Sull’illegalità e su come contrastarla

L’Italia è uno dei paesi nei quali si commette un maggior numero di reati, la repressione dei quali è sempre più un dato eventuale e casuale; in pratica, in Italia è forte la propensione all’illegalità e la sua pratica, e questo stato di cose viene determinato dalla propensione al buonismo degli organi di comunicazione e della magistratura, dall’indifferenza dell’opinione pubblica e dal poco efficace impegno – dovuto a mille cause – delle forze di vigilanza e repressione.

Volete degli esempi di comportamenti illegali? E cominciamo da quelli considerati a bassa intensità di illegalità. Ci sono gli abusivi con i prodotti taroccati; i bar e i ristoranti con i tavolini posti al di fuori dello spazio pubblico concesso; i posteggiatori abusivi; le code autogestite fuori degli uffici pubblici; l’occupazione delle case; i bambini non mandati a scuola nell’età dell’obbligo; le prostitute sguinzagliate per le vie cittadine ed extraurbane; l’abusivismo edilizio, con connesso rifiuto del gentiluomo De Luca, spalleggiato dai sedicenti legalisti grillini, di adeguare le norme alla Costituzione; l’abitudine generalizzata a non emettere fatture o scontrini fiscali.

L’elenco degli esempi potrebbe continuare, ed essere lungo forse cinquanta pagine. Ma il fatto più grave è che questi comportamenti illegali vengono consumati di fronte a tutti, forze dell’ordine comprese, e nessuno fa niente per porvi fine. I posteggiatori abusivi “lavorano” sotto gli occhi dei vigili urbani, che non trovano nulla da eccepire; altrettanto vale per gli occupanti abusivi di suolo pubblico: anzi, non è infrequente vedere uno (ma in genere due) vigili mangiare gratis nel ristorante che ha illecitamente più tavoli del dovuto, o uscirne portando via un pacchetto di cibarie per la famiglia; non vedrete mai un finanziere (salvo retate “dimostrative”) sequestrare beni contraffatti venduti abusivamente; nessuna autorità nemmeno pensa di restituire le case occupate ai legittimi proprietari o all’uso pubblico al quale siano destinate; bambini rom pitoccano a qualunque ora sotto gli occhi di tutti, senza che alcuno intervenga per mandarli a scuola, togliendo contemporaneamente la patria potestà ai genitori biologici; le prostitute e i prostituti rendono alcune vie delle città, specialmente – ma non solo – di notte, impraticabili alle famiglie o alla gente per bene, e i poliziotti possono spesso essere visti con loro, a parlare (o altro) nella massima tranquillità; la Regione Campania, tramite il suo pittoresco presidente De Luca, vuole legittimare l’abusivismo edilizio, sostenuta dagli autoproclamati legalitari grillini; la comparsa massiccia dei finanzieri si verifica solo a ferragosto, e a Cortina, più per farsi vedere che per controllare; pubblici dipendenti che impiegano il tempo per il quale lo Stato li paga per svolgere attività private; e, se volessi, potrei fare un elenco di comportamenti illegali “minori” ignorati, tollerati o addirittura favoriti dall’opinione pubblica e dalle pubblica autorità addirittura sterminato.

Altra categoria di reati, più gravi di quelli finora accennati, è quella degli atti di violenza, omicidi e non solo; a proposito dei quali parlare di particolare gravità dei femminicidi è da ignoranti e da imbecilli, visti i dati sulle morti violente, che colpiscono molto più gli uomini che le donne. Contro questo tipo di reato, comunque, la repressione è più efficace, fatte le debite eccezioni.

Poi, naturalmente, ci sono i fatti illeciti ancora più gravi e gravissimi, dei quali sono pieni giornali e televisioni: mafia, ‘ndrangheta, camorra, corruzioni milionarie, traffico di droga, traffico di migranti, eccetera (si tratta, purtroppo, di un elenco appena accennato). Anche questi avvengono spesso nell’indifferenza generale, ma possono dar luogo a forme di sfruttamento che non sempre e non da tutti vengono percepite come tali.

Ricordate coloro che Sciascia per primo chiamò “i professionisti dell’antimafia”? Gente che per lo più non ha un’occupazione chiara, e che si dedica professionalmente, a tempo pieno, a fare iniziative, finanziate da denaro pubblico, a favore della “legalità”, o che sfrutta la popolarità acquisita in queste “battaglie” per vendere libri orribili che senza marchette pubblicitarie sarebbero stati comprati da dieci lettori; e pensare che a far rispettare la legalità esistono soggetti il costo dei quali è già sostenuto dallo Stato, e per i quali i profitti dei professionisti dell’antiillegalità rappresentano la sottrazione netta di risorse che sarebbero essenziali per il loro buon funzionamento.

