche; né la valanga di dollari rovesciata dai finanzieri d’avventura e dai paesi (ricchi e poveri) in pagamento dei favori ottenuti dalla Presidenza Clinton e da quella Obama: Hillary aveva perso, e con lei – forse più di lei – avevano perso tutti coloro che l’avevano sostenuta. Avevano perso Obama, il peggior Presidente degli ultimi settant’anni; avevano perso gli affaristi e gli imbroglioni, usi a trovare, tramite la preconizzata Presidente, strade facili per i loro intrallazzi; aveva perso il ceto parassitario e inutile dei corifei, preoccupati per il possibile venir meno delle loro prebende, immeritate quanto cospicue.

Un disastro! Nel quale i danneggiati, spinti dall’urgenza di rendere universale la propria disgrazia, cercarono di coinvolgere e tentarono di travolgere tutti, come se la sconfitta riguardasse l’universo intero, non un piccolo gruppo di parassiti. Perché, sennò, la valanga di previsioni negative che invasero – inventate, ripetute e diffuse da quelli che avevano sbagliato nelle previsioni, e che si incaponivano nel propalare una versione unilaterale e molto parziale delle cose – l’intero panorama dell’opinione pubblica (pubblica? Mah!) mondiale. In poche ore, al massimo un paio di giorni, anche queste previsioni furono smentite dalla ripresa dei mercati e dalla diffusione dell’ottimismo. I membri dell’intero establishment mondiale dei soldi (veri) e dei cervelli (veri o – più spesso – presunti, e condizionati per lo più dal servilismo) dovettero ammettere, e sia pure a mezza bocca, di essersi sbagliati: e dovettero pubblicamente riconoscere di non aver saputo prevedere, di non aver capito; per ripiego, vaticinarono che comunque l’elezione di Trump stava preparando al mondo intero sciagure e disastri di ogni genere.

Il tentativo di comprensione non è in atto, perché il suo avvio è bloccato dalla granitica certezza che l’errore sia stato causato dal destino cinico e baro e dall’ignoranza del popolo bue. A questo spinge, infatti, l’ingiustificato complesso di Napoleone dal quale questi inutili, miserabili parassiti succhiasangue e sfruttatori della gente perbene si trovano ad essere animati: e comunque dalla loro rozza e ignorante miopia.

Se è vero quanto ho scritto, è però altrettanto vero che deve essere meglio precisato. È vero che sono i singoli intrallazzatori ad essere stati sconfitti, ma la loro sconfitta non è un fatto individuale: si tratta della sconfitta delle autodefinite élites, alle quali i presuntuosi che ne fanno parte ritengono essere ascritti per diritto di nascita o di capacità o di censo, e che invece assai spesso hanno raggiunto per servilismo e ruffianaggine; quel ceto che da noi è venuto in voga chiamare “la casta”; in breve quelli che si approfittano del lavoro altrui, e godono di privilegi e vantaggi provenienti non da meriti, ma da rapine e malversazioni. Quel gruppo piuttosto ristretto del quale non fanno parte né tutti i più ricchi, né tutti i più colti, né tutti i più intelligenti, né tutti i più ruffiani, ma solo coloro che aggiungano alla giusta dose di caratteristiche elencate un grandissimo tasso di conformismo ed una totale disponibilità al servilismo; nei quali, insomma, la fregola per il potere, la notorietà e i soldi faccia premio sulla coerenza e sulla dignità. All’interno di questo gruppo composto da pochi individui di genio, ma anche di molti cialtroni manigoldi, viene gestita gran parte del potere economico, culturale e politico.

Ma se le élites sono potenti, brillanti, decisive quanto ritengono e si ritiene, come è che nel caso Clinton hanno tanto sonoramente fallito da non aver azzeccato neanche le previsioni per il dopo sconfitta? Chi o cosa le ha battute? Per dare una risposta a questa domanda occorre ricordare che il potere politico – che non può essere contrastato da nulla purché chi lo detiene lo voglia usare e lo sappia usare e non lo venda – ha anch’esso una scaturigine, che nei sistemi politici attuali dell’occidente, dei quali quello USA fa parte, è il consenso elettorale. Rispetto al quale le classi dominanti sono abituate a dare per scontate alcune cose che scontate non sono: il fatto che la competizione avvenga solo tra persone “normali”, cioè appartenenti allo stesso circolo di interessi è la principale; la garanzia che tale requisito venga rispettato è data dalla procedura di selezione dei concorrenti (la cooptazione) e dal controllo della casta sul destino degli interessi materiali del concorrente e del suo entourage. Nei casi, rari, in cui intervenga qualcuno o qualcosa fuori dal coro, la reazione è violenta e scomposta; vi ricordate di un certo Berlusconi? Il rigetto manifestato nei suoi confronti da molti – per non fare un elenco troppo lungo mi limiterò a citare Scalfaro e Napolitano, che ambedue travalicarono la correttezza costituzionale dei comportamenti – è la prefigurazione di quanto si prepara per Trump.

