Rifiuti, differenziata, discariche, fregnacce

Primo: tutti i sani di mente sanno che le discariche sono una vergogna sia dal punto di vista sanitario che da quello della tutela dell’ambiente; esistono anche normative europee che ne impedirebbero l’uso.

Secondo: pressati dalla chiusura delle discarica di Malagrotta, autorità cittadine di Roma e commissariato per l’emergenza rifiuti stanno cercando il sito in cui collocare una nuova, grande discarica che la sostituisca.

Terzo: è sotto gli occhi di tutti lo stato indecente delle strade di Roma e della gestione dei rifiuti cittadini nel suo insieme. Come è noto, a gestire i rifiuti della capitale è la municipalizzata AMA, lasciata con debiti stratosferici assurdi e demenziali da Veltroni e salvata dal fallimento nel 2008-2009 solo da un miracolo finanziario dell’allora A.D. Panzironi.

Quarto: è evidente a tutti che l’unica soluzione del problema dei rifiuti raccolti è l’attivazione di un inceneritore (gli ipocriti dicono: termovalorizzatore) che abbia una capacità di incenerimento intorno al milione di tonnellate/anno per smaltire i rifiuti prodotti dalla città. Non che non sia stata ipotizzata una soluzione di questo tipo: nella campagna elettorale poi vittoriosa Alemanno aveva inserito tra i punti qualificanti del suo programma la realizzazione di un sistema di incenerimento, poi la mala genìa dei suoi collaboratori e dei suoi sostenitori politici lo dissuase dal realizzarlo: un altro tra i tanti fallimenti del sistema di governo allora messo insieme coinvolgendo alcuni estremisti e un discreto numero di ladri.

Mi limiterò a parlare oggi dei primi due punti, prendendo spunto anche da un rapporto diffuso dal CONAI. Questo consorzio è il fulcro del sistema costruito a suo tempo da Ronchi per la gestione dei rifiuti industriali; un sistema che è un mostro giuridico, un ircocervo costituito da soggetti privati ai quali è devoluto per legge il monopolio della gestione degli imballaggi, e ai quali sono obbligati per legge al versamento di sostanziosi contributi praticamente di tutti gli operatori economici. Sul sistema dei consorzi per lo smaltimento degli imballaggi, dei quali CONAI è il capofila, sui loro costi, sui soldi pagati ai sindaci, sui vantaggi garantiti ai loro gestori, sull’ignoranza dei loro vertici, e su altre piacevolezze tornerò in altra occasione.

Ora il CONAI, raccogliendo uno studio UE che, come nella maggioranza dei casi, parte da premesse inesatte per arrivare a conclusioni sbagliate, proclama la necessità di promuovere l’industrializzazione della filiera del riciclo, prevedendo il raggiungimento di risultati incredibili e mirabolanti (136 miliardi di risparmio tra 2013 e 2020, 874 mila nuovi posti di lavoro) assolutamente poco o nulla credibili.

Giusto industrializzare il riciclo, ma questo non era tra i compiti d’istituto del CONAI? E nei suoi 15 anni di vita, cosa ha fatto il CONAI? E come ha speso la cascata di quattrini della quale è entrato in possesso? Credo che tra le sue attività principali sia stato il finanziamento di linee di “comunicazione” dei sindaci, e di altre analoghe gestite direttamente.

Certamente riciclare il riciclabile è una cosa ben fatta, ma a condizione – e solo a condizione – che il bilancio di sistema dal riciclo fornisca un risultato finale positivo. In altre parole la raccolta differenziata va organizzata solo se fornisce un risultato economico positivo, altrimenti non è solo inutile: produce danni e illusioni. Come quella della città a rifiuti zero: si è tanto propagandata San Francisco, che non ha rifiuti da smaltire. Poi è venuto fuori che la città spende ogni anno cifre astronomiche per portare rifiuti agli inceneritori canadesi.

Cambiati i riferimenti geografici, e ritroverete la situazione di Napoli, dove i rifiuti, sempre al caro prezzo che noi tutti paghiamo, vengono trasportati nel nord Europa; anche per Roma qualche ritardato mentale ha proposto la stessa soluzione.

San Francisco, Napoli, Roma: evidentemente le fregnacce non conoscono confini geografici.

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