Si vox est dulcis canta, si mollia brachia salta

Un criterio corretto per l’impostazione di una convivenza è che tutti i membri della comunità vengano posti tra loro in condizioni di parità: ognuno deve avere la possibilità di far valere le sue capacità ed il suo impegno per raggiungere gli obiettivi che gli sono possibili dal confronto con gli altri. La norma deve trattare in modo uguale situazioni uguali, e in modo diverso situazioni che non siano uguali.

Infatti, contrario al principio di parità è quello di uguaglianza, secondo il quale tutti hanno diritto allo stesso trattamento, quali che siano le loro situazioni soggettive.

La Costituzione riconosce, anche se indirettamente, il principio di parità, e altrettanto indirettamente nega l’applicabilità del principio di uguaglianza fuori delle esigenze primarie della vita e della sua qualità.

Allora non si capisce perché si affidino determinate attività a determinate persone. Faccio un esempio: io sono anziano, oltretutto non libero nei movimenti; in ragione di questo non mi passa neanche nell’anticamera del cervello di avere il diritto di partecipare alle Olimpiadi, come potrei fare se fosse in vigore il principio di uguaglianza.

E allora, quello che non mi spiego è perché vengano affidate attività determinate a persone che non posseggono i requisiti essenziali per svolgerle. Per esempio, chi mi sa dire perché almeno il dieci per cento delle persone che per mestiere parlano in pubblico col pubblico è scelto tra coloro che sono afflitti da gravi difetti di pronunzia? E qui non parlo della merce comune che sono i difetti derivanti da ignoranza (vocali e/o accenti sbagliati), ma di difetti di pronunzia, come l’erre moscia, che rendono difficile intendere quanto viene detto.

Quale è il motivo di questa situazione? Qualcuno sarà stato raccomandato, per altri ci sarà stata qualche forma di scambio; ma certo per tutti non si è applicato alla selezione che sarà stata fatta (?) alcun principio di meritocrazia. Solo dal confronto e dalla competizione si ottengono buoni risultati, ed è proprio dalla mancanza di confronto e di competizione che nasce la crisi italiana.

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