In conclusione: le classi dominanti palesano una sempre più deplorevole tendenza a trascurare la cura degli elettorati, dando per scontato il loro consenso.

Il fatto che Trump fosse di provenienza esterna all’inner circle della buona società politica e che disponesse di uno status patrimoniale a prima vista sottratto ad ogni possibilità di condizionamento spiega l’accanimento contro la candidatura e in campagna elettorale. La distanza dall’elettorato spiega la sconfitta della Clinton: lisciare i reggicoda e trascurare i detentori del vero potere – gli elettori – è politica che non frutta consensi né i voti della gente comune.

Esiste, purtroppo, un’altra fattispecie in cui la politica del numero uno e della sua cerchia pratica questo pessimo comportamento; certo, qui il caso è diverso, perché non si parla di stato ed elettori, ma di Chiesa e fedeli: non di gestire degli interessi, ma di lavorare per il bene delle anime. Ne ho già parlato, ma ne parlerò ancora più avanti.

(segue)

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La nuova regola: parli chi non sa

È un genio chi abbia una qualche caratteristica di funzionamento dell’intelletto che ne rende la funzionalità migliore di quella della generalità dei suoi simili. Ma non in tutti il possesso di capacità particolari si manifesta nello stesso modo: esistono forme di manifestazione della genialità che operano esclusivamente sul piano razionale della logica o dell’articolazione del ragionamento (come Platone, Tommaso d’Aquino, Kant, Einstein e non molti altri) e altre forme che vengono attivate, in modo preponderante o esclusivamente, sulla base di sensazioni o impressioni extrarazionali: il possesso di tali forme di genialità esclude parzialmente o totalmente l’aspetto razionale, talvolta facendo dell’irrazionalità e dell’asocialità la regola che presiede alla comunicazione e al comportamento (vedi Saffo, Caravaggio, Modigliani e molti altri). Tra queste due categorie estreme, c’è poi un elenco infinito di posizioni intermedie, nelle quali aspetti diversi si compenetrano e si sommano in misure diverse: a questa categoria appartengono per esempio Dante, Michelangelo, Beethoven.

Naturalmente avviene che taluni tra gli individui dotati di forme di genialità irrazionale si avventurino a formulare giudizi, e ciò avviene sempre più di frequente; e, naturalmente, non c’è problema se Celentano o Di Caprio sproloquiano di ecologia, di sociologia o di politica: quello che lascia interdetti è che qualcuno gli dia retta, senza aver prima verificato il possesso, da parte dell’esternante, degli strumenti necessari alla lettura, al ragionamento e all’espressione delle idee. Personalmente nutro molti dubbi che cantanti, attori, disc jockey, compositori di testi teatrali e via dicendo potrebbero superare un esame.

A questo elenco occorre certo aggiungere Dario Fo, l’attore recentemente scomparso e conformisticamente celebrato come genio politico oltre che artistico. La verità è che Fo di politica, e di dinamiche sociali, non ha mai capito nulla; quel poco che riteneva di aver compreso, lo aveva capito male. Tanto vale per la sua gioventù repubblichina, per la lunga militanza a favore dell’estrema sinistra e dei terroristi, per la sua recente conversione grillina. Credo che le sue azioni siano state determinate da un forte spirito di rivolta contro quello che credeva essere il potere (causato da problemi familiari o scolastici, verrebbe da dire) a servizio del quale egli poneva una potente capacità di osservazione e di critica. Ho scritto “potente” laddove ci si poteva aspettare un “penetrante”: non è una svista, perché l’analisi e la critica di Fo sono sempre limitate alla superficialità dei fenomeni osservati, che non vengono mai esaminati in profondità o nel loro vero significato.

Del resto, secondo me il suo successo di pubblico fu determinato proprio dal presentare in modo pirotecnico, intelligente e assai gradevole una visione assolutamente superficiale e conformistica dei fenomeni sociali e politici. Rispetto ai quali, ripeto, Fo non aveva una vera capacità di analisi e di giudizi; altrimenti non si spiegherebbero il suo schierarsi (e addirittura arruolarsi come volontario) nella RSI, né le coperture e gli aiuti forniti ai terroristi, né il suo impegno a favore del M5S.

