Oggi e ieri: e domani?

Ricevo dal carissimo e antico amico Ambasciatore Stefano Starace Janfolla un lungo appunto il cui contenuto in gran parte condivido, salva l’accentuazione del pessimismo cosmico che da sempre ne caratterizza l’autore. I singoli punti che l’Ambasciatore affronta sono tutti seri e tali da destare preoccupazione: poiché aggiungere mie considerazioni a quelle proposte comporterebbe la stesura almeno di un trattatello, mi limiterò a presentare qualche considerazione su alcuni punti.

Colgo l’occasione per scusarmi con l’Ambasciatore e con tutti gli interessati per il consistente periodo di assenza di nuovi scritti dalla pagina di Cyrano: non è certo dipeso da mia volontà o ignavia, e spero non si verifichi più per il futuro.

 

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA SOCIETA’ ITALIANA NELL’ERA ATTUALE.

Ogni società è il frutto della propria storia e la nostra storia, al pari di quella di tutti gli altri paesi dell’Occidente, è un alternarsi di luci e di ombre, di epoche feconde e creative, di tempi di stasi e di vera e propria regressione culturale, quest’ultima di norma coincidente con una guerra o una grave crisi politica. Temo che l’Italia si trovi oggi ad attraversare una fase di regressione su molti fronti: culturale, politico, economico, demografico. Su tutto plana l’ombra di una crisi identitaria che per molti aspetti non è nuova, ma è oggi aggravata dal fenomeno epocale di migrazioni sempre più massicce di popolazioni extraeuropee che scelgono l’Italia come porta d’ingresso in Europa.

Sulle cause, antiche e recenti, di questa infelice condizione non intendo dilungarmi, lasciando il campo a tanti storici e analisti assai più bravi di me. Mi limiterò invece a toccare qualche punto che spero valga ad illuminare la situazione attuale e forse – forse – a suggerire a noi tutti qualche riflessione in vista di un sempre sperabile recupero. Mi sembra doveroso farlo verso chi erediterà questo paese dopo la mia generazione.

Pertinenti e di interesse mi sembrano i seguenti punti:

– Crisi dei valori civili e religiosi.

Nel paese dei campanili e sede del Vaticano è ormai raro ascoltare riferimenti alla coscienza civile e alla fede religiosa. Salvo la voce perlopiù isolata del Capo dello Stato di turno, è ormai diventato impossibile cogliere nel discorso pubblico richiami a valori generali e unificanti. La contesa politica guarda al bene comune con occhi strabici ed è sempre più ridotta a una zuffa continua tra persone (raramente personalità) interessate soprattutto al proprio potere personale. La rivendicazione di diritti, molte volte fondata, è perlopiù gridata e scomposta mentre ciascuno cerca un proprio tornaconto o, al massimo, quello della propria famiglia, corporazione o fazione politica. Unica felice eccezione a questo andazzo è il settore del volontariato che, controcorrente rispetto alla cultura prevalente, riscuote ampio sostegno e partecipazione da parte di settori importanti della società.

Del venir meno della fede fa stato il malinconico declino della pratica religiosa, come dimostrano le chiese ormai praticamente vuote e la crisi delle vocazioni religiose.

Senza la nozione del bene comune, senza la coscienza civica e senza la fede dei padri vengono meno le strutture portanti di ogni società, che poi sono quelle con cui tale società definisce sé stessa anche in relazione all’esterno: non ultimo nei confronti di chi ne minaccia l’esistenza in nome di valori diversi, ma nondimeno valori. Ogni riferimento all’attuale condizione che sempre più ci vedrà invasi da popolazioni di razza e fede diversa da quelle che hanno finora marcato l’identità italiana è puramente voluto. A questi “estranei” la società italiana, da sempre divisa al suo interno, ha ormai sempre meno da opporre: incapace sia di respingere chi qui viene non invitato sia di integrarlo nel proprio sfrangiato tessuto economico-civile, finirà per lasciar campo libero a chi preme alle nostre porte con energia e forti motivazioni.

-Venir meno del ruolo della scuola di ogni ordine e grado.

Per colmo di sventura la crisi dell’istruzione viene a coincidere con quella dei valori familiari. Il risultato è che i giovani sono privi di riferimenti e di guide affidabili e si trovano pertanto abbandonati alle influenze del gruppo, dei media, dei social. Da questi essi assorbono acriticamente ciò che dovrebbe formare il loro carattere ed è supposto prepararli per la vita di lavoro e di relazione. La famiglia di origine resta, nel migliore dei casi, sullo sfondo, come “prestatore di ultima istanza” nei casi purtroppo assai diffusi e prolungati di mancato impiego. D’altro canto, anziché sforzarsi di svolgere un ruolo complementare a quello, talvolta carente, degli insegnanti, la famiglia si adopera spesso solo per contestare a questi ultimi ogni forma non gradita di guida e di disciplina dei figli.

A farsi una famiglia propria i giovani non pensano neppure: il motivo sarebbe la mancanza di prospettive economiche e di lavoro. Vien fatto allora di chiedersi come mai i tassi di natalità sono oggi, in tempi di welfare state e di affluent society, tanto più bassi di quelli registrati in periodi di ben più grave crisi, come ad esempio la seconda guerra mondiale, quando, secondo la mia esperienza familiare, i pericoli e le ristrettezze non impedivano di formare famiglie e sfornare figli (tra i quali chi scrive e suoi numerosi parenti).

In queste condizioni non c’è da stupirsi se in molte zone d’Italia gli immigrati extraeuropei e le loro famiglie costituiscono parte importante e crescente della popolazione nazionale, fenomeno reso particolarmente evidente dalla composizione delle classi scolastiche, che ci dice che, al contrario degli italiani, gli immigrati non rinunciano a fare figli.

