Le passere non sono leoni

È chiaro ed evidente a chiunque abbia un minimo di raziocinio che il problema politico, nell’Italia di questi anni, è la riorganizzazione della destra. Per garantire lo sviluppo equilibrato e l’efficace gestione del sistema politico amministrativo occorre la presenza di un riferimento politico che ponga e si ponga gli obiettivi di garantire a tutti tutte le libertà, di avere una tassazione accettabile, uno Stato non asfissiante, l’introduzione di criteri meritocratici per l’accesso e lo sviluppo di carriera anche nell’amministrazione, lo stimolo di una vera, viva e vivace concorrenza tra i soggetti dell’attività economica, l’acquisizione come dato culturale radicato delle necessità di una buona dose di competitività per il raggiungimento di obiettivi significativi, un sistema giudiziario efficiente e giusto, che abbia poteri definiti e sia sottoposto a controlli non corporativi. Naturalmente, ho citato solo alcuni dei principi essenziali di un programma di destra, e non sarà difficile ad ognuno di voi integrarlo e dettagliarlo come necessario; ma credo che non sia inutile tener sempre presenti, davanti ai nostri occhi, i fondamenti essenziali.

Deve anche aggiungersi che un programma non può essere credibile se non prevede razionalmente e credibilmente che risultato finale dell’attività da svolgere siano la progressiva ripresa economica e produttiva, l’aumento dell’occupazione, e uno stato della vita associata complessivamente migliore e più tonico rispetto a quello di partenza.

Con una certa approssimazione, i punti sopra accennati costituirono il programma di Silvio Berlusconi per Forza Italia e i suoi alleati nel 1994. Sul programma della “grande liberalizzazione” la destra vinse le elezioni del 1994, poi quelle del 2001 e del 2008, garantendosi una gestione del Governo e della maggioranza parlamentare di quasi dieci anni. Durante i quali nessuno dei punti essenziali è stato affrontato, o, tanto meno, risolto: cercherò poi di spiegare alcune delle cause di questa inconcludenza.

Oggi non si può proseguire in questo modo: la destra deve riorganizzarsi in modo efficace per svolgere al meglio il suo ruolo per il futuro del Paese. Di questo sono tutti convinti, tant’è che da almeno due anni ci vengono ammannite ricette che hanno questo obiettivo. Voglio lasciare da parte le ipotesi Alfano, Meloni, Fitto e simili castronerie, per venire a quella che oggi può apparire al cittadino sprovveduto dotata di una certa credibilità: Corrado Passera e la sua sfida, il cui inizio delle attività è stato annunziato (non certo per la prima volta) per il prossimo autunno/inverno.

In una sua lettera alla quale la stampa ha dato un risalto oggettivamente immeritato, Passera proclama di essere in grado di garantire agli italiani i risultati prospettati; e, a garantire la sua capacità di raggiungere gli obiettivi, cita i successi raggiunti a capo di strutture pubbliche e private, fuori dalla P.A.

Qualche osservazione. Non c’è dubbio che Passera, gestendo soldi non suoi e dei quali non aveva responsabilità, abbia ottenuto dei risultati positivi; ma è vero pure che lo stesso signore ha avuto per quasi due anni nelle sue mani gran parte dell’economia italiana senza produrre alcun risultato avvertibile. Nel governo Monti, infatti, come ministro dello Sviluppo Economico e delle Comunicazioni, e contemporaneamente delle Infrastrutture e dei Trasporti, di Passera non abbiamo avuto notizie. E pensare che il nostro era stato anche l’autore del piano golpista contro Berlusconi e il suo governo, ispirato da Napolitano e da lui richiesto, del quale si sono avute prove recenti. Ritengo che dal complesso di queste notizie possa concludersi che il buon Passera – il quale certamente non è dotato di credibilità democratica o istituzionale – debba essere considerato carente anche di comprovata capacità amministrativa.

Resta ancora il dato della misura del consenso: nella destra, ad oggi, l’unico che ha consenso e – in prospettiva – voti è proprio il vecchio leader Cavalier Berlusconi; e chi vorrà succedergli dovrà dimostrare di avere almeno una forza equivalente alla sua. Né ha alcun pregio l’osservazione sulla sua situazione giudiziaria: anche al di là delle prospettive di revisione del processo (ma perché tanti anni senza Coppi?) non possono certo essere le decisioni di giudici faziosi, assunte al di fuori di qualunque garanzia di parità e contro il concetto stesso di giustizia, a bloccare il processo di libera scelta degli elettori italiani.

Ancora Silvio Berlusconi, dunque? Certo, a condizione che sappia rinnovare il suo entourage, sui membri del quale, Gianni Letta in testa, grava la colpa di aver impedito quel processo riformatore sul quale il Cavaliere si era impegnato, e che non è stato realizzato. Alla novità del capo, infatti, non si è trovata corrispondenza in uno staff adeguato di collaboratori.

Incapacità? Sabotaggio? Un po’ e un po’? Un’idea ce l’avrei, ma me ne riservo l’espressione. Se Dio vuole, ne parleremo più avanti.

Per concludere, è proprio la prevedibile difficoltà in questo processo di rinnovamento che costituisce il principale motivo di incertezza su un futuro guidato bene da una destra forte politicamente come è ancora forte nel consenso popolare. Gli italiani hanno fatto vincere la sinistra solo quando è stata aiutata da manipoli di traditori: se sapremo essere chiari, liberi e forti, non ci sarà nessun bulletto di periferia che potrà ostacolarci.

 

 

 

 

 

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