Pillacchere – 22

E così il piccolo Alfie Evans è morto: morto senza che i suoi genitori avessero la possibilità di seguirne il cammino verso l’aldilà con la sollecitudine, il rispetto, l’amore e le cure che gli volevano garantire. L’hanno voluto cocciutamente, protervamente i medici che lo avevano in cura, i giudici ai quali è stato sottoposto il suo caso, una “cultura” di morte che in Inghilterra da troppo tempo trova un terreno di cultura e consensi incomprensibili per chiunque creda nella dignità e nella libertà dell’uomo.

E pensare che proprio dall’Inghilterra ci proviene il riconoscimento giuridico della libertà individuale ed il rispetto dell’individuo; troppo spesso però non ci ricordiamo che il contesto nel quale sorse quel riconoscimento era un contesto di violenza, minacce e ricatti; e che la corona assunse gli impegni contenuti nella “Magna Charta” solo dietro l’impegno dei nobili di fornirle soldi a soldati. Del resto in quel documento la parte relativa ai diritti individuali era solo residuale e di contorno, e gli impegni che ne conseguivano venivano assunti sotto una pesante riserva mentale. È pur vero che l’Inghilterra (ma forse Winston Churchill?) ha salvato la libertà dell’uomo, ma occorre ricordare che nella sua storia c’è stato anche il periodo nero della riforma, durante il quale furono massacrati decine di migliaia di cattolici, lo sfruttamento della tratta degli schiavi, la brutale gestione delle colonie, un razzismo strisciante che considera civile solo ciò che è british.

In Inghilterra sono nate anche, sulla scia degli insegnamenti incolti, errati e sconsiderati del pastore scozzese Thomas Robert Malthus, che erano basati su teorie dimostrate platealmente errate, le correnti eugenetiche.

L’eugenetica pretende che ci sia chi decida se una vita umana è degna di essere salvaguardata o no: ciò è successo nel caso di Alfie, e dimostra che c’è da riconsiderare ogni valutazione positiva sull’ordinamento giuridico e giudiziario inglese.

o o o o o

Al momento in cui scrivo, non si conoscono i risultati di dettaglio delle elezioni in Friuli – Venezia Giulia: si profila, tuttavia, un successo a valanga del Centro Destra e, al suo interno, della Lega; una discreta tenuta del PD; il massacro di M5S. Tale risultato induce diversi commentatori a reclamare dal Presidente della Repubblica l’affidamento per formare il governo a un super partes: girano più intensamente di altri i nomi di Cassese e Lattanzi.

Considero una soluzione di questo genere assolutamente sciagurata, in quanto avrebbe l’unico effetto di garantire alla associazione a delinquere che costituisce il vero potere in questo povero paese. L’associazione potremmo chiamarla anche “melassa”, perché avvolge tutto e rende difficile muoversi: ad essa afferiscono managers, politici, e l’orrenda casta dei professionisti e dei professori che stanno a metà tra gli organizzatori del malaffare ed i suoi beneficiari.

Concludendo: no ai Cassese, Lattanzi, Flick e compagnia cantante: governo politico (io spero Lega-M5S) o elezioni. Ma subito, per favore: tocca a Mattarella garantire una soluzione a breve, non a qualunque costo ma nel rispetto della democrazia e della correttezza.

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Quando Donald Trump fu eletto Presidente degli USA la maggioranza degli imbecilli mainstream, attonita per la trombata subita da Hillary Clinton, proclamò la propria certezza sulla durata – necessariamente breve, dicevano gli imbecilli – della Presidenza. I loro ispiratori nell’amministrazione USA fecero di tutto per ostacolare l’avvio delle attività, ma, sia pure con qualche incertezza, le difficoltà furono superate, e l’attività del Presidente non solo fu avviata, ma sta segnando importanti affermazioni sia sul fronte interno che nei rapporti internazionali.

Che aderire al mainstream fosse prova di imbecillità e/o di conformismo a me è sempre stato molto chiaro: ora credo che sia più facile che questa cognizione venga generalmente acquisita.

 

 

 

 

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Il governo che auspico

Il prodotto interno lordo pro capite della Spagna ha superato, nel 2017, quello italiano: è un’ulteriore prova del fatto che l’Italia è sul crinale di una drammatica decadenza, l’ultimo segnale di uno stato di cose iniziato, lentamente prima e poi precipitando, almeno da una tentina d’anni. E smentisce le false imbecillità ottimistiche con le quali Renzi prima, Gentiloni poi e i loro complici e manutengoli prima e poi hanno cercato di imbottirci gli orecchi e i cervelli. Menzogne, menzogne, menzogne che gli elettori hanno compreso essere tali, punendone gli autori.

