Politica, economia, interesse pubblico e potere: alcune modeste osservazioni

I costanti collegamenti che Renzi fa tra riforme e ripresa economica hanno certo grande valore nel medio-lungo termine, ma sono privi di pregio e di significato se ragioniamo sul breve; e, nella situazione disastrosa che stiamo vivendo, e che ci viene ben chiarita dai numeri di questo periodo, abbiamo bisogno di soluzioni per l’immediato, e non possiamo certo attendere gli effetti delle riforme strutturali.

C’erano alcuni interventi che il Presidente del Consiglio aveva definito urgenti nell’assumere le sue funzioni, ed anche prima per giustificare la sua (im)prevista e brusca presa di potere; questi interventi erano stati evocati anche dai suoi predecessori, ed erano ben presenti nel dibattito sul futuro del Paese, senza che nessuno si sognasse di concretizzarli o di provare a concretizzarli: il taglio della spesa (Cottarelli, se ci sei batti un colpo!), la vendita di beni pubblici, la cessione di partecipazioni non strategiche, l’alleggerimento della macchina statale; e – a mio parere non anche, ma soprattutto – la riduzione dei gravami fiscali.

Non solo nulla di tutto questo finora è stato fatto, ma – contrariamente al costume renziano – non sono stati neanche resi noti programmi, cronogrammi o contenuti di future iniziative, da rinviare e posporre ad un secondo tempo.

Eppure, chi anche superficialmente conosca il funzionamento della PA, sa che l’impresa è difficile, ma tutt’altro che impossibile. Certo, bisogna essere decisi a non dare ascolto a chi, contro interessato, richiami impossibilità e rappresenti difficoltà; occorre tener presente che ogni euro di diminuzione del bilancio di un ufficio significa, per il titolare di quell’ufficio, minor potere e minor considerazione; in taluni casi, minore possibilità di arricchimento e/o minor capacità di corruzione. Per superare i contrasti che ne derivano ed ottenere un risultato concreto, occorre un vero rottamatore, che vada avanti eliminando tutti gli ostacoli – persone o interessi – che si parino sul suo cammino; personalmente, pur non avendo alcuna simpatia per Renzi, la sua provenienza politica o le sue idee, speravo che avesse la fermezza, la capacità e la decisione necessarie a portare a termine il compito che aveva annunziato di volersi assumere. Oggi ho forti dubbi di avere mal riposto la mia fiducia, e ritengo che ci toccherà di camminare nelle sabbie mobili ancora per un periodo non breve, con la prospettiva di dover ricominciare tutto tra non molto.

Vi farò conoscere nelle prossime settimane le mie idee e alcune proposte modeste ma molto concrete per portare questo povero Paese in una situazione meno drammatica; idee non particolarmente originali, e in qualche misura già presenti negli annunzi di vari governanti; ma una cosa sono obiettivi e intenzioni, altra è il risultato. Né vale la scusa “ci ho provato, ma me l’hanno impedito”. Il potere politico – che Renzi ha e che Letta, Monti, Berlusconi e Prodi hanno pur avuto, anche se non ne hanno fatto molto – è il più forte di tutti i poteri, ma solo se sono realizzate due condizioni: chi lo detiene deve volerlo usare, e sapere come usarlo. Per motivi nei quali non è il caso di entrare adesso i nostri governanti non sono riusciti a rimettere in piedi questo Paese. Hanno detto che chi aveva in mano le effettive leve di comando non collaborava, ma io credo che ci fossero alcuni tra i loro collaboratori che portavano interessi diversi da quelli pubblici; che ci fosse una gran carenza di persone in grado di svolgere le attività necessarie o almeno di coadiuvarne l’esecuzione, ma io credo che non sapessero sceglierle; che ci fosse una insufficiente volontà o la debolezza verso interessi particolari, ma io credo che fossero loro ad essere deboli e imbelli; potremmo continuare, ma sta di fatto che per uno o più di questi fattori finora niente si è fatto da parte di chi fare poteva e doveva.

Si è fatto, invece, quello che non avrebbe dovuto essere fatto: dare corso ad interessi particolari caricandone i costi su cittadini e sistema produttivo, aumentando contemporaneamente, in maniera significativa, debito e tasse. Non posso esprimere fino in fondo il mio giudizio mantenendomi nell’ambito di un vocabolario “parlamentare”: ma sto tentando di riflettere su quanto ci sia stato di educato e di corretto nel distruggere un sistema economico produttivo che, anche a non voler esagerare, teneva una posizione assai dignitosa nel contesto mondiale: una posizione che oggi non tiene più.

Seguiterò a parlare di questi argomenti: sono quelli che hic et nunc devono essere discussi, perché sono quelli di maggior interesse, e il tempo utile a fare qualcosa sta finendo di consumarsi.

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