Anche se può sembrare una contraddizione in termini, poi, occorre dire che ci sono frange della magistratura composte da favoreggiatori dell’illegalità: si tratta, per esempio, di coloro che tirano a qualificare le accuse a livelli sempre più alti, confondendo così il più e il meno, mischiando il leggero con il grave, e in ultima analisi confondendo le situazioni e determinando l’impossibilità di irrogare la giusta punizione ai colpevoli. E poi, naturalmente, evita di compiere il proprio dovere evitando la responsabilità di punire i colpevoli, o assegnando loro una pena tanto lieve da renderne inutile o impossibile l’esecuzione.

Come è possibile contrastare e risolvere questo stato di cose? Abbiamo un esempio che ci viene dagli USA, ed in particolare da New York: poiché la situazione della delinquenza era divenuta insostenibile dalla cittadinanza, all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso le autorità cittadine introdussero il principio della “tolleranza zero”, che, partendo da una severa repressione dei reati minori, voleva risalire la scala di gravità dei comportamenti illeciti. Attuando con serietà questa strategia in pochi anni New York è divenuta una delle città più tranquille del mondo.

Invocare e reclamare che le autorità competenti applichino la “tolleranza zero” sarà l’unica strada per risolvere i problemi dell’illegalità in Italia. Con buona pace di Don Ciotti, di Saviano e di quanti altri ne gestiscano oggi i ricaschi in termini di professionismo.

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Forse non c’entra niente col tono generale di questo foglio di appunti, ma la poesia di Khalil Gibran dedicata ai figli mi è tanto piaciuta, che ho ritenuto non poterne privare i miei lettori. Buona riflessione.

 

I figli

di Khalil Gibran

I tuoi figli non sono figli tuoi:
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
Ma non le tue idee,
Perché loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
Non alla loro anima,
Perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
Dove a te non è dato di entrare,
Neppure col sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro,

Ma non volere che essi somiglino a te,
Perché la vita non ritorna indietro,
E non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

 

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I miserabili (non da Victor Hugo)

Per quello che può valere la mia opinione, credo che gli uomini si dividano in due categorie principali: i veri uomini e i miserabili. I primi sono coloro che, per compiere il cammino della vita, fanno affidamento solo su se stessi: esaminano il terreno, valutano gli itinerari possibili, e scelgono il migliore in ragione dell’obiettivo da raggiungere, anche in ragione delle proprie forze. Non vanno mai dietro ad altri; non dicono esser propria una strada, una risorsa, una scoperta fatta da altri; si associano con altri solo per perseguire un obiettivo comune verso il quale sia condivisa la convinzione di doversi impegnare insieme, mai per garantirsi vantaggi personali. Un uomo vero, quello che gli spagnoli definiscono hombre vertical, è colui che si è costruito un sistema di valori e una morale dai quali non è disposto, a nessun prezzo, a derogare, e che non piega la schiena di fronte a nessuno.

È un uomo che persegue l’affermazione personale, però solo come riconoscimento dei propri meriti, mai ad ogni costo; che, per dirla con Cyrano, vuol crescere anche poco, ma con le proprie forze, non appoggiandosi a chi è più grande; che preferisce essere un olivo, basso, che un’altissima edera appoggiata e sostenuta dal tronco di un grande albero. È uomo colui che vive una vita coerentemente morale, che misura i risultati sulle proprie forze, che non esita mai ad assumersi le proprie responsabilità; che fa il suo dovere, quali che siano le conseguenze. È una persona che ha fatto proprio e mette in pratica lo splendido motto della cavalleria: Fais ce que tu dois, advienne que pourra. Certo questo tipo di comportamento non determina grandi amicizie: ma io sto con Churchill, che disse: “You have enemies? Good. That means you’ve stood up for something, sometime in your life.” E, secondo un altro maestro, letterario stavolta come il già citato Cyrano, una giornata trascorsa senza aver acquisito un nemico era tempo perso.

Di uomini di questo tipo non se ne trovano molti: la maggioranza è composta dai miserabili, gente che ha per unico interesse il piccolo benessere personale o della famiglia, per il quale non solo è pronta a prostituirsi, ma cerca clienti ai quali vendersi. Uomini piccoli, che antepongono l’interesse particolare a quello generale; e che per raggiungerlo non esitano a tessere qualsiasi losca rete di alleanze e collegamenti. Bravo chi l’ha pensato, è proprio questo il brodo di coltura delle mafie e delle massonerie, e di tutte le alleanze che ammorbano l’aria del nostro Paese e ne rendono madido di illegalità il tessuto sociale.

Cosche di questa origine le troviamo, se cerchiamo con un minimo di attenzione, nelle magistrature, nella burocrazia, nel mondo militare, nelle professioni, nei vertici dell’imprenditoria pubblica e private, nei mezzi di comunicazione; e addirittura ne fanno parte dei prelati, di livello altissimo, di mezza tacca e di base; insomma, sono dappertutto. I collegamenti e le complicità vigenti in queste consociazioni prescindono, almeno in principio, dal rispetto delle leggi e della morale; un machiavellismo malinteso porta i loro aderenti ad agire tenendo in conto la legge solo per quel tanto che si presume possa bastare ad evitare conseguenze penali.