Del premio Nobel non scrivo: si tratta di un riconoscimento che un tempo godeva di prestigio e considerazione, ma che con talune scelte effettuate negli ultimi tempi (pochi esempi: Gore, Obama, l’IPCC, il presidente colombiano) sta solo dimostrando l’insufficienza culturale dei giudici e il conformistico, servile consenso prestato al politicamente corretto. Dal quale dipendono pure i riconoscimenti a Fo e Dylan.

Già, ancora e ancora la sciagurata iattura del politicamente corretto: la grande sciagura utilizzando la quale un manipolo di mascalzoni che controllano gran parte dei mezzi di comunicazioni tiene in pugno uno stuolo bovino di gente troppo ignorante e accidiosa per ragionare con la testa propria, e trova più facile accettare acriticamente quanto altri hanno pensato o ripetono. Uno stuolo di inetti beoti che si appagano di acquisire notizie sportive o di grattarsi i pruriti erotici; che rappresentano, tuttavia, la maggioranza della popolazione. La mia speranza, anzi la mia certezza, è che poi, alla fine, molti di questi inetti ignoranti sono persone per bene, e al momento di decidere si mettono una mano sulla coscienza.

 

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Incapacità operative, complicità nel malaffare e scelte “politiche”

Che ogni tipo di sinistra sia un disastro per il contesto nel quale fa la tana è cosa risaputa, che io, in varie forme e in vari tempi, ho detto e scritto molte volte. Quasi sempre (per lo meno ogni volta che ne ho avuto il tempo, lo spazio o la voglia) ho anche cercato di argomentare a sostegno di questa posizione, spiegandone le ragioni; altre volte l’ho ripetuta come affermazione apodittica, per la quale ogni spiegazione era superflua: secondo me quest’ultimo è l’atteggiamento giusto, perché non è possibile ogni volta ricominciare da capo a spiegare agli interlocutori chi siamo e come la pensiamo, e così farò oggi.

Sta di fatto che quasi tutti i mali che affliggono l’umanità (e in maggior percentuale quelli che affliggono l’Italia) sono stati causati, o per lo meno favoriti, dalla sinistra, dalle sue idee o dalle sue posizioni; e non solo dalla sinistra feroce e sanguinaria dei sovietici, di Pol Pot, della rivoluzione culturale cinese e dei repubblicani spagnoli, ma anche da quella soufflée che ha preteso di presentarsi in modo educato e democratico in occidente dopo la caduta del Muro di Berlino, presentandosi secondo un atteggiamento fasullo e contrastante con la sua vera natura.

Tanto maggiori sono i danni causati dagli individui che fanno parte di questo schieramento, in quanto è grande la capacità di produrre gravi conseguenze negative operando secondo il loro solito, cioè praticando quel malaffare etico e politico che ne costituisce il segno distintivo: essi infatti sono abilissimi a sfruttare la loro grande capacità di collegamento (ma non sarà meglio dire: la loro complicità?) con quei membri di influenti funzioni pubbliche, come magistratura, stampa, finanza, ai quali garantiscono copertura e protezione, oltreché alla capacità di interlocuzione e supporto reciproco a livello internazionale, e alla spregiudicatezza dei metodi di lotta politica adottati.

Questo discorso vale a prescindere da qualunque distinzione di tempo o di luogo.

Per limitarci all’Italia dei tempi recenti, basterà ricordare gli inganni di Scalfaro per staccare Bossi da Berlusconi e quelli di Napolitano con Fini, purtroppo coronati ambedue da successo. Oltre che, naturalmente, i vent’anni di campagna giudiziaria e mediatica condotta in perfetta malafede da magistrati e giornalisti asserviti (o asservitisi) agli interessi della sinistra contro un personaggio che, come Berlusconi, non ha fatto nulla per evitare di esserne l’obiettivo.