Ma credo che valga la pena di fare alcune considerazioni sulla genesi di questo stato di cose.

Nella prima repubblica, almeno nella sua fase finale, passati gli anni sessanta, il vero comando delle cose era in mano ai cosiddetti “poteri forti”, che avevano iniziato un lungo processo di sostituzione dei soggetti istituzioni nell’esercizio delle loro funzioni. Così Cuccia e Mediobanca governavano la finanza; la FIAT dettava la politica industriale e suggeriva la strategia dei rapporti internazionali; la triplice sindacale gestiva la politica del lavoro e forniva linee di programmazione industriale; la massoneria e la mafia, ognuna al suo livello, dominavano il malaffare diffuso; la ‘ndrangheta stava aumentando il suo giro d’affari; coloro che occupavano i centri di potere per conto o col consenso del PCI intrallazzavano con i cascami dei gruppi di potere interni ai partiti democratici; frange imbroglione del mondo cattolico costruivano ponti con i peggiori tangentari, i quali incassavano proventi illeciti dallo Stato e dagli imprenditori, e giravano ad alcuni politici parte dell’incasso; i magistrati facevano gli affari loro e dei loro amici, con l’appoggio di Scalfari che stava iniziando la sua scalata al potere, già infelicemente tentata dentro il PSI;  e via andando. Tutti proseguivano nello scialacquo delle risorse che le prime generazioni democratiche erano con gran fatica riusciti ad accumulare.

Gran parte di questi “poteri forti” avevano mezzani e lacché in politica, nell’imprenditoria e nelle banche, personaggi di riferimento, mezzi di comunicazione sociale incondizionatamente a disposizione, pronti a trasmettere parole d’ordine e – all’occorrenza – utili falsità.

Asse portante del sistema era una Democrazia Cristiana in larga parte devastata e corrotta: i suoi esponenti garantivano compensazioni e imponevano limitazioni, nella logica istituzionale che era stata da sempre, a ben più nobili livelli, propria a quel partito.

Disonestà e insipienza di quella classe dirigente hanno portato alla dissoluzione della Democrazia Cristiana ed alla fine della Prima Repubblica; l’assenza di eredi degni di assumersi l’onere del proseguimento della grande e ultrameritoria impresa assunta da tanti, come De Gasperi, Fanfani, Gonella, Scelba, Pella, Campilli e, se permettete, Giuseppe Togni, e alla quale collaborarono Saragat, La Malfa, Pacciardi, Malagodi e quanti altri misero mano a costruire un nuovo futuro per il popolo italiano.

Le stesse disonestà e insipienza che fecero sparire il maggior partito italiano fecero sparire anche i collegamenti tra gli operatori dell’intrallazzo e i danti causa politici; i quali, perso il riferimento, si misero a lavorare in proprio. Fu un periodo breve, perché presto la forza centripeta che sempre richiama i mediocri a fare gruppo, e la spinta ad incrementare gli affari allargando i settori di fornitura, spinsero gli intrallazzatori a rinunziare all’indipendenza per stabilire nuovi collegamenti.

Così le persone nominate agli incarichi più delicati dal PDS e s.m.i. stabilirono sinergie con gli squali spinti da Forza Italia e dai suoi proconsoli, le terze linee intrallazzone delle istituzioni finanziarie, garantendo opportuni compensi, si collegarono ai cascami dei partiti ancora in essere, faccendieri di piccolo cabotaggio si associarono con esponenti di medio livello della cosche professionalmente dedite al malaffare attive in tutta Italia.

Cominciò, pian piano, l’infiltrazione e l’interazione con le strutture amministrative pubbliche; l’impresa, non tanto facile, richiese un po’ di tempo, e la struttura delinquenziale fu pronta solo verso il 2010, anche se aveva dato segni di operatività già da qualche tempo, per esempio con i fatti legati alla Protezione Civile. Proseguì con l’ingegnerizzazione del malaffare, guidata da alcune figure di ponte tra mascalzoni e politica, anche con le varie Presidenze del Consiglio.