Dal punto di vista caratteriale i miserabili sono caratterizzati dall’assenza di dignità e di iniziative personali: il loro gregarismo, sviluppatosi nei rapporti servili che intrattengono con i capibastone, li porta a forme di parassitismo estese a tutti i comportamenti sociali. Un noto cronista di ciclismo definisce chi attua comportamenti di questo tipo, restando nel gruppo senza mai tirare e sfruttando il lavoro degli altri, “ciucciaruote”: è la forma ciclistica del miserabile, ma potremmo estendere agli altri contesti sociali questa qualifica espressiva. Potremo così chiamare ciucciaruote tutti coloro che sul lavoro tentano di farsi belli usurpando iniziative di un collega; chi segue comportamenti e attività di chi riconosce, invidiandolo, come a sé superiore; e via dicendo.

L’insieme dei collegamenti tra i miserabili va poi a costituire la melassa, contesto che rende estremamente difficile alle persone valide di raggiungere – a volte anche di perseguire – obiettivi di interesse generale; ma sulla melassa sto preparando una nota specifica che pubblicherò tra pochi giorni. A presto.

 

 

 

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Ottenere risultati a basso costo? Non interessa ai politici italiani. Breve appunto sulla siccità e su come superarla.

Anche se superata dalle precipitazioni delle ultime settimane, la siccità è stata il tema dominante dell’estate. Come nel caso di molti altri problemi di questo nostro povero Paese, a problema superato si cominciano a trovare le soluzioni: gli agricoltori piemontesi dicono di aver scoperto un sistema (l’irrigazione a goccia) impiegato nel mondo civile da oltre cinquant’anni; altri geni innovatori, stavolta in Puglia, si accorgono che è possibile usare per l’irrigazione, fatti i necessari controlli, l’acqua reflua dei depuratori (fattispecie già normata oltre dieci anni fa e in uso in molti paesi); improvvisamente ci si accorge che invasi dalla capacità di miliardi di metri cubi d’acqua sono da anni privi di collegamento con gli schemi idrici esistenti, e quindi assolutamente inutili; che, della non molta disponibile, una gran quantità d’acqua (circa il 40% del totale) va dal tubo al campo alle nuvole in un ciclo dal quale non viene prodotto alcun effetto sul coltivato.

È utile, anche se non sufficiente, tutto quello che viene fatto; ma occorre che, mentre si implementano metodi di coltivazione più efficienti, venga aumentata in modo consistente la quantità d’acqua disponibile.

Sappiamo come si fa, altri lo stanno facendo e noi stessi in passato l’abbiamo – anche se su scala sperimentale – fatto. In effetti la tecnica per la stimolazione della pioggia mediante inseminazione delle nuvole – di questo sto parlando – è prassi costante in molti Paesi (Israele ed USA in primis) e produce effetti estremamente soddisfacenti; e giunge ora la notizia che la Cina ha deciso di stanziare 168 milioni di dollari in un programma destinato a produrre un incremento di precipitazioni del 10% su 960.000 chilometri quadrati di territorio siccitoso del nord ovest della Cina nei prossimi tre anni.

Qualcuno potrà osservare: solo 168 milioni di dollari? Cosa si può ottenere con un investimento così piccolo, che non ci si costruirebbe neanche una diga piccolissima? Credo che in Italia il problema sia proprio questo: il basso costo.

In effetti, chiunque abbia consuetudine con la P.A., specie quella locale, sa che le iniziative a basso costo, anche se garantiscono ottimi risultati, difficilmente vengono adottate: esse non garantiscono agli operatori sufficienti margini di potere e di fringe benefits, se vogliamo chiamare così le utilità coperte degli amministratori. Ed in effetti, quando il ministero dell’ambiente mise a disposizione una decina di milioni di euro per ognuna delle regioni interessate al fenomeno della siccità, tutte salvo una risposero di non essere interessate all’iniziativa, e di volere piuttosto qualche centinaio di milioni per costruire un acquedotto.

E pensare che l’iniziativa di prova assunta in Puglia dal Ministero dell’Agricoltura negli anni ’80-’90 del secolo scorso aveva evidenziato, applicando un rigoroso metodo scientifico di certificazione, un incremento di precipitazioni, a seguito dell’inseminazione, vicino al 40%. Al costo incredibilmente basso di 3 lire per metro cubo d’acqua ottenuto.

Non voglio, in questa sede, entrare nella tecnica di intervento, ma sono disponibile a fornire precisazioni a chi sia interessato.

In tutto questo, i Ministeri competenti – soprattutto agricoltura e ambiente – pare non siano interessati: non risulta infatti nessuna iniziativa assunta in ordine all’inseminazione artificiale; e pensare che, se all’agricoltura dovrebbe interessare l’acqua necessaria all’irrigazione, l’ambiente dovrebbe preoccuparsi molto di garantire il MDV (minimo deflusso vitale) per assicurare il mantenimento dell’ecosistema nei corsi d’acqua.