-La pochezza delle classi dirigenti: politiche, imprenditoriali, burocratiche.

E’ questo l’argomento maggiormente evocato nell’analisi corrente, ma è, secondo me, solo uno scarico di responsabilità. Ogni società esprime la classe dirigente che ne riflette qualità e difetti e non si può aspettare di essere governata da marziani improvvisamente giunti sul nostro pianeta per salvarlo da se stesso. Pertanto, con le premesse culturali e civili di cui sopra, c’è poco da sorprendersi se al potere, ad ogni livello, arriva un personale politico mediocre, in cerca di affermazioni personali cui il bene pubblico è perlopiù estraneo, animato da una fame ancestrale. Sulle burocrazie di ogni tipo e livello, divenute veri e propri corpi separati che nessuno più è in grado di guidare e controllare, non occorre spendere parole: i risultati della loro azione sono sotto gli occhi di tutti e basta guardare a qualunque struttura pubblica per disperare dell’avvenire. Quella dei “furbetti del cartellino”, grazioso nomignolo riservato a svergognati truffatori, è solo la punta dell’iceberg.

Queste condizioni di fondo spiegano:

il grado di corruzione che ci vede ai primi posti tra i paesi dell’Occidente; la mala amministrazione della cosa pubblica resa già di per sé difficile dalla congerie di leggi e regolamenti coi quali la politica crede di regolare i problemi; il proliferare di corpi politici e burocratici eminentemente parassitari spesso in conflitto tra loro o con lo stato centrale: basti pensare alle regioni e alle provincie che nessuno riuscirà mai ad abolire …

Con gli opportuni adattamenti il discorso si può ripetere quando, oltre la politica, si guarda alla classe imprenditoriale, sia privata che pubblica, all’università, al mondo dei media, alle cosiddette classi intellettuali.

Sed de hoc satis.

-Il crescente influsso della criminalità organizzata sulla vita politica ed economica del paese.

In mancanza di un controllo statale e dato il sempre debolissimo controllo sociale, le criminalità organizzate di ogni specie hanno campo libero ormai non più solo nelle quattro regioni di origine, ma anche nel nord progredito e produttivo. Sullo stretto legame tra criminalità e politica emergono continuamente episodi e denunce che chissà perché vengono rapidamente messi a tacere. Intanto, come sa bene, chiunque viva o operi nelle regioni meridionali, la penetrazione delle mafie anche nel tessuto economico e finanziario continua e acquisisce sempre nuovi mezzi e ulteriore influenza. E’ così in piena funzione un circolo vizioso che nessuno ha la forza o la volontà di spezzare. Fuori dal generico, basta guardare quello che è successo a Roma negli ultimi anni con la conquista da parte delle mafie meridionali dell’unico settore produttivo della città – quello della ristorazione e delle strutture turistiche – che senza contrasto o controllo alcuno da parte dell’autorità (?) comunale hanno ridotto le strade cittadine, soprattutto nel centro storico, a un’unica lurida e ingombrante mangeria. Con buona pace dell’estetica e dell’igiene.

Il rimedio ad una situazione così gravemente compromessa (per colpa di chi lo dirà la storia) può provenire solo da un cambiamento radicale di quelli che avvengono a seguito di una guerra o di una rivoluzione. O dobbiamo evocare il Basso Impero e la spallata assestatagli dalle invasioni barbariche? In effetti, una condizione tanto deteriorata non sembra suscettibile di riforma e di recupero. Bisognerebbe a tale scopo riformare innanzitutto la testa degli italiani, operazione di per sé non impossibile, ma inutile, come ebbe ad osservare sconsolato anche il dittatore toccatoci in sorte qualche decennio fa. Quindi, secondo il dettato leninista, solo un “lavacro” potrà mutare il corso delle cose. Ed esso inevitabilmente comporterà sofferenze e impoverimento per tutta la società italiana e non è detto che, al termine della prova, l’Italia ne uscirà redenta e rinnovata.

D’altro canto questo è il corso delle vicende umane: a noi è toccato di vivere un rarissimo periodo di pace, stabilità e prosperità e di questo dobbiamo essere grati. Ma si tratta di un’eccezione alla norma che vuole l’uomo destinato ad una esistenza conflittuale, povera e violenta.

Per oggi la visione apocalittica si ferma qui. Tralascio i non pochi aspetti del vivere italiano che molti ci invidiano e che rendono ancora la vita degna di essere vissuta in questo paese. Ma scopo dell’esercizio al quale ci chiama il professor Togni è, a mio modo di vedere, quello di suonare l’allarme sul tanto (troppo) che non va. Pena la sopravvivenza del nostro paese.

Se qualcuno desidera correggere queste percezioni indubbiamente pessimistiche si faccia pure avanti, ma – prego – con argomenti solidi e non con auspici e giaculatorie. Gliene saranno grati i nostri figli e nipoti.

Sorprenderà il lettore la mancanza di ogni riferimento alla componente estera dei problemi italiani (Europa, moneta unica, rapporto transatlantico, ecc.). Non si tratta di una dimenticanza bensì del fermo convincimento che i nostri problemi sono di origine interna e che solo all’interno essi possono essere affrontati. L’estero può al massimo fornire una cornice o qualche misura di accompagnamento. Ma lo sforzo, se ci sarà, dovrà essere nostro e solo nostro.

Stefano Starace Janfolla, napoletano trapiantato a Roma da tempo immemorabile, ha servito l’Italia in qualità di diplomatico per oltre quarant’anni, nelle sedi, tra l’altro, di Parigi, Brasilia, Ottawa, New York, Bruxelles, Bangkok e Canberra. Nell’esercizio delle sue funzioni egli ha avuto pertanto ampie possibilità di osservare da diversi punti di vista, anche dall’esterno e quindi col necessario distacco, il paese e la società che ha rappresentato. Al termine del servizio si è dedicato a studi storici, con particolare attenzione alla storia della religione.

