Stato di diritto, indipendenza della magistratura e giurisdizione sui giudici

Attenzione: questo non è e non vuole essere un saggio, né uno scritto a carattere scientifico: si tratta solo di un appunto nel quale espongo alcune personali considerazioni fatte in risposta alle domande di un nipote. Spero che possa interessare a qualcuno che ha in proposito un interesse medio: se non vi interessa l’argomento o il vostro interesse nasce da una competenza specifica, vi consiglio di passare oltre.

Uno Stato non può definirsi “di diritto” se, tra gli altri molti requisiti richiesti, non vi è presente un sistema di applicazione di sanzioni sui componenti dell’ordine giudiziario che svolgano in modo non corretto le loro funzioni; sistemi analoghi, provvisti di regole equipollenti, devono evidentemente funzionare anche per i rappresentanti dei poteri esecutivo e legislativo.
Infatti dire che uno Stato è “Stato di diritto” è legittimo solo quando tutti i suoi cittadini sono ugualmente soggetti alla legge, cosicché possano essere chiamati a rispondere alla comunità se hanno compiuto delle malefatte, ed ai singoli per i danni causati loro. Il fatto di aver tenuto comportamenti scorretti nell’esercizio delle loro funzioni costituisce, naturalmente, una aggravante.
Il concetto di sottomissione alla legge di tutti i cittadini e di uguaglianza di fronte ad essa è maturato durante le vicende inglesi del X-XII secolo che hanno portato alla promulgazione delle varie edizioni della Magna charta, ed è poi stato perfezionato e teorizzato tra il XVIII e il XIX secolo: si tratta di informazioni che fanno parte della cultura comune, sulle quali non vale la pena di soffermarsi. Vale però la pena di ricordare che in quel contesto nacque il principio del giusto processo, cioè del giudizio formulato da una giuria di dodici uomini liberi, che è stato ripreso e affermato dalla nostra Costituzione al primo comma dell’articolo 111. Al secondo comma si stabilisce che esso deve svolgersi “davanti a un giudice terzo ed imparziale”.
Furono i normanni ad introdurre tale principio in Inghilterra come avevano già fatto in Sicilia al tempo della loro dominazione: in Inghilterra si affermò, in Sicilia non ebbe vita lunga. C’è qualcuno che dice che i normanni impararono questo principio dagli arabi, ma io non credo: non c’è nulla che gli arabi abbiano insegnato agli europei, salvo i numeri (trasmessi dagli indiani) e i testi di Averroé, traduttore degli scritti del greco Platone.
Tutto ciò premesso, possiamo dire oggi che l’Italia è uno Stato di diritto? Diceva giustamente Sant’Agostino: bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu (è un latino facile che non necessita traduzione). Lo stesso concetto è poi stato ripreso da S. Tommaso e da molti altri, e io credo che sia opportuno utilizzare qui quel principio, definendo come bonum lo Stato di diritto corredato da tutte le sue caratteristiche essenziali, e come malum lo Stato nel quale anche una sola di queste caratteristiche manchi.
Al fine di verificarne la presenza, vediamo un po’ se il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge vale anche per i componenti dei corpi titolari dei poteri. Per quanto riguarda i membri del potere legislativo e dell’esecutivo ci siamo quasi; fatte salve alcune (pur non trascurabili) eccezioni relative alla procedura, il loro trattamento è pari a quello dei cittadini comuni.
I problemi grossi cominciano quando esaminiamo le condizioni nelle quali operano i membri dell’ordine giudiziario. E dobbiamo subito constatare che differenze di trattamento rispetto alla generalità dei cittadini sussistono. Tanto per cominciare, i membri della magistratura non sono sottoposti – per quanto riguarda i comportamenti tenuti nell’esercizio delle loro funzioni – alla giurisdizione ordinaria, neanche con le opportune garanzie, se non a seguito di un giudizio preliminare. Essi dispongono di un organo proprio per l’esercizio della prima giurisdizione sui comportamenti tenuti nella loro attività. Una aggravante di questa situazione è che tale organo è composto quasi integralmente da magistrati scelti dai magistrati: il “giudice terzo e imparziale” non esiste, quindi, e la parità di tutti i cittadini di fronte alla legge va a farsi friggere.
Sulla base delle sopraesposte considerazioni, la risposta alla domanda originale è semplice ed immediata: l’Italia non è uno Stato di diritto. Dello Stato di diritto possiede molti requisiti, ma non li possiede tutti. Non sussiste l’integra causa: ex defectu il nostro ordinamento è gravemente carente, e va modificato. Naturalmente sarà sempre necessario mantenere le garanzie necessarie ad assicurare l’indipendenza dell’ordine giudiziario, nei modi che saranno ritenuti opportuni.
È realistico pensare che il conformismo degli studiosi e dei politici, la mancanza di coraggio degli operatori della comunicazione e il menefreghismo dei cittadini-elettori pongano il momento della correzione in un futuro eventuale, comunque estremamente remoto: a me non importa. La buona battaglia va combattuta sempre e comunque.

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