Che i ministri – incompetenti per definizione – non organizzino iniziative nella materia accennata è quasi naturale; ma che i direttori generali competenti non si siano attivati appare vergognoso, e conferma che le nomine effettuate ai livelli apicali dell’Amministrazione, specialmente negli ultimi tempi, sono state motivate non da ragioni di competenza o capacità, ma da necessità lottizzatorie e/o clientelari.

L’autunno imminente dovrebbe far ritenere superato, nell’immediato, il problema siccità: sarebbe il momento opportuno, per un’amministrazione responsabile e competente, per assumere iniziative a medio termine: già l’estate 2018 potrebbe vedere avviata gran parte della soluzione il problema.

 

 

 

 

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Appunti di un cattolico sull’ambiente 3 – Cattolici, Fede e Gerarchia

 Come tutte le norme destinate a definire un comportamento corretto, anche quelle relative all’ambiente, nella loro essenza, sono scritte da sempre nel grande libro del Diritto Naturale, e però hanno bisogno di precisazioni che ne consentano l’applicazione anche in relazione al momento storico. La Gerarchia svolge anche a questo fine la sua attività, dalla quale traggono origine il Deposito della Fede e la Dottrina Sociale della Chiesa; ma questa attività, della quale come fedeli abbiamo estremo bisogno, per quanto riguarda i temi ambientali non ha ricevuto nel passato l’opportuna attenzione, forse anche per l’insufficiente conoscenza tecnica delle problematiche che ne sono oggetto da parte della Gerarchia. Tale insufficienza è peraltro dimostrata dalla genericità, dalla superficialità e dagli errori contenuti nelle argomentazioni che stanno alla base della recente Enciclica “Laudato si’”, nella quale si è seguita l’opinione diffusa tra i cultori dell’ambientalismo e non quella scientificamente più solida; sono state inoltre messi in secondo piano principi e affermazioni positive seguite fin qui dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Nel testo dell’Enciclica – che, ricordiamolo, ha valore pastorale e non dottrinario – si fa più volte riferimento alla “opinione scientifica dominante”: mi azzardo a ricordare che ai tempi di Urbano VIII la “opinione scientifica dominante” ritenuta anche dalla Chiesa era che la Terra fosse al centro dell’Universo, e su questa base fu presa la “cantonata Galileo”, rispetto alla quale poi il Santo Papa Giovanni Paolo II dovette fare ammenda per i suoi predecessori. Tempo verrà, credo io, e neanche tanto lontano, che un successore di Pietro dovrà chiedere scusa al mondo per alcune affermazioni contenute nella “Laudato si”. Per modi e tempi della critica, vedremo in altra sede.

La stessa Enciclica è fittamente intessuta anche da affermazioni e considerazioni sui problemi economici; la tonica dominante in questo campo è una critica serrata, della quale ritengo non si possa accettare apoditticamente la validità, del sistema capitalistico: esso viene accusato di essere causa delle sofferenze materiali degli uomini e del mancato raggiungimento di una soddisfacente distribuzione dei beni materiali. Si tratta di una solenne baggianata, dato che l’andamento delle misurazioni di tutti i parametri dimostra che proprio il dominante sistema economico liberista capitalistico ha determinato, pur in presenza di un forte incremento demografico, l’esistenza di una situazione talmente buona che solo qualche decennio fa nessuno avrebbe osato prevederla. Quando vengono affrontati i problemi economici, l’Enciclica sembra scritta sotto l’influsso di premesse ideologiche paleo marxiste, neanche ben digerite, oltretutto basate su presupposti sociologici d’accatto e poggiate su considerazioni che anche uno studente del primo anno di economia giudicherebbe approssimative; ma non credo che sia questo il contesto nel quale affrontare l’argomento.

Rispetto a questa situazione occorre però ricordare il disposto del Codice di Diritto Canonico(Can. 212, c. 3), che afferma non solo il diritto dei fedeli a riprendere, nelle dovute forme, i pastori che sbaglino nel sostenere posizioni non corrette, ma il loro dovere di farlo. Si tratta, del resto, di un principio insito da sempre nella dottrina e nella prassi della Chiesa, se è vero, come è vero, che San Paolo non esitò a contestare San Pietro, Capo indiscusso della Chiesa per diretta investitura di Nostro Signore Gesù Cristo, a proposito degli obblighi che questi voleva imporre ai gentili prima di accettarli come catecumeni; San Paolo non solo criticò il suo superiore, ma ottenne che Egli modificasse la sua posizione e gli desse ragione.

Chi si senta e sia fedele figlio della Chiesa non può esimersi dal mettere in pratica questo diritto-dovere; anche se la necessaria prudenza richiederà del tempo per individuare le forme in cui attuarlo, senza consentire, beninteso, che la prudenza divenga inerzia.

Resta il fatto che molti fedeli sentono il bisogno – non risolto dall’Enciclica, la quale non senza motivo è scomparsa dagli interventi dei commentatori, restando solo citata per adulazione o ruffianesimo – di poter fare capo a un corpus di insegnamenti correttamente riferiti alla materia ambientale certo nella formulazione ed indiscutibile nei contenuti.