Tutto questo marciume è stato favorito dalle linee di comunicazione e dalle convergenze operative tra i peggiori arnesi della politica italiana, fino ad arrivare al punto per cui non solo provvedimenti amministrativi, ma anche gli atti di programmazione e le scelte strategiche venivano condizionate da quello che d’ora in poi chiamerò “il potere” e formalizzati solo a condizione della loro compatibilità con gli interessi dei suoi componenti- Potete controllare i comportamenti dei governi Monti, Letta, Renzi e Angeloni, ma anche dell’ultima parte del Berlusconi IV: tutti confermano la verità di quel che ho detto.

Il potere, una volta insediatosi, continua ad agire, sull’onda di una isteresi che appare – ma io non credo che sia – irresistibile.

Un radicale cambiamento è necessario: ma nel quadro politico italiano, c’è qualcuno che sfugga al collegamento – che determina sudditanza – con i centri del malaffare? A mio parere si, e sono la Lega e M5S: questo soprattutto perché non ha fatto in tempo ad adeguarsi, quella perché, tutto sommato, ha una classe dirigente di vertice che ha rifiutato la logica del coinvolgimento nel malaffare.

Quindi, ritengo che un governo Lega-M5S (Lega, non centro destra: Forza Italia è troppo coinvolta nel sistema del potere) sia l’unico che ci offra qualche speranza di purificazione del sistema. Sia chiaro: speranza, non certezza: Lega e M5S dovrebbero resistere agli immancabili tentativi di infiltrazione che verrebbero messi in atto, e dei quali si ha già qualche segnale.

È pur vero che risulta imbarazzante un’ipotesi che vede l’alleanza tra due organizzazioni che possono essere considerate ricettacolo di ignoranti, ma questo c’è sul tavolo. Per citare un punto a caso, voglio riferirmi all’accordo tra le parti, che i grillini seguitano a chiamare, col consenso dei loro consulenti, “contratto”. Ora, all’articolo 1321 del vigente Codice Civile, troviamo questa definizione: “Il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”: che il garzone di Pomigliano d’Arco fosse ignorante, lo sapevo da tempo come non può non saperlo chiunque l’abbia ascoltato anche solo una volta: ma dov’è il contenuto patrimoniale dell’impegno sul programma di due forze politiche? E com’è che i consulenti sono acquiescenti, e che i commentatori non fanno parola?

Ma voglio concludere questa nota anche troppo lunga.

Cos’è dunque che sta impedendo la formazione del governo Lega-M5S? Certo, visioni programmatiche diverse; certo, la testardaggine di Di Maio nel reclamare una del tutto discutibile presidenza; ma soprattutto l’indisponibilità di Berlusconi, motivata dalla sua natura narcisistica e dalle pressioni dei suoi amici malfattori, che agiscono nella qualità di agenti delle cosche. È il potere che si oppone. Con quale prospettiva? Dovrebbe essere evidente: il miraggio è la formazione di un governo del Presidente, o tecnico, o chiamatelo come diavolo volete. Guidato, è naturale, da una “personalità” magari onestissima in proprio, ma funzionale agli interessi dei suoi mandanti.

Dite che per realizzare un progetto di tal fatta è necessaria la connivenza, o almeno l’indifferenza, del Presidente della Repubblica? Ho paura di sì.

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Pillacchere – 20

Di Maio ha reso noti i nomi dei candidati (supercompetenti, dice lui, ed esperti pronti ad agire “col cuore e con l’intelligenza” per il bene del popolo italiano, dice sempre lui) a comporre il suo governo. Ho già espresso il mio giudizio su questo elenco di nomi, composto da personaggi mediocri; voglio ora esprimere un parere sul perché siano stati proprio questi i prescelti.

Qualunque scelta rispecchia carattere e preparazione di chi la fa, quindi non deve destare stupore la scelta fatta da De Maio: per lui chiunque, avendo un anche mal acquisito titolo di studio e, sapendo compitare, abbia letto tre libri, è un intellettuale; e chiunque sappia anche scrivere è un supercompetente, a prescindere dai contenuti o dall’originalità dello scritto; non dico poi se non sbaglia congiuntivi e sa che Londra è in Inghilterra.