Comincio dai problemi relativi alla presenza della religione nella società. Che ci sia stato, e che ci sia, un calo drastico nella pratica e nella cultura religiosa nel nostro Paese, è una molto triste verità; alle radici di questo fenomeno sta essenzialmente, a mio modo di vedere, l’abbandono di una visione chiara della Chiesa Cattolica da parte di ampi settori del clero e del laicato. Costoro, influenzati dal relativismo imperante e indeboliti da una retroterra culturale condizionato da infiltrazioni laiciste di ispirazione luterana (elementi che sostanziano il pensiero dominante, anche a livello internazionale), hanno fatto virare il concetto stesso di Chiesa: da Corpo Mistico che ha come obiettivo primario l’unione dei fedeli con Cristo e la salvezza delle anime a organizzazione sociale avente ad obiettivo l’intervento su problemi sociali di varia origine. A tale atteggiamento, partito almeno da una cinquantina d’anni, hanno certo dato un contributo significativo determinati comportamenti di singoli Vescovi e della CEI, e una forte spinta è venuta da pronunzie criticabili, talvolta al limite dell’eresia, anche di Papa Francesco. Ciò comunque non sarebbe stato possibile in presenza di una corretta, sufficiente e diffusa preparazione religiosa: ma anche in questo campo troviamo la stessa mancanza di solidità che si evidenzia anche nel campo civile, e che deriva dalla scarsa applicazione dei discenti ed alla mediocre qualità dei docenti, che costituisce uno dei maggiori problemi di oggi.

Analoghe considerazioni, pur nel rispetto delle dovute distinzioni, credo vadano fatte in riferimento alle problematiche delle famiglie: voglio dire che genitori incolti, maleducati e sradicati da un solido sistema di valori, come sono la maggior parte degli italiani d’oggi, non possono allevare altro che una genia composta per lo più da rozzi cialtroni. La madre che si occupa solo di gossip alleverà figlie che hanno come interesse principale la qualità dello smalto, la foggia dell’acconciatura o i pettegolezzi con le amichette sui compagni e le compagne di scuola. E il padre che ha per unici interessi la squadra della quale è tifoso e l’arraffare qualche euro in più passando sopra a qualunque considerazione di moralità e correttezza fornirà alla società gaglioffi amorali disponibili a far parte di qualunque branco di scellerati al quale vengano chiamati da un loro amico mascalzone.

Concordo poi pienamente nel giudizio assolutamente negativo sulle classi dirigenti attuali. Politici, docenti, pastori, imprenditori, operatori della comunicazione, magistrati e via dicendo sono largamente carenti nel fornire prestazioni che siano all’altezza delle prestazioni richieste per garantire alla società che guidano un ordinato sviluppo ed una degna collocazione in campo internazionale.

Questa considerazioni e questi commenti non sono chiacchiere di vecchi che rimpiangano i bei tempi della loro gioventù: si tratta di considerazioni svolte da persone che hanno conosciuto lungo la loro non breve vita persone e situazioni, e sono quindi in grado di fare confronti e trarre conclusioni. Non laudatores temporis acti, quindi, ma persone che si basano sul confronto tra esperienze personali avvenute in un certo lasso di tempo per esprimere un ponderato giudizio.

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Te lo ricordi quel mese d’aprile?

Aprile è un mese importante: comincia la primavera, quasi tutti gli anni ospita la Santa Pasqua, in aprile è stata fondata Roma; e poi, due avvenienti molto importanti per il presente ed il futuro d’Italia hanno avuto luogo in questo mese, rispettivamente il 25 aprile del 1945 e il 18 aprile del 1948.

Anche quest’anno, il 18 aprile è passato: pochi l’hanno ricordato, non è stato solennemente celebrato. I più giovani non sanno neanche cosa si potesse o dovesse celebrare, e si preparano a festeggiare – per lo meno nella prospettiva di una giornata di riposo dal lavoro (chi ce l’ha) o di vacanza da scuola – il 25 dello stesso mese.

Cosa significano queste due date? Commemorano due giornate importanti: il 25 aprile 1945 le truppe alleate ci liberarono dal nazismo e dal fascismo; il 18 aprile del 1948 si svolsero le prime elezioni dell’Italia democratica, che ne garantirono la libertà e il benessere per i decenni a venire. Il 25 aprile (data della quale gli ex partigiani si sono appropriati, vantando una in verità assai poco significativa partecipazione all’evento della liberazione) si celebra l’antifascismo, il 18 si dovrebbero celebrare la libertà e il progresso che ne può derivare, anche se governi di ignavi, corrotti e incapaci stanno rendendo irreale questa prospettiva.

A seguito del 25 aprile, assassini infoiati da umori guerreschi (ma anche, spesso, spinti da vergognosi stimoli di vendetta, di interesse o di intolleranza) massacrarono migliaia di persone, per lo più colpevoli solo di non aderire al comunismo e ai suoi principi. Tra questi, furono immolati centinaia di preti, che strameriterebbero dalla Chiesa il titolo di Martiri della Fede.

Il 18 aprile ebbe contorni sanguinari solo per diversi attivisti democristiani assassinati dai comunisti – mi viene alla mente il nome del giovane Gelasio Federici – ma uno strascico di manifestazioni violente con le quali la sinistra voleva invocare un inesistente tradimento della volontà popolare, e la rabbia nello scoprire deluse le sue più nobili aspettative, come i calci coi quali Togliatti voleva cacciare De Gasperi dal Governo. Non ci furono tentativi di insurrezione, nonostante i cospicui arsenali nascosti dai comunisti, per la presenza di truppe americane in Italia e per il calcolato realismo di Togliatti, che non voleva finire come Marcos in Grecia.

