Sulla verità

Tra bianco e nero c’è una scala infinita di grigi? Vero e falso si innervano e si mischiano creando aree delle quali è difficile capire quale sia la natura? O bianco e nero, bene e male, sono opzioni incompatibili, e l’una esclude l’altra? E soprattutto, la verità è una e una sola, e possiamo definirla tale solo se integralmente uguale a se stessa?

Dopo tanto tempo nel quale il dubbio non aveva campo, e tutti sapevano con certezza che il bianco era l’opposto del nero, e che il grigio era una tentazione del demonio, le cose sono cambiate. Da qualche secolo (dubito, ergo sum) va di moda l’apprezzamento del grigio, la valutazione positiva dei giudizi sfumati e ambivalenti, l’orrore per la dicotomia: è giudicato politicamente corretto non dare giudizi definiti, sfumare le opinioni, ammettere per tutti il possesso di una parte della verità lottizzata.

L’atteggiamento dominante serve molto bene ad integrare il relativismo del quale è intrisa la nostra società, e nell’ambito del quale si dibattono, senza riuscire a definire e a definirsi, menti deboli o incerte, prive di riferimenti chiari e di premesse indubitabili. Risulta anche difficile aprire una discussione sull’argomento.

È il sistema autodefinito culturale a costituire la maggior difficoltà per poter organizzare un discorso sereno e obiettivo: è il sistema di potere che ne consente vita e organizzazione, sono gli immotivati vantaggi che ne conseguono a chi vi partecipa che ne costituiscono la forza; l’esclusione dal sistema e dai suoi vantaggi di chi pretenda di ragionare per suo conto chiude il cerchio.

Il pensiero unico dominante, con la sua intolleranza a qualsiasi deviazione garantita dai mezzi di comunicazione di massa, ne rappresenta la macchina da guerra; la sua forza – come sempre in analoghe situazioni – è misurata dalla debolezza e dalla corruttibilità dei possibili oppositori; i modi d’esercizio della sua forza sono il disprezzo, la messa in ridicolo, la sottovalutazione: mai lo scontro in campo aperto, la discussione nel merito, che gli esponenti più o meno importanti della “cultura” ufficiale per propria naturale propensione rifiutano. Essi non accettano di discutere sulle premesse, quindi si sottraggono ad un vero confronto. Sfuggono la verifica, perché hanno la sensazione dell’assenza di fondamenta della loro costruzione. Si rifugiano in ciò che è accettato da una maggioranza (maggioranza?) ignorante, prepotente e volgare: quella che accetta il sistema – come accetterebbe qualunque sistema – e ci sguazza dentro.

Cercare, propugnare e difendere la verità non è impresa semplice, tanto meno facile; del resto le cose giuste e importanti raramente lo sono. Voler avere correttamente a che fare con la verità richiede controllo continuo e continua attenzione ai particolari, anche a quelli più minuti. È nozione comune che il diavolo si nasconda nei particolari: e così il piccolo errore contenuto in un particolare può inficiare l’intera costruzione di un ragionamento importante.

Insomma, la verità è difficile da conoscere, da proclamare e da difendere, ma conoscerla, amarla e proclamarla è inebriante. Dà la sensazione di sentirsene campione, di riconoscersi impegnati in una battaglia combattuta dalla parte giusta.

Quella “buona battaglia” alla quale ciascuno di noi è chiamato, nella quale premio massimo è costituito dalla partecipazione, e nella quale qualcuno di noi ottiene di combattere con continuità e valore.

 

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