Nessuna sorpresa, quindi; ma l’attesa per il giudizio meritato che gli italiani dovranno esprimere sulle liste degli ignoranti incompetenti. Speriamo bene!

o o o o o

La campagna elettorale è stata una grande occasione per conduttori televisivi, giornalisti anche quotati e politici per fare sfoggio di una corposa ignoranza della Costituzione, dei suoi contenuti e dei principi che ne ispirarono gli autori. Se dai politici (anche visti i precedenti, per esempio, della Boschi) e dai conduttori era ragionevole aspettarselo, mi hanno molto deluso i giornalisti, che mi sono sembrati, l’uno per l’altro, approssimativi a un punto tale da non poter nascondere la sorpresa quando qualche raro informato gli spiegava come stessero le cose.

L’origine di questa ignoranza, a mio parere, sta in due fatti: che quasi nessuno tra la lettura di un trattatello di Diritto Pubblico e l’Isola dei Famosi resiste alla TV; e che c’è anche l’uso spregiudicato e truffaldino che della Costituzione ha fatto la sinistra. I suoi giuristi si sono spinti fino a disegnare una (inesistente) Costituzione materiale, inventata da loro e che aveva maggior forza del testo stesso della Carta.

Sono passati nel linguaggio comune veri e propri strafalcioni, come quello della “Costituzione antifascista” e l’altro dell’Italia “Repubblica fondata sull’antifascismo”. Ora, tutti sanno che la Costituzione è contro ogni dittatura, per la democrazia e per la libertà, quindi contro tutte le ipotesi totalitarie, come quella del fascismo ma anche come quella del comunismo: è per la libertà.

Ma nell’espressione “Repubblica fondata sull’antifascismo”, usata per esempio dalla Merlino in questi giorni, mi pare tanto che ci sia un lapsus freudiano. Infatti la Repubblica è fondata “sul lavoro”: evidentemente per la Merlino & co. l’antifascismo è un lavoro, dal quale ricavare (bene) da vivere.

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Uno statista dai giudizi longevi: Giovanni Giolitti

Nonostante la definizione di “ministro della malavita” vomitata dal bilioso Salvemini in un momento di particolare acidità, Giovanni Giolitti va considerato uno statista:

il più anziano dei due statisti che hanno operato in Italia nel XX° secolo. Naturalmente l’altro – e ben maggiore, in quanto si trovò ad agire in momenti di maggiore difficoltà, e fu più forte difensore della libertà e della democrazia – fu Alcide De Gasperi.

Giolitti – consigliere e Segretario Generale della Corte dei Conti – aveva una solida formazione giuridica e amministrativa, e mettendola a frutto riuscì varie volte a sistemare la macchina dello Stato, sconquassata dalle gestioni dilettantesche, irresponsabili e corrotte dei reduci garibaldini. Del resto il reducismo, cioè l’affidare la cosa pubblica alla gestione di coloro che vantavano meriti veri o presunti verso la Patria, è endemico nel nostro bel paese, ed ha fatto in Italia più danni della grandine. Fino alla Prima Guerra mondiale, salvo rare e brevi eccezioni, dominarono i reduci delle guerre di indipendenza; nell’intervallo tra le due guerre mondiale il reducismo dalla Prima Guerra mondiale fu cavalcato da Mussolini; dopo la Seconda, caduto l’argine frapposto da De Gasperi, fu la volta degli ex partigiani o sedicenti tali, che ancora imperversano: ogni volta i reduci costituirono l’elemento di impaccio alla soluzione dei problemi.

Bene, oltre che un bravo amministratore e un fine politico, Giolitti – come tutti i fini politici – era anche un genio. Per provare questa affermazione, riporto un brano di un: suo discorso del 1899, che molti potrebbero credere scritto oggi: «L’Italia è un paese di bassi salari, dove le tasse sono più alte che in qualsiasi altra parte del mondo. Le imposte, nel complesso, hanno raggiunto un livello insostenibile, e colpiscono più gravemente i poveri dei ricchi. Siamo il paese che ha il debito pubblico più alto in proporzione alle sue ricchezze. La giustizia è lenta, costosissima e senza sufficienti garanzie. L’istruzione elementare è insufficiente, quella superiore crea fabbriche di spostati. Abbiamo un primato vergognoso nella delinquenza comune. Il prestigio nazionale all’estero è in declino intollerabile».