Dal 25 aprile della liberazione, evento in sé positivo, discese un fiume di sangue e di morte, sul quale solo di recente – a oltre sessant’anni di distanza! – si è cominciato a fare chiarezza, superando gli impedimenti posti anche ad un sereno studio storico dall’apparato del PCI e delle strutture che ne sono derivate: ulteriore dimostrazione che da un evento positivo possono discendere conseguenze negative.

Dal 18 aprile della libertà, invece, nessun male, ma solo l’apertura al popolo italiano verso un avvenire che avrebbe dovuto plasmare, nel bene o nel male, in libertà ed autonomia; e verso il bene fu indirizzato, finché il progressivo aumento di peso delle sinistre, negli anni ’70, ’80 e ’90 del secolo scorso, non ruppe il meccanismo di libertà e progresso che il 18 aprile aveva avviato.

Certo appare sorprendente che, di fronte alle migliaia di celebrazioni del 25 aprile, non ce ne sia neanche una per il 18 aprile. Certo questo non importerebbe a coloro che ne furono protagonisti, paghi e contenti di aver combattuto la giusta battaglia.

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Allora, c’è speranza!

Moltissimi sono i danni causati anche al nostro Paese dagli ambientalisti catastrofisti, da tutta la banda dei mentitori e profittatori che li seguono, dai molti che approfittano della confusione pescando nel torbido, e dai conformisti ignavi che accettano i loro vaniloqui per ignoranza, per pigrizia mentale e/o per quieto vivere. Coloro che fanno parte di questo mucchio di sciagurati ci hanno causato enormi sprechi economici con il blocco esercitato verso qualunque possibilità di diminuzione della dipendenza energetica nazionale; hanno determinato alluvioni e morti per aver impedito la manutenzione dei corsi d’acqua; ci hanno tagliato fuori da qualunque legittima aspirazione ad essere nel gruppo di testa della ricerca mondiale con l’ottusa opposizione a qualunque prospettiva di ricerca e sviluppo nel settore degli OGM; hanno ostacolato e spesso impedito la realizzazione di infrastrutture essenziali al rilancio della nostra economia; e, in quanto parti di una associazione a delinquere mondiale, hanno costretto noi e il resto del mondo a farci vittime della più grande truffa mondiale: l’origine antropica del riscaldamento globale. E ancora (attenzione, ché ci torneremo!) l’aver privato il gusto di noi poveretti di alcune delizie, sotto gli insulsi pretesti del cibo biologico, del chilometro zero e di un principio di precauzione male applicato.

Le bufale diffuse da decenni impazzano in tutto il mondo: ne sono pieni mezzi di comunicazione, televisioni, letteratura, cinema; addirittura, sfruttandone la forza propulsiva, il perdente di sfide sulla carta già vinte Al Gore si è portato a casa alcuni immeritatissimi premi, conferiti da stolidi conformisti proni al sistema di potere che in lui si è incarnato: il Nobel per la pace, in associazione con il soggetto che concentra i frutti del ricatto agli Stati per finanziare personaggi indegni (l’IPPC) e ricattare quelli onesti; il premio Oscar, per l’indegno falsodocumentario “Una scomoda verità”; e l’Emmy Award, per essersi fatto finanziare dagli arabi di Al Jazeera vendendo loro ad alto prezzo una emittentucola televisiva.

Molti altri errori sono stati commessi dai conformisti privi di consistenza scientifica e umana, e molti danni hanno provocato alla convivenza civile: credo che non saremmo lontani dalla verità stimando a centinaia, anzi a migliaia di milioni di dollari, il danno fatto. Al quale ora si aggiungono le conseguenze negative di una norma demenziale scritta nell’interesse esclusivo degli allevatori francesi e danesi, in applicazione della quale l’Unione Europea ha fortemente contingentato (ma in effetti proibito) l’importazione dagli USA di quella carne della quale i cittadini statunitensi si nutrono da decenni senza riportarne alcuna conseguenza negativa.

Poiché in politica, come in fisica, ogni azione genera una reazione uguale e contraria, il governo americano reagisce ora imponendo pesanti dazi sull’importazione di una serie di beni prodotti in Francia e Danimarca (e ha un senso), ma anche da noi; che abbiamo così non ottenuto i vantaggi del blocco delle importazioni, e ora saremo penalizzati nell’esportazione di alcuni prodotti dai nuovi, pesanti dazi imposti dall’amministrazione americana.

Anche di questo dobbiamo ringraziare i tristi figuri che hanno imposto a noi italiani e a mezzo mondo la logica di morte della quale sono portatori.

Per fortuna che, grazie a due leaders invisi a tutti gli squallidi conformisti di cui ho parlato sopra, possiamo celebrare due eventi in controtendenza, estremamente importanti: in USA, la messa in non cale delle stolide norme sull’inquinamento atmosferico derivante dall’uso di taluni combustibili, con particolare attenzione al carbone, che il “colto” Obama aveva emanato sconoscendo o volutamente ignorando i progressi fatti nel controllo delle emissioni. Gli Stati Uniti ne avranno più energia a minor prezzo, e più lavoro: cioè una vita migliore.