Che, tanto per ricordarlo, muovono dalla supremazia dell’uomo sul resto del Creato; dalla tutela della vita umana dal concepimento alla fine naturale; dalla strumentalità del creato rispetto alla migliore esistenza di ogni singolo individuo umano. Si tratta, se consentite, di principi non negoziabili, e sui quali non negozierò.    

Appare utile ricordare a questo punto l’insegnamento di Papa Benedetto XVI, che, coerentemente con quanto affermato con fermezza nel Deposito della Fede e nell’insegnamento della Chiesa, considera premessa necessaria a qualunque successiva elaborazione la constatazione dell’impossibilità ontologica di un contrasto tra i risultati dello studio corretto della fede e dalla scienza della natura, ambedue frutto del Pensiero divino, che non possono mai trovarsi – e di fatto mai si trovano se lo studio è obiettivo – in contrasto tra di loro o con le regole poste dal Creatore a regolare fatti naturali (leggi naturali) e comportamenti umani (Diritto Naturale).

Il momento è giunto e non è differibile; al più presto la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana, deve definire sistematicamente le proprie posizioni in campo ambientale. Noi laici, nell’offrire la nostra totale disponibilità ed il nostro impegno a contribuire con lo studio e la dedizione a perseguire questo obiettivo, preghiamo il Signore perché la Gerarchia della Chiesa metta mano con sollecitudine e solerzia a questo lavoro, necessario ed urgente; e preghiamo lo Spirito Santo di illuminare le menti di coloro che compiranno quest’opera affinché superino le tentazioni e i mali suggerimenti dei quali saranno oggetto, e i fraintendimenti cui la loro mente umana li potrà sottoporre.

Partendo dalle definizioni e dalle idee fondamentali, oltre che dalle acquisizioni scientifiche più recenti, senza subire l’influenza del “pensiero unico” conformista dominante, anche noi laici vorremmo contribuire alla definizione di un sistema di principi che possa guidare la nostra azione sui temi ambientali nella società civile. Se questo non avvenisse, se i fedeli rimanessero privi di specifiche indicazioni certe e di indirizzi precisi, coerenti con la Tradizione, verrebbe lasciato ai falsi profeti ed ai profittatori, presenti numerosi nella società secolare, che si stanno anche infiltrando nella Chiesa, e che sono molto molto attivi nel settore, un grande spazio per la loro nefanda attività: e questo noi non lo vogliamo, anzi, è nostro preciso dovere fare tutto il possibile per impedirlo.

Ci assumiamo pertanto il compito di fornire appoggio e sostegno al lavoro della Chiesa della quale facciamo parte. È inutile dire che attendiamo con grande ansia il segnale di partenza per questa attività, alla quale in molti sono già dediti con impegno.

L’obiettivo è ottenere un atto o un complesso di atti che dichiari ed espliciti le basi dottrinarie della materia ambientale, a mio parere nella loro essenza già definite: non sarà esaustivo, e nemmeno soddisfacente che la materia sia trattata utilizzando un approccio esclusivamente pastorale.

Nonostante tutto confidiamo nel Santo Padre regnante, come abbiamo confidato e seguitiamo ad affidarci all’insegnamento dei suoi predecessori; molto meno confidiamo nella scienza e nella coscienza di alcuni suoi collaboratori e del sistema curiale, che appare sempre più un ovile nel quale siano penetrati lupi travestiti da agnelli e le pecore si offrano al sacrificio.

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Appunti di un cattolico sull’ambiente 2 – L’uomo nel creato

Parlare di “materia” e insieme di “uomo” significa parlare di Creato, o – che è lo stesso – di ambiente.

Verso il Creato l’uomo ha grandi responsabilità; la sua caratteristica di unico essere dotato di effettiva esistenza fisica in possesso di anima e di ragione – perciò non solo senziente, ma anche cosciente di sentire – lo pone indiscutibilmente in posizione di primazia naturale rispetto al resto dell’Universo, e pertanto lo rende responsabile, nei limiti delle sue possibilità, capacità e responsabilità, della sua buona conservazione; l’uomo è dotato di un diritto di disposizione consistente, secondo la definizione romana, nello ius utendi et abutendi, dove il termine abutendi vuole indicare la capacità di diritto naturale – cioè, necessariamente, rispettosa della norma morale – di disporre del bene per il fine suo proprio (che non è necessariamente contenuto nell’oggetto, e che deve essere compreso nella categoria delle attività che aiutano l’uomo a perseguire e realizzare l’interesse generale) anche fino a causarne o produrne la modifica o la distruzione; questa capacità, naturalmente, coesiste con l’obbligo premesso ad ogni norma di usare o disporre di ogni bene fisico per fini di interesse generale.