A parte la chiarezza essenziale delle idee, richiamo la vostra attenzione sulla concisione, la precisione e la nettezza del linguaggio: caratteristiche che denotano la qualità della persona e la lucidità del suo pensiero. Come diceva Catone il Censore, rem tene, verba sequentur: chi ha le idee chiare le esprime efficacemente; e Giolitti le idee le aveva molto chiare. Sarei onorato se fossi stato in grado di scriverlo io, con le stesse chiarezza e lucida profondità, in riferimento alla situazione di oggi, il suo giudizio sullo stato delle cose in Italia, lucido e obiettivo,

Durante un solo periodo la situazione italiana è stata diversa da quella descritta da Giolitti, dalla fine della guerra alla metà degli anni sessanta: meno tasse, almeno fino alla riforma Vanoni; l’introduzione di criteri di progressività nella tassazione: il debito pubblico in forte calo, a fronte di uno straordinario progresso del PIL; e via dicendo.

Per riconoscere lo stato delle cose e porvi rimedio, però, servirebbe oggi uno statista intelligente, onesto e lungimirante: peccato che all’orizzonte non se ne vedano.

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Il giuramento di Pontida

Non si sa se il giuramento di Pontida si sia veramente verificato; di certo nel 1167 venne a formarsi un’alleanza tra Comuni lombardi contro l’Imperatore Federico Barbarossa che ne minacciava l’autonomia, e che l’armata che ne risultò lo sconfisse in battaglia a Legnano. L’accordo prevedeva anche una forma di confederazione tra i Comuni, con la devoluzione alla struttura (direttoriale) di importanti poteri (esteri, difesa) e l’abolizione dei dazi. L’avvenimento preannunciava il futuro impegno per l’unità e l’indipendenza italiana: fu ripreso e valorizzato durante il Risorgimento, ed è stato utilizzato fino ad oggi anche come riferimento politico. Il poeta protoromantico Giovanni Berchet ne trasse spunto per una sua composizione, che voglio riproporvi. Con tutti i suoi limiti, la poesia è tuttavia un bell’esempio di poesia civile.

Il giuramento di Pontida
di Giovanni Berchet

L’han giurato. Gli ho visti in Pontida
convenuti dal monte, dal piano.
L’han giurato; e si strinser la mano
cittadini di venti città.
Oh, spettacol di gioia! I lombardi
son concordi, serrati a una lega;
lo straniero al pennon ch’ella spiega,
col suo sangue la tinta darà.

Più sul cener dell’arso abituro
la lombarda scorata non siede.
Ella è sorta. Una patria ella chiede
ai fratelli, al marito guerrier.
L’han giurato. Voi, donne frugali
rispettate, contente agli sposi,
voi che i figli non guardan dubbiosi,
voi ne’ forti spiraste il voler.

Perché ignoti che qui non han padri,
qui staran come in proprio retaggio?
Una terra, un costume, un linguaggio
Dio lor anco non diede a fruir?
La sua parte a ciascun fu divisa.
È tal dono che basta per lui.
Maledetto chi usurpa l’altrui,
chi ‘l suo dono si lascia rapir!

Su lombardi! Ogni vostro comune
ha una torre, ogni torre una squilla:
suoni a storno. Chi ha in feudo una villa
co’ suoi venga al comun ch’ei giurò.
Ora il dado è gettato. Se alcuno
di dubbiezze ancor parla prudente,
se in suo cor la vittoria non sente,
in suo core a tradirvi pensò.

Federigo? egli è un uom come voi,
come il vostro, è di ferro il suo brando.
Questi scesi con esso predando,
come voi veston carne mortal.
Ma son mille! più mila! – Che monta?
Forse madri qui tante non sono?
Forse il braccio onde ai figli fer dono
quanto il braccio di questi non val?

Su! Nell’irto, increscioso alemanno,
su, Lombardi, puntate la spada,
fate vostra la vostra contrada,
questa bella che il ciel vi sortì.
Vaghe figlie del fervido amore,
chi nell’ora dei rischi è codardo,
più da voi non isperi uno sguardo,
senza nozze consumi i suoi dì.

Presto, all’armi! Chi ha un ferro, l’affili;
chi un sopruso patì, sel ricordi;
via da noi questo branco d’ingordi!
Giù l’orgoglio del fulvo lor sir!
Libertà non fallisce ai volenti,
ma il sentier de’ perigli ell’addita;
ma promessa a chi ponvi la vita,
non è premio d’inerte desir!

Gusti anch’ei la sventura e sospiri
l’alemanno i paterni suoi fochi:
ma sia invan che il ritorno egli invochi,
ma qui sconti dolor per dolor.
Questa terra ch’ei calca insolente,
questa terra ei la morda caduto;
a lei volga l’estremo saluto,
e sia il lagno dell’uomo che muor.

