La liberazione di Roma Storia di una fotografia

gonfalone gtSi sta inaugurando, a Palazzo Venezia, una mostra sulla liberazione di Roma, avvenuta nel giugno del 1944. Fu uno degli eventi più importanti della fase finale della Seconda Guerra Mondiale, lungamente atteso dalla popolazione che per quasi otto mesi aveva vissuto una durissima occupazione tedesca. Quel giorno fu scattata la fotografia che compare nel gonfalone della mostra, esposto sul Palazzo: è di quella fotografia che voglio raccontarvi la storia.

Era una bella domenica, il quattro giugno del quarantaquattro; una domenica come sono a Roma le domeniche di giugno, calde senza esagerare e con poche nuvole bianche alte nel cielo azzurro, in lento movimento sotto la spinta leggera di un venticello fresco. Ma non era, quello, un giorno normale: per tutta la notte si erano sentiti carri e camion tedeschi che si muovevano frettolosamente verso nord, ma alle prime ore del giorno sulla città regnava una calma assoluta, come di un sospiro trattenuto in attesa di cose importanti.

G., giovane membro supplente del Comitato di Liberazione Nazionale di Roma per la Democrazia Cristiana, appena giorno si vestì in fretta, disse alla moglie di avviarsi verso la parrocchia di S. Saturnino con i bambini: si sarebbero visti alla Messa di mezzogiorno. Poi uscì di casa e a passo svelto si avviò verso il centro, per vedere se finalmente gli americani, dopo le lunghe settimane di attesa, si erano decisi ad entrare in città, scacciandone i tedeschi. Il momento era atteso e temuto: da una parte l’agognata ed attesa liberazione, dall’altra il timore di uno scontro violento tra i due eserciti, che avrebbe potuto causare gravi danni alla popolazione e la distruzione di importanti monumenti. Fortunatamente, sembrava, tutto era andato liscio: il maresciallo Kesselring aveva disobbedito all’ordine del Führer di non trattare col nemico e, se necessario, distruggere la città; due mesi e mezzo dopo, a Parigi, Dietrich von Choltitz si sarebbe comportato nello stesso modo. Evidentemente i generali tedeschi erano migliori dei loro capi.

G. arrivò al suo ufficio di Via Quattro Novembre, nel Palazzo Pignatelli. Era tutto a posto, in quell’appartamento che negli ultimi mesi aveva ospitato decine di ebrei e di ricercati; nessuno aveva toccato le griglie di platino, pesanti decine di chili, provenienti dallo stabilimento Montecatini di Colleferro, che con gli amici della resistenza era riuscito a sottrarre ai tedeschi nascondendole sotto il pavimento. Rassicurato dall’esame, G. richiuse a chiave la porta verificandone la tenuta (era una sua piccola fissazione) e scese in strada. Fu sorpreso dal flusso consistente di persone che scendevano verso Piazza Venezia, ma pensò al riflesso automatico di cittadini che confluivano verso il luogo nel quale da oltre vent’anni venivano celebrati tutti i riti pubblici e somministrate tutte le informazioni importanti.

La Piazza si stava riempiendo. Dal Corso, da Via Quattro Novembre, da Via (ancora) dell’Impero, da Via (ancora) del Mare, da Via (ancora) del Gesù fiumi di persone si affrettavano verso la grande Piazza, in cerca di informazioni, di qualcuno che li indirizzasse, di una mano paterna alla quale potersi affidare; di qualcuno che avesse la stoffa di leader, loro che per due decenni avevano solo obbedito senza mai scegliere. G. questa stoffa l’aveva: era cresciuto con grande capacità e volontà, salendo dalla funzione di disegnatore che per la morte del padre era stato obbligato a svolgere a partire dai sedici anni fino al ruolo di direttore centrale, a meno di quarant’anni, della più grande conglomerata italiana; studiando di notte e nei rari momenti liberi era riuscito non solo a laurearsi, ma addirittura ad avere un incarico di insegnamento all’Università di Roma; aveva inventato e organizzato, e stava guidando, il sindacato dei dirigenti; iscritto fin da ragazzo al Partito Popolare – falsificando la data di nascita, autorizzato dal Vescovo di Pisa, il Cardinale Maffi, che poi l’avrebbe sposato alla sua Bianca – aveva sempre mantenuto i contatti con i suoi amici cattolici e democristiani, ed era stato scelto per l’incarico più importante che potesse essere affidato a un giovane, quello appunto di membro supplente (l’effettivo era il ben più autorevole Canaletti Gaudenti) del CLN di Roma.

Nessuno aveva preso l’iniziativa di convocare quella gente a Piazza Venezia; non c’era un programma; non c’era un oratore. Qualcuno riconobbe G., e lo invitò a parlare a quella folla, a spiegare a tutti che gli americani stavano arrivando, che la libertà era stata ritrovata, che potevano stare tranquilli. Si trovò una macchina, una vecchia Lancia Astura, che fu parcheggiata all’incirca dove oggi si trova la pedana retrattile dei vigili; G. fu spinto sul tetto; si fece silenzio, perché nessuno sapeva nulla, e tutti aspettavano che gli si dicesse qualcosa. G. era in piedi sul tetto della vettura; la giacca gli pendeva addosso, perché gli ultimi mesi a Roma erano stati molto duri, e tutti erano rifilati all’osso; ma cominciò a parlare, mentre qualcuno, probabilmente dal primo piano del palazzo delle Assicurazioni Generali o appostato su un’altra macchina, scattava la fotografia della quale sto parlando. Fu forse la prima fotografia scattata a Roma libera; libera prima di essere liberata, come fu poco dopo, dalle truppe del generale Mark Clark che venivano su per l’Appia.

Cosa disse G. non lo so: io ero a San Saturnino con mia madre, e poi non avevo ancora due anni. Ma mi piace pensare che avrà detto le cose che poi ha insegnato a noi; che avrà tranquillizzato e rassicurato tutta quella gente come poi tranquillizzava e rassicurava noi, suoi figli, quando avevamo qualche paura o qualche problema; che li avrà invitati a darsi da fare per consolidare la libertà che si stava annunziando.

Naturalmente non esiste una registrazione sonora dell’evento, ma la fotografia si, quella esiste; ne ho una copia incorniciata vicino alla mia scrivania, in ufficio, e di tanto in tanto la guardo con orgoglio e affetto. Guardo con orgoglio e affetto di figlio, e con commozione di cittadino, la fotografia di G., Giuseppe Togni, mio padre.

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