Da quanto detto finora discende che l’uomo possa (anzi, debba) usare del Creato al fine di assicurare la vita sua e dei suoi simili e garantirne il livello più soddisfacente, modificandolo, se necessario, e governandone i cambiamenti, e disponendo di qualunque sua parte – entità minerale, vegetale o animale che sia – purché con il giudizio e la ragionevolezza richiesti, anche fino all’eventuale distruzione. Questa è la nozione a mio parere più corretta per descrivere la custodia del Creato alla quale tutti noi, secondo l’insegnamento di San Francesco e il Magistero costante della Chiesa, confermato anche di recente e mai finora messo in dubbio, siamo chiamati e tenuti.

Alcuni interpretano l’impegno alla tutela del Creato più propriamente nel senso di dover operare al fine di garantire l’invarianza del mezzo ambiente. Concezione, questa, che non posso non giudicare contraria alla morale oltre che antistorica e antiscientifica, poiché nei miliardi di anni della sua esistenza la Terra è cambiata anche da sé sola, senza intervento dell’uomo, molto e molte volte; e oggi è quale è, adatta anche alla vita umana, rispetto alla quale la ritengo ontologicamente strumentale, perché la natura e l’uomo così l’hanno configurata; del resto negare la veridicità di questa affermazione, rispetto alla quale esiste un indiscutibile apparato di prove scientificamente non contestabili, equivarrebbe a negare il principio stesso dell’evoluzione.

Anche per quanto riguarda l’ambiente nel suo complesso si pone il problema di quali debbano essere i rapporti tra l’uomo ed il resto del Creato. L’ambiente è composto da un numero elevatissimo di entità, alcune delle quali inanimate, altre dotate di sensibilità elementare, altre senzienti, altre ancora – gli uomini – senzienti, raziocinanti e dotati di un’anima immortale. È evidente che tra tutte queste entità solo gli uomini possono essere, come in effetti sono, titolari di diritti e contemporaneamente di doveri; diritti e doveri che possono avere ad oggetto – mai a soggetto – anche tutte le altre entità. Coloro che parlano di “diritti degli animali” nel far questo danno attestazione della loro ignoranza giuridica e filosofica. Correttamente la normativa vigente nel nostro ordinamento parla di “divieti di maltrattamento degli animali” e non di “diritti degli animali”, che è una dizione priva di senso giuridico, e che fortunatamente ad oggi è assente dal nostro ordinamento giuridico.

Dunque, verso le altre entità presenti sulla Terra, gli uomini hanno dei doveri derivanti dal diritto naturale e/o determinati da norme positive; a questi doveri non corrisponde alcun diritto, se non quello astratto dell’ordinamento; quindi, poiché l’ordinamento è una delle forme in cui l’uomo si organizza, un diritto esiste: quello a vedere rispettate le norme positive che ne sono parte costituente e quelle di Diritto Naturale, ad esso preposte.

L’obbligo primario che incombe all’uomo verso il Creato è quello di custodirlo, cioè di organizzare la propria presenza sulla Terra in modo tale da garantire all’insieme delle cose e degli esseri creati la possibilità di svolgere la propria vita e di contribuire al procedere del mondo secondo le proprie regole ed in equilibrio con tutti gli altri soggetti. Da questa posizione scaturiscono immediate e stringenti conseguenze, e l’indicazione chiara, sull’atteggiamento che i cattolici, tutti i cristiani e tutti gli uomini, devono tenere nei confronti del Creato. Seguendo l’affidamento che il Signore trasmise ad Adamo, l’uomo è vocato a soggiogare la Terra per assicurare a sé e a tutti i suoi discendenti le migliori condizioni di vita; per ottenere questo, deve lavorare e lavorarla, riprendendo l’esempio che il Signore stesso ci ha lasciato, e rispondendo ad impegno con impegno. Anche organizzare la convivenza e le sue regole secondo principi che consentano di raggiungere parametri di vita sociale che siano i migliori possibili costituisce quindi obbligo morale, prima ancora che sociale, per tutti noi.

Solo operando in questo modo, e facendo quanto in nostro potere per facilitare l’applicazione delle regole proprie del Creato ed insite nella sua natura, aiuteremo la Creazione a raggiungere il suo compimento.

Tutelare il Creato significa dunque in primis comportarsi in maniera tale da fare della Terra una casa sempre più confortevole per il genere umano. La Terra non ha per fine se stessa o qualche specie animale o vegetale, e nemmeno l’intera biosfera: essa è stata creata per garantire all’uomo – unico essere, ripeto ancora una volta, dotato di anima immortale – un contesto nel quale possa vivere e moltiplicarsi nel migliore dei modi. E chi non accettasse una visione delle cose che comprenda l’esistenza di una essenza immateriale, potrebbe sostituire ad “anima” il termine “ragione”, e la validità di questo ragionamento sarebbe confermata.

In concreto, dunque, tuteleremo il Creato solo garantendo e perfezionando la sua predisposizione ad accogliere nel miglior modo possibile la razza umana, ed a garantirne le più opportune possibilità di permanenza e di sviluppo. Naturalmente questo significa che anche in tema di ambiente sarà necessario, per mantenersi nella correttezza, procedere secondo un approccio che discenda dalla naturale primazia dell’uomo su tutte le altre specie animali, su tutte quelle vegetali e sul mondo inanimato. La legittimità dell’utilizzo del Creato, anche modificandolo, è compresa nella funzione di tutela così come l’ho descritta.