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Pillacchere – 19

Esponente com’è di un raggruppamento composto da gente ignorante e incompetente, Di Maio non riesce ad evitare di mostrare, in ogni sua scelta, le stesse caratteristiche, e così è riuscito a stratificare due diverse prove di incivile ignoranza in una sola occasione. Costui in effetti ha aggiunto alla spesso dimostrata ignoranza istituzionale – ricordate: lo sprovveduto si proclama in diritto di ottenere l’incarico per il nuovo governo qualora il suo partito riuscisse ad essere primo nella prossima consultazione elettorale, a prescindere dalla concreta possibilità di coagulare una maggioranza e della discrezionalità che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica – una conclamata incapacità di selezione e di scelta.

Che si sta assai chiaramente palesando anche nella attuale fase pagliaccesca della formazione del “governo”: i selezionati sono uomini piccoli piccoli, attivi in uno specifico, ristretto settore di attività dal quale non sono riusciti ad emergere verso un campo più ampio. Per esempio, tutti sanno quanto, salvo eccezioni, sia scarsa la qualità media dei nostri docenti universitari; ebbene, Di Maio è riuscito a scegliersi mediocri ricercatori e docenti universitari poco autorevoli, insieme a qualche modesto funzionario, a un ufficiale di poco peso, a un ex atleta.

E poi un genio: tale Fioramonti, docente all’antica e nobile Università di Pretoria (Sud Africa), noto più per il suo antisemitismo che per i suoi scritti, valoroso propugnatore della teoria della decrescita felice, tramite per l’incontro di Di Maio con alcuni galoppini di agenzie di prestiti a Londra. Personaggio che da solo qualifica l’insieme delle previste nomine.

Che non avverranno, perché – si dica quel che si vuole – gli italiani non sono così cretini da dare troppi voti a questi tangheri.

o o o o o

Di recente ho messo Del Rio nell’elenco dei ministri più incapaci del governo presieduto dal maggiordomo Gentiloni; non ho affatto sbagliato, e di questo ho avuto conferma nei giorni scorsi, in occasione della nevicata di Roma, che era largamente prevista e, tuttavia, ha provocato nella rete ferroviaria italiana uno sconquasso che nemmeno lo tsunami del Giappone.

In quanto ministro dei trasporti, a Del Rio fa capo l’intero sistema di gestione e controllo delle ferrovie: se i suoi uffici fossero anche mediocremente organizzati, gli avrebbero dovuto trasmettere notizie in tempo reale; e se lui stesso avesse un minimo di capacità di amministrare avrebbe fatto in modo di poter controllare la situazione in ogni momento, magari chiedendo informazioni.

Nulla di tutto questo, invece.

Non solo, in televisione il ministro, dandosi tutta l’importanza che non merita, dopo due giorni dal disastro ha dichiarato pomposamente di aver chiesto notizie; perfino Di Pietro ha reagito: “che, chiede notizie a se stesso?”.

Ora, Del Rio fa parte, e anche in buona posizione gerarchica, della “squadra di competenti” per la quale Renzi invita a votare il PD, ed è un buon esempio delle qualità medie della squadra.

Votarli? Io so che fare, voi fate quel che vi pare.

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Pillacchere – 18 (Menzogne, castronerie e puttanate)

Tra le tante castronerie che circolano c’è quella per cui, secondo la sinistra, tra i principali motivi del malessere e dell’insoddisfazione nella quale gli italiani si trovano c’è la crescita della forbice dei redditi tra i più ricchi, che si sono arricchiti molto, e il resto della popolazione, che si è arricchito poco (chi è più demagogo dice “si è impoverito”; i super demagoghi dicono “si è immiserito”).

Voglio però citare qualche dato: le persone obese o in sovrappeso nel mondo sono oltre 3 miliardi (quasi la metà della popolazione della Terra), mentre coloro che non si nutrono a sufficienza sono circa 800 milioni; ma il dato importante è che solo vent’anni fa questi numeri erano quasi invertiti; e se resta la vergogna per non aver risolto del tutto i problemi dell’alimentazione, confortano i progressi in corso, e il fatto che si possa mangiare di più dimostra che c’è più ricchezza.