Putin poi, in una sua visita all’estremo nord del Paese, ha dichiarato che i cambiamenti climatici sono inevitabili e che all’attività dell’uomo non può essere attribuita alcuna responsabilità legata al fenomeno, invitando i governi di tutto il mondo ad adattarsi al problema del riscaldamento globale. A sostegno di quanto dichiarato, Putin ha ricordato che Il riscaldamento ha preso il via negli anni ’30, quando non poteva essere attribuito a fattori di origine antropica come le emissioni derivanti da attività industriali o dai trasporti; in mancanza delle quali, tuttavia, il fenomeno si è innescato. Il problema non è fermarlo, poiché è impossibile fermare un fenomeno connesso al ciclo naturale della Terra e all’attività del sole. La soluzione del problema sta nel trovare un modo per adattarcisi; magari distogliendo l’immane flusso di denaro oggi destinato alle fameliche bocche degli “scienziati”, e impiegandolo per studiare interventi volti a rendere sostenibili le conseguenze del fenomeno.

I due personaggi ricordati sono certo un pugno nell’occhio per tutti i conformisti imbecilli che sui giornali, in televisione o nei salotti seguitano a dar prova di tante cose che non vorrei ricordare a scanso di querele (mi limiterò a ricordare una singolare concezione di democrazia, a conferma del fatto che questi signori in gran parte sono gli stessi che hanno sostenuto i regimi liberticidi e sanguinari dell’Unione Sovietica, di Castro a Cuba, di Chavez in Venezuela, e via elencando veri dittatori). Ora l’unica cosa da aspettare è che si passi dalle parole ai fatti, per esempio cancellando il demenziale accordo di Parigi: se non ci saranno segnali in questo senso entro l’anno, vorrà dire che ci hanno deluso anche Trump e Putin.

È un segnale piccolo, ma importante: vuol dire che uno spiraglio verso la razionalità esiste: speriamo che l’umanità, con l’aiuto del Signore, se ne renda conto.

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Sulla buona e operativa amministrazione

Ricevo dall’amico ingegner Gambogi una comunicazione, credo stimolata dalla lettura della lettera dell’ingegner Berna pubblicata il 16 u.s.: ambedue ricordano un periodo (2001 – 2006) nel quale lavorammo fianco a fianco al Ministero dell’Ambiente, ottimamente guidato da Altero Matteoli. Fu un periodo molto impegnativo, ma fecondo e produttivo: Matteoli firmò un numero di provvedimenti mai raggiunto – né prima né dopo – da altri ministri; i tempi di produzione dei provvedimenti furono decisamente tagliati; riducemmo praticamente a zero le procedure di infrazione comunitarie ereditate dai precedenti governi (oltre 100); fu emanato – impresa giudicata impossibile, e per una scommessa sulla sua attuazione sono a tutt’oggi creditore di una cena dall’allora Direttore di Legambiente, poi senatore PD, Francesco Ferrante – il Decreto Legislativo n. 152, che riorganizzava l’intera normativa ambientale (è stato poi in piccola parte modificato, peggiorandolo molto); a proposito del quale atto le Regioni a guida di sinistra introdussero alla Corte Costituzionale 144 (!) ricorsi, col bilancio di 6 vinti e 138 persi: gli unici a goderne furono gli stuoli di avvocati e consulenti attivati dai Presidenti delle Giunte tra i loro amici.

Insomma, un periodo di grande lavoro e di grandissime soddisfazioni condivise dal ministro con tutti noi collaboratori; e, devo dire, di grandi risultati per l’Italia.

Ho la fortuna e il piacere grande che molti tra quelli che lavorarono se ne ricordano, per lo più con piacere; e ogni tanto ricordano e “commemorano” quei momenti. Non vorrei sembrare retorico, ma evidentemente un lavoro ben fatto è compenso a se stesso (unico, perché altri, di compensi, non ce ne sono stati).

Ma ho scritto abbastanza: a Lisandro Gambogi la parola.

 

Caro Paolo,

ho letto con attenzione e un po’ di nostalgia la lettera dell’Ing. Berna che condivido pienamente e trovo intrisa di concetti intelligenti e pienamente condivisibili; estremamente interessante nella parte finale: “il dono del dubbio” è certo una caratteristica degli uomini intelligenti e capaci. Ricordo anche l’amicizia che si manifestò immediatamente tra noi toscani ed in ricordo di tuo padre, da noi qui molto presente per le opere importanti che riuscì, a quel tempo, a far finanziare e costruire a Lucca e Provincia; ne è testimone, ad esempio, la targa esposta al Palazzo del Genio Civile di Lucca. I ricordi della lettura “convivenza” al Ministero sono molti e mi hanno certamente arricchito ed aperto gli occhi sui tanti nuovi problemi che di volta in volta si presentavano ed insieme si risolvevano. Come ricorderai, quando in Commissione VIA, ma soprattutto nell’Osservatorio Ambientale, con tutti i Professori membri si iniziava ad affrontare problematiche varie spesso legate a scelte e opere diverse da quelle previste dal progetto, ad argomentare con discussioni un po’ fumose e politiche su scelte che gravavano sull’esecuzione delle opere, la mia frase ricorrente era questa “Io vengo dalla campagna, quindi sono abituato alle cose semplici” e con questa filosofia ho superato e risolto molti problemi.

Per confermarti le mie idee, che certamente sono simili a quelle dell’Ing. Berna, ti ricordo quando convocai, come Presidente dell’Osservatorio Ambientale sulla linea ferroviaria Alta Velocità Torino-Milano, una conferenza stampa al Ministero dell’Ambiente alla presenza di tutte le alte cariche del Ministero, compresi l’allora Ministro Altero Matteoli, l’allora Amministratore di F.S. Savini Nicci e l’Ing. Agricola, per comunicare che la tratta Torino-Milano, comprensiva di tutte le opere di mitigazione, era stata completata nei tempi previsti dal progetto (mi sembra 24 mesi) superando tutte le difficoltà ambientali che, con il supporto dei membri dell’Osservatorio Ambientale da me presieduto, furono brillantemente affrontate e risolte (basti una per tutte l’attraversamento del Parco del Ticino, con il Presidente del Parco che chiedeva continuamente ulteriori misure compensative). Altri tempi e altri uomini: credo che con la classe politica attuale sia difficile che questi tempi si ripetano; né si ripeteranno alcuni risultati importanti che abbiamo conseguito insieme in quel periodo. Un abbraccio