È quindi chiaro che ogni attività che determini un bilancio almeno non sfavorevole alla buona qualità della vita umana deve essere considerata, come in effetti è, totalmente lecita; naturalmente se organizzata e compiuta nel rispetto – al quale l’uomo è comunque tenuto – della dignità dell’insieme della natura. Che, secondo la mirabile definizione del Doctor Angelicus, “… non è altro che il piano di un Artista, e di un Artista divino, iscritto all’interno delle cose, grazie al quale si muovono verso un fine determinato, come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave.” (In “Octo libros Physicorum Aristotelis expositio”, II, c. 8, l. 14). “Consolidando, integrando e illuminando i fatti” (Benedetto XVI, 16 giugno 2010), San Tommaso torna al discorso sulle regole, che sono il vero, il maggiore miracolo della Creazione.

Ed è proprio rispettando ed applicando le regole connaturate con le cose esistenti che l’uomo deve svolgere la sua funzione di tutore del Creato. Ciò significa stabilire un codice di comportamento che definisca e guidi i rapporti dell’uomo con l’ambiente che lo circonda, organizzato secondo scale gerarchiche di norme positive rispettose del Diritto Naturale, e stabilite in relazione ai loro destinatari: gli obblighi sovranazionali, poi quelli degli Stati, delle organizzazioni intermedie, dei privati.

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Appunti di un cattolico sull’ambiente 1 – La Creazione

Nato per atto positivo di un creatore, come credo e come credono molti, oppure originato da una combinazione di eventi che prescindono da un disegno razionale, come credono altri, l’universo ha cominciato ad esistere in un determinato momento, quando è venuta in essere la materia e, in uno con essa, ad essa stretto da una relazione indissolubile, il tempo; e, insieme alla materia ed al tempo, comprese al loro interno e ad essi connaturate, sono venute in essere – con le norme morali che indicano il giusto comportamento agli esseri umani – anche le regole che determinano nascita, vita, mutamenti e fine di tutte le cose materiali. In proposito leggiamo infatti nella Bibbia: “omnia in mensura, et numero et pondere disposuisti” (Sapienza, 11, 20).

E gli esseri viventi? E l’uomo? Sono stati creati così come sono, oppure sono il frutto dell’evoluzione, durata eoni, di una prima forma elementare di vita, venutasi a formare per creazione o casualmente? È il “titolo” di un dibattito che va avanti da molto tempo, ricorrentemente con toni di particolare vivacità: da una parte coloro, in particolare alcuni cristiani, che considerano la Bibbia il testo rivelato da Dio per guidare gli uomini verso la salvezza eterna, e ne chiedono una interpretazione strettamente aderente al testo letterale, a partire dalla Genesi; dall’altra, semplificando, coloro che non accettano il racconto biblico della Creazione, e ritengono che la vita sia nata per un avvenimento determinato dal caso o da una volontà esterna, evolvendosi poi nel tempo fino ad arrivare alle complessità del mondo d’oggi.

Esiste poi una corrente di pensiero che, accettando il principio creazionista per quanto riguarda la materia, non esclude che lo sviluppo della vita possa essere avvenuto secondo logiche evoluzioniste. Personalmente mi ascrivo a questo terzo gruppo, mantenendo un’opzione doppiamente creazionista. A me appare chiaro che il Creatore sia intervenuto direttamente due volte, non necessariamente disgiunte dal punto di vista temporale ma certamente distinte dal punto di vista logico: la prima per creare la materia, la seconda per creare l’anima dell’uomo.

Voglio qui ricordare alcune pronunzie contenute in atti pontifici – alcuni non recentissimi – che furono le prime a porre sotto una luce diversa da quella comunemente accettata la questione; accetto e condivido in pieno tali pronunzie.

L’Enciclica del grande Papa Pio XII “Humani generis”, pubblicata il 12 agosto 1950 – si, oltre sessantacinque anni fa – a proposito del dialogo della Chiesa Cattolica con il mondo scientifico, così si esprime in argomento: “… il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente. Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede”.

Posizione pienamente confermata nella successiva allocuzione ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: nel suo intervento in quella sede Pio XII confermò le due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse la teoria evoluzionistica come se fosse un’acquisizione certa della scienza, e che restassero fuori da ogni dubbio i contenuti della Rivelazione in proposito.

L’argomento è stato poi ripreso da S. Giovanni Paolo II nel suo Messaggio alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996: “Prima di proporvi qualche riflessione più specifica sul tema dell’origine della vita e dell’evoluzione, desidero ricordare che il Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi, nell’ambito della propria competenza. Citerò qui due interventi. Nella sua Enciclica Humani generis (1950) il mio predecessore Pio XII aveva già affermato che non vi era opposizione fra l’evoluzione e la dottrina della fede sull’uomo e sulla sua vocazione, purché non si perdessero di vista alcuni punti fermi. Da parte mia, nel ricevere il 31 ottobre 1992 i partecipanti all’Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l’occasione, a proposito di Galileo, di richiamare l’attenzione sulla necessità, per l’interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di studio, l’esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura”.