Le persone che non hanno accesso diretto all’acqua potabile sono nel mondo circa seicento milioni, meno del dieci per cento della popolazione mondiale: erano il doppio diciott’anni fa, su una popolazione di circa 6 miliardi. Vale lo stesso discorso.

Negli ultimi cinquant’anni il consumo di energia nel mondo è quasi triplicato; poiché l’energia è il motore del progresso, è evidente che l’umanità è progredita, il mondo è progredito, e poiché – come è naturale – il progresso avviene in misura maggiore nei contesti più arretrati e lo stesso andamento regola i processi sociali, i gruppi sociali più poveri hanno beneficiato dello sviluppo in misura maggiore. Anche in Italia, naturalmente.

L’aumento della distanza tra i più ricchi e i più poveri è comunque un segno di progresso, necessario a porre le premesse per un avanzamento generalizzato del benessere; il quale è certamente avanzato, anche mentre le distanze aumentavano.

Perché lo sviluppo non procede in maniera lineare, ma procede; e se qualche imbecille imbroglione (tanto per essere chiari: gli ultimi governi) dice di aver garantito la ripresa in Italia, mentre siamo in fase calante e mentre viaggiamo in retroguardia rispetto a tutti i Paesi europei, basta non dargli retta.

E, soprattutto, non votarlo.

o o o o o

Ho fatto notare una castroneria ripetuta da tutti i gruppi della sinistra: ma ora voglio parlare di una vera e propria puttanata, cioè qualcosa che rispetto alla castroneria sta un passo più avanti, e contiene una certa quantità di menzogna.

Come tutti sapete, senza sosta Renzi, i suoi corifei e i suoi reggicoda vanno reclamando la qualità della loro azione di governo, addirittura poggiando su questa la richiesta di voti per la squadra migliore.

Certo, il peggio non è mai morto; ma credo che sia molto difficile mettere insieme nel governo e in Parlamento un gruppo più incapace e presuntuoso di figuri che si occupano solo degli interessi dei loro amici (anche per i grillini, chiederete; beh, chi fa dell’ignoranza e dell’incapacità i propri segni distintivi è capace di tutto).

Nella storia dell’Italia unita ministri incapaci e inconcludenti come Renzi, la Madia, Galletti, Del Rio o Lotti non s’erano mai visti finora; e ignoranti, anche. Dicono di aver fatto tante cose perché, avendo una larga maggioranza, hanno fatto approvare qualche legge; ma, a parte la qualità dei testi approvati, non sanno che approvare una legge non produce effetti se non si provvede ad approvare i relativi decreti attuativi. Ora, o non sanno quel che c’è da fare o non riescono a farlo; per certo non completano l’opera.

E pensare che forse potremmo essere costretti a vedere ancora di peggio: se il partito degli ignoranti e degli incompetenti dovesse portare un Di Maio, o chi per lui, a Palazzo Chigi, sarebbe un disastro.

Ma il Signore e i nostri patroni San Francesco e Santa Caterina da Siena provvederanno a sventare da noi questa sciagura.

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4 marzo: chi votare? Dico come la penso io.

No di certo LeU e le altre schifezze di estrema sinistra, inaccettabili sul piano della ragione prima ancora che dal punto di vista politico.

No il PD: a parte i disastri combinati sul piano economico e su quello sociale ha diretto una maggioranza che ha approvato provvedimenti inaccettabili come il fine vita, le unioni omosessuali, il divorzio breve e la pillola del giorno dopo tra gli altri.

No +Europa, guidata dalla Bonino le cui mani grondano del sangue dei bambini uccisi con l’aborto e schiera il sedicente cattolico Tabacci.

No agli altri residui della sinistra, mediocri strumenti di richiamo per le poche allodole credulone rimaste.

No Forza Italia, poco selettiva nelle candidature e guidata in buona parte da persone che non vorrei mai a casa mia; il suo elettorato è migliore, ma poi comandano gli esponenti.

No Lega, per l’eccessiva invasatura del suo leader e la rozzezza dell’impianto ideologico.

No Fratelli d’Italia, in cui coloro che affiancano la pur brava Meloni non sono all’altezza intellettuale e morale di richiamare il mio consenso.

E allora? Noi con l’Italia-UDC, nonostante alcune presenze, perché la ritengo l’unica lista in grado di garantire una posizione ragionata e ragionevole, nella quale trovano il giusto spazio i principi non discutibili che devono presiedere alle scelte politiche di ogni cattolico, e un programma tutt’altro che irrilevante.

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