 

Lisandro Gambogi, lucchese, Ex Presidente dell’Osservatorio Ambientale sulla linea ferroviaria Alta Velocità Torino-Milano, Ex membro del comitato di Coordinamento della Commissione Speciale VIA

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Sullo stato attuale della società italiana: suggerimenti per una ricostruzione

Ricevo dall’Architetto Franco Domizi una interessante lettera a commento di alcune note comparse su Cyrano; mentre mi riservo di rispondere in maniera puntuale al mio interlocutore, desidero anticipare il contenuto della sua comunicazione, che credo possa costituire un buon inizio per un dibattito generale sulla situazione della società d’oggi. Spero di ricevere corrispondenza in materia, da commentare e pubblicare.

 

Buongiorno Prof. Togni,

Lei parla della mediocrità dell’attuale classe politica. Bene, è facilmente constatabile da chi ha conoscenza della storia politica parlamentare. E’ altrettanto constatabile da quanti si aspettano leggi e regolamenti fatti ed emanati per progredire e far progredire la “maggioranza”, se non la totalità, del popolo amministrato. Lo è anche da quanti, e sono tantissimi, ogni giorno sono chiamati, se non costretti, a fare i conti con l’imperante burocrazia che attanaglia questo spettacolare paese. Quindi, a ben guardare, siamo veramente tantissimi a rapportarci, in qualche modo, con questa classe politico-amministrativa. Se siamo tanti vuol dire, secondo me, due cose: o il livello delle conoscenze, della cultura, dell’appartenenza ad un sistema più ampio ed importante della mia stessa famiglia, della mia sola attività lavorativa, del mio piccolo circolo di amicizie si è magnificamente elevato fino a livelli tali che singoli cittadini si sentono il diritto dovere di dare del TU a quell’Onorevole o politico, al punto da poterlo anche chiamare al cellulare quando può, oppure, la massima cultura politico amministrativa del nostro paese è talmente scesa così in basso da essere così vicina al “volgo” cittadino da confondersi, senza più rimedio, con questo. Caro professore, io propendo per questa seconda ipotesi.

… ma non è solo la classe politica così mediocre, lo è tutto il mondo che la circonda, partendo da quegli ambiti propri della cultura che sono le università, i licei, la formazione, l’informazione in generale, fino a quegli alti apparati dello stato come la giustizia e l’istruzione che non sono deputati al rispetto di un freddo “tecnicismo”.

Non sto qui a menar per l’aria prendendomela con le teorie filosofiche nichiliste, sulla fine della cultura occidentale e del suo “impero” o altro ancora. Quello che mi interessa è capire come posso ancora aiutare i miei simili a vivere in questa situazione.

Le scrivo da Corridonia, in provincia di Macerata, da un comune all’interno del cratere dei sismi del 2016 e 2017, da uno di quei comuni dove tutto si è fermato o si sta lentamente fermando per mancanza di prospettiva, di speranza.

Volgere lo sguardo sempre verso il nulla, notare il bicchiere sempre mezzo vuoto, chinare sempre il capo verso le punte delle proprie scarpe, osservare l’unica macchiolina presente sulla tovaglia è un ginnastica che non fa per me, non fa per noi italiani in genere. Popolo virtuoso che nel passato se le è anche suonate di santa ragione tra sé e sé, ma senza perdere di vista la speranza di un mondo migliore, del bello comunque, della ricerca del soddisfacimento della ragione, magari molto più quella “di stato” che quella, comunque presente, volta alla ricerca di coniugare il miglior rapporto possibile tra reale sostentamento della “signoria” dei singoli castelli, poi signorie del posto, con i fabbisogni del popolo. Ma oggi lo squilibrio di questo rapporto appare evidente. Non abbiamo un “signore” o una “signoria” all’altezza del suo popolo e non abbiamo più un popolo capace di vivere in questa “signoria” (società “troppo” fluida?).

Noi lo vediamo e tocchiamo con mano ogni giorno, con pesantezza e dispiacere. Non è un semplice “ricominciare” da capo, il nostro comportamento sta diventando un “sopravvivere” senza speranza. Il popolo delle antiche “signorie” aveva una speranza che andava oltre, che gli faceva sopportava le battaglie, la fame, il freddo e le angherie del prepotente di turno. Oggi, dove tutti sono diventati prepotenti, per solo spirito di sopravvivenza, e non si ha più questa visione popolare di speranza oltre la realtà tangibile, tutto è tremendamente più difficile.

Non siamo stati in grado di aiutare, nel recente passato, chi capiva un pochino di più, chi ci spiegava le cose intorno ad un tavolo dove iniziava con il confronto la costruzione di soluzioni o prospettive. In sintesi, non c’è più la voglia di condividere nulla con nessuno, soprattutto con chi non ha voglia di ascoltare, non ha nulla da proporre, non ha sintesi o proposte da offrire.

In questo terremoto, che non è solo delle case o dei territorio ma lo è per l’anima delle persone, assistiamo ad emanazioni di ordinanze, decreti legge, leggi, circolari ecc. come se questa “carta” sia la sostanza del sopravvivere. La legge come mero fattore etico, sufficiente e determinante per la vita dell’uomo.