Sulla questione si è espresso in modo ad oggi definitivo Sua Santità Benedetto XVI, che nel Messaggio alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 31 ottobre 2008 così diceva: “Nella scelta del tema ‘Comprensione scientifica dell’evoluzione dell’universo e della vita’, cercate di concentrarvi su un’area di indagine che solleva grande interesse. Infatti, oggi molti nostri contemporanei desiderano riflettere sull’origine fondamentale degli esseri, sulla loro causa, sul loro fine e sul significato della storia umana e dell’universo. In questo contesto, è naturale che sorgano questioni relative al rapporto fra la lettura che le scienze fanno del mondo e quella offerta dalla rivelazione cristiana. I miei predecessori Papa Pio XII e Papa Giovanni Paolo II hanno osservato che non vi è opposizione fra la comprensione di fede della creazione e la prova delle scienze empiriche. […] affermare che il fondamento del cosmo e dei suoi sviluppi è la sapienza provvida del Creatore non è dire che la creazione ha a che fare soltanto con l’inizio della storia del mondo e della vita. Ciò implica, piuttosto, che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene costantemente.”

Questo approccio, che è testimonianza del riconoscimento della necessaria corrispondenza tra Fede e scienza già potentemente affermata da San Tommaso d’Aquino e tanto efficacemente ribadito da S.S. Benedetto XVI, è ben diversa dall’intransigente rivendicazione del creazionismo assoluto propria di alcuni gruppi protestanti integralisti, operanti principalmente negli Stati Uniti, che negano la veridicità delle teorie di Darwin in quanto contrastanti con la lettera della Bibbia.

Mi pongo a questo punto importanti questioni: cosa è la Creazione? Dove va situata sulla linea del tempo? È dotata di un’operatività che si protrae? Se si, quale è la forza che ne determina l’operatività perenne?

Non sono teologo, né filosofo, né astrofisico: cercherò quindi di abbozzare a questi interrogativi le risposte alle quali sarò in grado di arrivare con la modestia delle mie conoscenze, nella speranza che la Provvidenza mi assista e ripetendo la preghiera di San Tommaso d’Aquino: “praestet fides supplementum sensuum defectui”.

La Creazione è stata una modifica radicale dello stato preesistente: con un atto di volontà positivo del Creatore venne creata dal nulla la materia, cioè l’Universo nel suo complesso ed i suoi singoli componenti o le premesse perché venissero in essere; l’Universo fu dotato di caratteristiche tali da contenere in sé i criteri del suo sviluppo e le regole – connaturate, quindi immutabili – per il suo progredire, evolversi e modificarsi; con lo stesso atto venne in essere il tempo, che alla materia è legato indissolubilmente, essendone funzione. Non credo del tutto necessario che la creazione della materia e la creazione del primo uomo e della sua anima debbano essere avvenute nello stesso momento. Ritengo non definito dogmaticamente se l’infusione dell’anima sia avvenuta in un soggetto appositamente creato oppure in un essere vivente derivato dall’evoluzione materiale di forme di vita inferiori. So con certezza – per esclusione delle ipotesi alternative e soprattutto per fede – che l’anima esiste, che essa non è una forma particolarmente raffinata dell’evoluzione cerebrale ma un quid spirituale particolare ed unico, che è eterna.

Dunque la Creazione consta di due fasi logiche (la creazione della materia e la creazione dello spirito), che potrebbero essersi verificate contemporaneamente o in momenti diversi. Non ritengo possa parlarsi della Creazione come un fenomeno realizzatosi, o che deve realizzarsi, in progressione nel tempo. Quello che può apparire un’azione ripetuta o protratta è piuttosto il protrarsi nel tempo dell’operatività delle regole imposte alla materia nel momento della sua venuta in essere, che ne reggono l’evoluzione, consentendola in ogni suo momento di vita. Solo nelle regole – eterne, immutabili, indefettibili, connaturate come sono al Creato in quanto esistente – sta l’operatività perenne della Creazione, che accompagnerà l’Universo per tutta la sua vita, fino alla sua fine e alla fine del tempo.

Nel parlare di regole reputo necessario ricordare che, oltre a quelle destinate a determinare la materia ed i fenomeni fisici, esistono – questa volta non dalla Creazione della materia, ma da quella dell’uomo in quanto soggetto qualitativamente distinto da tutti gli altri – regole morali e regole di diritto naturale; le prime determinate a regolare i rapporti tra uomo e Dio, le seconde, seguendo la definizione che Dante Alighieri dà del diritto (“mensura hominis ad hominem”), destinate a stabilire natura e limiti dei rapporti degli uomini tra di loro. Per definizione, tra norme morali e diritto naturale, che provengono da una stessa Fonte, non può esistere alcuna forma di contrasto.

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