Ora un fenomeno simile sta avvenendo negli USA, nella campagna elettorale per la Presidenza. Trump, come Berlusconi, non è né un uomo politico né uno stinco di santo; non possiamo aspettarci da lui, come non ci aspettavamo dal Cavaliere, una capacità di gestire la cosa pubblica che possa restare come esempio per le generazioni future; come più o meno tutti avrà qualche scheletro nell’armadio: ma è altrettanto certo che, se sarà eletto, porrà fine alla continuità di comportamenti dell’amministrazione corrotta, inefficiente, incapace, caratterizzata da continue cantonate, della gestione del peggior Presidente che gli americani abbiano mai avuto: finora, perché se fosse eletta la Clinton avremmo l’apertura di pubblici incanti per comprarsi i favori presidenziali e chissà cos’altro. E chi non ci crede può trarre auspici dalla vendita di incontri col marito Presidente organizzati a prezzi astronomici da madame Hillary tramite la fondazione di famiglia, e – nel loro piccolo – anche dai misteriosi, immotivati versamenti alla Fondazione Clinton del Ministero dell’Ambiente italiano, sui quali tornerò a breve in altra sede.

Del meccanismo di appoggio incrociato del quale ho appena parlato, del resto, fanno fede pubblica gli interventi dell’ambasciatore americano e di personaggi dell’establishment europeo e internazionale a Renzi per il si al referendum, puntualmente ricambiate da marchette a favore della candidatura della Clinton da parte del giglio magico e vicinanze. Convinzione? Credo piuttosto mercimonio, e, se me lo consentite, associazione a delinquere.

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A proposito di un viaggio (riflessioni di un cattolico di base)

Ci sono molte cose che non capisco, che non capite o che non capiamo: alcune naturali, e allora non le capiamo perché ignoriamo le leggi che le regolano; altre che sono determinate da atti positivi di volontà da parte di uno o più uomini: queste ultime non vengono comprese quando il processo razionale che ha portato alla decisione sfugge alla legge della logica, oppure è basato su presupposti non condivisi (e quindi da ritenersi errati).

In questa ultima categoria rientra l’imminente viaggio del Papa in Svezia per partecipare alle cerimonie di commemorazione di Martin Lutero, un personaggio ribelle alla Santa Chiesa; simoniaco non di indulgenze, ma di principi morali; calunniatore della gerarchia ecclesiastica e degli stessi fedeli; che autorizzò e incoraggiò l’espropriazione di conventi e lo stupro di suore; che causò migliaia di morti, distruzioni e devastazioni fornendo ai responsabili una falsa giustificazione religiosa; eversore della disciplina dei Sacramenti; negatore della razionalità come base del libero arbitrio e della salvazione. Molto altro vi sarebbe da dire contro il frate apostata: a me bastano questi ricordi sommari per determinare una potente irritazione nel vedere il Vescovo di Roma, Vicario di Cristo e successore di Pietro, umiliare la Chiesa ed umiliarsi mescolandosi ad una frotta di falsi preti seguaci dell’apostata, uniti tra di loro solo dall’odio contro Roma e contro la vera fede.

Va infatti ricordato che il Catechismo Maggiore – testo che a tutt’oggi fa parte degli insegnamenti della Chiesa e del suo Magistero – alla domanda 129, recita: “Il protestantesimo o religione riformata, come orgogliosamente la chiamarono i suoi fondatori, è la somma di tutte le eresie che furono prima di esso, che sono state dopo e che potranno nascere ancora a fare strage delle anime”; altrettanto va ricordato che di questa “somma di tutte le eresie” Martin Lutero è stato ideatore e primo motore.

Cosa c’è, allora, da festeggiare? La risposta andrebbe chiesta ai contadini tedeschi cattolici massacrati dai principi protestanti nel XVI e XVII secolo, agli irlandesi trucidati dai protestanti inglesi perché non volevano convertirsi alla riforma, ai tanti inglesi che compongono il lunghissimo elenco di persone impiccate o bruciate per la loro fede da Enrico VIII, da Elisabetta e dai loro successori; e ai tanti altri martirizzati dalla riforma per aver voluto difendere la loro cattolicità. Se questi nostri santi fratelli potessero parlare, certo esprimerebbero il loro sgomento nel vedere il successore di San Pietro, la negazione della dignità del quale è uno dei principali punti fermi della dottrina di Lutero, partecipare ad una cerimonia nella quale lo stesso Lutero viene celebrato come uomo di verità e di pace (e sia chiaro che non fu mai né l’uno né l’altro) e si inneggia alla formulazione e alla pubblicazione dei principi falsi e blasfemi da lui formulati.

Bene, confesso di non capire il perché di questa partecipazione del Santo Padre; dal quale anzi, umilmente, mi aspetterei un chiarimento – non a me, ma alla generalità dei fedeli – sui motivi e sugli obiettivi di questo viaggio, che è e più sarà causa di confusione e di turbamento per tutti.

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