Un solo fatto le racconto: il 17.11.2016 il Commissario straordinario del Governo per il Sisma 2016, Vasco Errani ha emanato l’Ordinanza n. 4 per la riparazione immediata degli edifici ad uso abitativo e produttivo. Tale Ordinanza, al suo interno, ha impostato le direttive per riparare i cosiddetti danni lievi, facilmente riparabili in poco tempo. Oggi, dopo quattro mesi, sapete quanti progetti sono stati presentati? Una trentina. Non un abitante di Trento, ma poco più. Vi sembra che sia partita la ricostruzione, che l’efficientismo di questi soggetti abbia sortito gli effetti sperati? Sapete cosa ha detto la Vice Presidente della Regione Marche, nonché Assessore (ir)responsabile all’agricoltura (quella della mancanza di sostegno agli allevatori, delle stalle di plastica che al vento si sono rotte, e via andando), nonché dell’urbanistica, venerdì 17 ad un convegno (Urban Fest a Belforte del Chienti – MC): “Perché, cari tecnici, non presentate i progetti per la riparazione dei danni lievi?” Come a dire: la responsabilità non è nostra, noi le leggi le abbiamo fatte. Senza minimamente pensare, lavorare, adoperarsi per allineare tutte le competenze, le operatività, gli uffici, in sintesi, lavorare ad un tavolo di concertazione con le professioni tutte e trovare il “modus operandi” per affrontare “insieme” questa drammatica realtà.

Anzi, hanno fatto pure peggio. Hanno emanato delle norme fortemente penalizzanti per il nostro territorio. Una su tutte: la necessità che i tecnici non abbiano avuto rapporti con le imprese negli ultimi tre anni (per non dire dei valori economici proposti per la ricostruzione con un 25-30% più basso che in Emilia). Tale è il rispetto che dimostrano di avere per questo territorio. Ancora oggi lamentiamo l’assenza di adeguati supporti assicurativi legali, in quanto se sbagliamo (e qui gli articoli di legge si sono bene ed ampiamente espressi), oltre alla “radiazione” dalla ricostruzione del tecnico verrà penalizzato il cliente finale, colui che deve aggiustare le propria casa, facendogli perdere il finanziamento.

Le dico solo questo, ma ho a disposizione una notevole mole di documenti che noi architetti di Macerata abbiamo redatto insieme ad altri colleghi delle professioni tecniche anche in tavoli istituzionali, nonché con le varie categorie sociali del territorio, compresi i sindacati e la Confindustria, per poter ovviare a situazioni in reale contrasto con i fatti. Ci si è adoperati e si continua a farlo per aggiustare e migliorare le norme in vigore (già ricorrette una volta, dopo 3 mesi).

A tal proposito, e vengo al “sugo della storia”, alla fine, avrei, avremmo, come Ordine degli Architetti di Macerata, immenso piacere di poterla ospitare e magari farle visitare alcuni luoghi del nostro territorio per avviare un rapporto diretto, aprire un tavolo di confronto sul tema della ricostruzione dei territori e dei suoi abitanti, per aiutare queste anime abbandonate del maceratese. Uno dei territori più belli della nostra amata Italia.

Con profonda gratitudine attendo sue in merito.

Saluti vivissimi

Franco Domizi

 

FRANCO DOMIZI, Marchigiano, ma nato a Roma, è laureato in Architettura all’Università di Chieti. Ha operato nel settore dell’edilizia come consulente tecnico di varie aziende della regione, svolgendo sempre e comunque la libera professione come progettista, gestore delle commesse e consulente nel campo della sicurezza nei luoghi di lavoro. Dopo il sisma del 2016 è chiamato a svolgere attività di coordinamento della Commissione Emergenza Terremoto 2016 su mandato del Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Macerata, la provincia con più edifici distrutti e territorio danneggiato dai sismi del 2016 e 2017. Attualmente è anche impegnato nell’attività emergenziale come coordinatore degli Architetti per l’attività di rilievo dell’agibilità con scheda FAST.

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Legge elettorale, Costituzione e insufficienza della classe politica

E le elezioni? In sostanziale assenza di una legge elettorale, che contro lo spirito della Costituzione e l’esplicita volontà dei Costituenti molti vogliono coerente per Camera e Senato, sarà difficile che vengano celebrate prima della scadenza naturale della legislatura. Così sta governando l’ectoplasma Gentiloni, ombra del governo sonoramente bocciato dagli italiani il 4 dicembre 2016.

Quando scrissero la Carta fondamentale dello Stato, i membri dell’Assemblea Costituente vollero dare vita ad uno Stato fondato su un parlamentarismo bicamerale, formato da due Camere distinte tra di loro per durata e per elettorato; differiva completamente anche la base territoriale, che per il Senato veniva stabilita nella dimensione regionale, mentre aveva base nazionale per la Camera. Questo fatto spiega agli incompetenti perché ci sia – e debba continuare ad esserci – il premio di maggioranza calcolato su base regionale per la Camera Alta. Le pretese di una legge elettorale “coerente” trovano un senso solo per garantire comunque una forma di governabilità, quando non la garantisca la volontà popolare. Parlare di esigenze democratiche appare proprio fuor di luogo.

È solo l’incapacità a svolgere un’analisi complessiva e complessa che valuti qualunque ipotesi o proposta in questo campo alla luce delle necessità di organizzare le istituzioni che porta alle proposte “semplici” che da più parti vengono avanzate. La mancanza di raffinatezza intellettuale che le contraddistingue testimonia l’insufficiente qualità della preparazione politica, istituzionale e storica (i.e. culturale) della attuale classe dirigente in tutte le sue componenti, dall’alto al basso.

Sarà il caso di ricordare che uno dei problemi politici da tempo dibattuti riguarda il rapporto tra volontà e aspirazioni della società e comportamenti/decisioni dei corpi istituzionali delegati; stante la complessa articolazione delle prime, una scelta semplificata rende per lo meno più approssimativa la rispondenza tra le prime e i secondi. La presenza di due Camere elette con sistemi elettorali diversi allora consente – o determina – una maggiore adesione delle istituzioni elettive alla volontà dell’elettorato, che mal sopporta di essere cristallizzata da un metodo caratterizzato da grande semplicità; o vogliamo dire rozzezza?

