La muta alla Farnesina, dove si è sempre parlato molto e detto poco

La vulgata racconta che Amintore Fanfani, appena entrato in carica come Ministro degli esteri il primo luglio del 1957 nel suo secondo governo, secondo sua abitudine si recasse alle otto in punto a Palazzo Chigi, allora sede della diplomazia italiana. Dette disposizione all’usciere di invitare nel suo ufficio i direttori generali, e gli fu risposto che non ce ne era nessuno: secondo consuetudine, gli fu detto, sarebbero arrivati verso le dieci e mezzo, dopo la sosta per il caffè all’elegante bar pasticceria Ronzi e Singer, collocato all’angolo tra Piazza Colonna e il Corso, dove adesso si trova il volgarissimo centro della TIM. Fanfani non fece una piega: disse all’usciere di portargli le chiavi delle stanze dei direttori dopo averle chiuse, le dispose in ordine sul suo tavolo, e terminò: “Se i direttori vogliono entrare in ufficio, vengano personalmente a ritirare la propria chiave”.

L’aneddoto conferma le doti di decisione dello statista aretino, e illustra la lunga tradizione di non lavoro propria di quel ministero. Come succedeva dal Regno di Sardegna, prima e dopo la scossa Fanfani, i dirigenti degli esteri hanno due obiettivi: parlare molto senza dire niente di significativo; stare il più lontano possibile dagli impegni di lavoro. Si dirà: non è una peculiarità dei diplomatici, questa, ma un atteggiamento di tutti i funzionari pubblici. È vero, ma agli esteri è particolarmente sviluppato.

Dopo un lungo elenco di personaggi molti dei quali eminenti, a partire da Camillo Benso Conte di Cavour, Alcide De Gasperi, Giuseppe Saragat, Attilio Piccioni per ricordarne solo alcuni, il ministero è piombato nella più opaca mediocrità: ne è ministro Federica Mogherini, Vice ministro Lapo Pistelli, sottosegretari Michele Giro e Benedetto Dalla Vedova. Come risulta evidente a prima vista, si tratta di personale politico di scarsa qualità, costruito negli allevamenti in batteria di PCI/D’Alema, Margherita, FI e Partito Radicale. Nessuno che possa aspettarsi di lasciare una traccia non dico nella storia, ma neanche negli archivi dei giornali: neanche Pistelli, nonostante i frenetici tentativi e le autocandidature.

Certo, negli ultimi decenni la politica estera è stata sempre di più gestita dal Presidente del Governo, e le competenze specifiche sono meno richieste, ma a tutto c’è un limite. E pensare che Matteo Renzi il senza vergogna ha avuto l’idea di candidare la Mogherini al ruolo di rappresentante della politica estera della UE; certo, in sostituzione della baronessa Catherine Ashton, e quindi non è possibile un peggioramento; e oltretutto la nomina varrebbe ad eliminare un autentico orrore ambulante (sto dicendo dal punto di vista delle capacità: l’aspetto fisico non mi interessa. Anche se …).

Quali siano le qualità e i meriti (Qualità? Meriti? Mah!) della Mogherini lo sanno, forse, Renzi che l’ha nominata e D’Alema che l’ha svezzata, ma nessun altro; e la giovanotta sembra viaggiare verso una clamorosa trombatura; con grande delusione di Angelino Alfano, che punterebbe alla successione. La debolezza della ministro è doppia: sul fronte internazionale per la sua eccessiva simpatia per Putin (reminiscenze ancestrali? Richiamo della foresta?), e sul fronte interno perché, pur in un ministero che tradizionalmente fa molto poco, da quando è arrivata la Mogherini non si fa assolutamente niente.

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