La riorganizzazione del ministero dell’ambiente: storia di alcune miserie e di un possibile aborto

A più di quattro mesi dal suo insediamento, il Ministro Galletti non ha ancora le idee chiare sul da farsi: è lui ad essere incerto, o i suoi più stretti collaboratori sono inadeguati al ruolo che ricoprono? Perché se è vero che il Ministro vanta la notevole esperienza amministrativa di assessore al Comune di Bologna, certamente all’ambiente si trova fuori della sua acqua, e la squadra che ha messo in piedi non sembra essere in grado di fornirgli suggerimenti utili ad una buona gestione politico amministrativa. Non si tratta di un caso unico nel governo Renzi: ne fanno parte diversi sprovveduti, e di volta in volta ne parlerò.

A riprova di quanto sopra sta la vicenda della riorganizzazione del Ministero: il relativo provvedimento era stato redatto in forma di DPCM ai sensi del decreto legge n. 95 del 2012; poi si è pensato di trasformare il DPCM in DPR, ritornando sulla normativa ordinaria; infine si è ritornati al DPCM, e per ora là stiamo. Lo schema di provvedimento, però, è fermo al palo, oggetto come è delle problematiche di equilibrio economico rilevate dalla Ragioneria, e dall’azione di sabotaggio condotta dai vertici burocratici del Ministero. Tra i principali motivi del contendere il diritto di nomina dei nuovi direttori generali previsti dallo schema. Infatti per due posti (uno nuovo e la sostituzione di Clini) ci sono tre prenotazioni: una della mafia interna (direttori più sindacati), una della Presidenza del Consiglio e una (la più debole) personale del ministro. Intanto il provvedimento è fermo, e anche nel CDM del 30 giugno non è stato approvato. Si dice che il mancato via libera della Ragioneria, giustificato da motivi oggettivi, sia stato anche sollecitato da dipendenti del MEF in servizio all’ambiente.

E pensare che dello schema di DPR era stato informato anche il personale per il tramite dei sindacati, non più tardi della scorsa settimana. Infine l’altra sera a seguito del Consiglio dei Ministri un nuovo dietro front. La riorganizzazione si farà (si farà?) con DPCM, che prevede un iter procedurale più snello e veloce, ed elude alcuni controlli.

Pur senza voler entrare nel merito del provvedimento, non posso esimermi da alcune brevi riflessioni di ordine pratico: l’uso del DPCM appare contraddittorio con la previsione dell’art. 16, comma 4, della legge n. 89/2014, che testualmente recita “….. al solo fine di realizzare interventi di riordino diretti ad assicurare ulteriori riduzioni di spesa, ….. i regolamenti dei Ministeri, ….., possono essere adottati con DPCM .…. “: in effetttinon appare per nulla chiaro dove sia quest’ulteriore riduzione di spesa che autorizza l’adozione del DPCM invece del DPR.

Il Decreto, infatti, prevede l’aumento delle posizioni Dirigenziali generali (una in più) e quelle di I° fascia (da 8 a 9), e nonostante il richiamo dell’invarianza della spesa, prevede: l’inserimento nel contingente del personale degli uffici diretta collaborazione di ulteriori 8 consiglieri provenienti dalle carriere delle magistrature (ma non aveva detto Renzi “basta con i fuori ruolo?”), quindi molto cari; l’equiparazione del trattamento economico del Capo Ufficio Legislativo a quello di un direttore generale con incarico; un aumento del trattamento economico accessorio per il Vice Capo di Gabinetto vicario, il vice capo ufficio legislativo vicario, il Capo Segreteria del Ministro e il Segretario Particolare dello stesso; l’aumento dei dirigenti di II° fascia presso gli uffici di diretta collaborazione; l’aumento del contingente del personale degli Uffici di diretta collaborazione di 8 unità per ciascuno dei Sottosegretari di Stato o Vice Ministro nominati (attualmente sono 2, quindi 16 unità); e non è tutto. Forse sta qui il motivo del visto negato dalla Ragioneria Generale; la quale non sempre si accorge delle irregolarità, ma certo lo fa se qualcuno – come appare sicuro nel caso specifico – sollecita la sua attenzione.

La vicenda del ministero dell’ambiente è solo un caso paradigmatico dell’impreparazione e della superficialità con la quale il governo, e in particolare il povero ministro Galletti, procedono: un provvedimento pieno di difetti, oggetto del fuoco “amico” proveniente dall’interno del ministero, che non riesce neanche ad emettere il primo vagito. Tutta la colpa della vicenda, naturalmente, già viene addossata al padre mancato.

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