La saggezza dei costituenti cercò di dare risposta a questa esigenza, e di adeguare la rappresentanza alla volontà popolare differenziando le due Camere, per durata, per base elettorale e per territorio di riferimento; ben presto le esigenze di semplificazione però spinsero ad una conformità nella quale andarono persi i valori che i costituenti avevano voluto affermare.

È indubbio che due Camere elette nello stesso modo risulteranno uguali tra loro e con maggior tendenza a garantire una governabilità nella quale esista una forma alquanto rozza di rispondenza alle esigenze ed alla volontà degli elettori; ma, se di recente la stragrande maggioranza degli elettori ha respinto il progetto del governo per riorganizzare la rappresentanza politica in forma unicamerale, ciò significa che il disegno non trova condivisione, e che per seguire correttamente la volontà popolare espressa nel referendum del 4 dicembre occorre mantenere una distinzione tra le due Camere.

E la governabilità, allora? Garantire il governo del Paese è il compito primario della politica, e dei politici. Compito duro e difficile: e chi è in grado di adempierlo, nel quadro attuale? Non chi pensa a riempire ogni possibile spazio di potere con gli amici coi quali al paese faceva notte in piazza chiacchierando di calcio e scherzando sulle ragazze; non chi dichiara di voler finanziare il mantenimento degli animali domestici, e si dimentica di quello dei bambini; non chi dia segni evidenti di allucinazione permanente innestata su un tessuto cerebrale reso sterile per la lunga ebollizione; non chi ha scelto il mestiere della politica considerandolo prodromico rispetto ad una onesta attività di ruspista.

E allora? Trovare fulmineamente una nuova classe dirigente valida e competente? Poco probabile. Recuperare residui del passato? Non ce ne sono di validi. L’unica soluzione, credo, è di trovare una soluzione provvisoria che sia meno dannosa possibile, e impegnare tutte le migliori energie intellettuali – sociologi, tuttologi e fattucchieri, per favore, astenersi – nell’individuazione dei futuri reggitori.

La situazione, diceva Flaiano, è grave ma non è seria. La cosa veramente necessaria, la nostra unica speranza è affidarci al Padre Eterno perché, nella sua infinita bontà, ci aiuti più di quanto meritiamo. E, già che c’è, veda di intervenire anche a favore della Chiesa con una dose straordinaria di assistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il caso Lotti fa risaltare la mediocrità del Parlamento

Non so quanti di voi abbiano avuto la voglia (e lo stomaco) di assistere al dibattito sulla mozione di sfiducia al ministro Lotti. L’esito finale era scontato, quindi io ho cominciato a seguirla per pura curiosità, poi ho proseguito, affascinato dallo spettacolo maraviglioso che mi si prospettava: ho visto i rappresentanti più autorevoli della Nazione discutere per alcune ore su un tema – la fellonìa di un ministro in carica – che in altri tempi avrebbe causato alcuni duelli, accese polemiche giornalistiche, forse uno o due suicidi; il tutto a seguito di un dibattito sostanziato da accuse roventi, difese dotte e appassionate, analisi problematiche. Ma a niente di tutto questo si è assistito nella circostanza.

Ci sono stati, piuttosto, una presentazione della mozione rozza e approssimativa, schiamazzi da pollaio nevrotico, uno squittìo difensivo, tra il patetico e l’irritante, mal recitato dall’”imputato”, l’assenza – patetica anch’essa – di alcuni gruppi parlamentari. Il tutto tenuto a livelli qualitativi assai bassi: credo che in nessun parlamento del mondo sviluppato il dibattito su un argomento così importante si sarebbe tenuto a un livello così mortificante.

L’esito, scontato e irrilevante, è stata l’assoluzione di Lotti, che in verità interessava solo a lui, a Renzi e a Malagò, ma quel che è successo è importante perché certifica in maniera conclusiva ed irreversibile il pesante giudizio di assenza di qualità della classe politica attuale che tanti hanno dato e danno. Classe politica composta, tra l’altro, da persone incapaci di ricordare a memoria un intervento di dieci minuti fatto scrivere ad un minutante poco colto ma almeno alfabetizzato; e probabilmente ignare del vero significato di quel che andavano facendo.

Erano presenti, in quel consesso, membri di governo e aspiranti a diventarlo; uomini e donne; laureati e semianalfabeti; persone che avevano raggiunto un certo successo nella loro attività e impiegatucci piccolo borghesi. Una platea a prima vista diversificata, ma omologata dalla ottusa mediocrità trasudante da ogni parola, da ogni atteggiamento, persino da ogni sguardo. Lo svolgimento della riunione mi indusse una sconforto acuto, la sensazione della impossibilità di tirar fuori l’Italia dalla triste situazione attuale sotto la guida di quella classe che si riteneva dirigente, ed era talmente mediocre da non accorgersene nemmeno.

Ma può essere che non ci sia di meglio? Che non esistano giovani validi, culturalmente preparati e dotati della volontà necessaria a spazzar via il gruppo di piccolo borghesi dalla mentalità ristretta che oggi ci guida verso un regresso dal quale non hanno nemmeno idea che si possa uscire? Che, oltretutto, in larga parte è dedita agli intrallazzi e alle baratterie?

Credo che stia fra i doveri di ogni singolo cristiano cercare di fare in modo da cambiare questo stato di cose, suscitare energie nuove e sane, con la preghiera e con l’azione. E, con l’aiuto di Dio, ce la faremo.

PS. Leggo adesso del voto su Minzolini:basta cambiare nome e precisare le circostanze, e valgono le considerazioni fatte sopra.

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