Beni culturali – 1 Micragne, gelosie e sprechi

I bronzi di Riace si trovano in Italia, ma non sono italiani: si tratta di sculture greche naufragate mentre venivano trasportate da chissà dove a chissà dove, e recuperate abbastanza di recente in acque italiane. Non rappresentano il genio italico, ma fanno parte della cultura della quale siamo figli e costituiscono parte integrante del patrimonio artistico del nostro Paese: mi pare che possano degnamente essere collocati in una Esposizione che ha tra i suoi obiettivi quello di far conoscere l’Italia al mondo. Anzi, in un contesto assai poco intelligente come quello sotteso dal tema principale di EXPO ‘15, possono costituirne un aspetto particolarmente significativo. Nello stesso modo la Gioconda, che di francese non ha nulla se non il fatto casuale di essere stata regalata dall’autore (italiano) al re di Francia ed essere ivi conservata ed esposta, ha spesso rappresentato nel mondo la sua patria di adozione. La contrarietà di molti critici d’arte e funzionari “culturali” al viaggio è un esempio tipico della loro ottusità meschina, che vuole giustificare con ragioni pseudo scientifiche egoismo e piccineria.

Ma, al di là delle miserie degli addetti ai lavori, per i bronzi, però, il vero problema è un altro, e cioè la loro “residenza” a Reggio Calabria. Si trovano in un sito decentrato, che non rientra nei circuiti turistici importanti, e che richiama ed è destinato comunque a richiamare numeri estremamente limitati di visitatori. Lo dimostrano le cifre, anche recenti: è un’occasione che si sta perdendo, un bene importante di fatto nascosto al grande pubblico.

Il che ci porta ad un altro dei gravi problemi italiani: come in politica la Costituzione è stata scritta per impedire qualsiasi concentrazione di poteri, anche giusta, opportuna e limitata all’ambito delle garanzie democratiche, così nell’amministrazione la dannazione del localismo anticentralistico, propria di provinciali ottusi e della loro logica piccolo borghese, ha spesso impedito che iniziative commendevoli potessero raggiungere la dimensione critica e quindi decollare. In Francia c’è il Louvre e un migliaio di altri musei, in Italia oltre quattromilacinquecento (dei quali cinquecentocinquanta solo in Toscana) luoghi di raccolta di beni artistici o storici ognuno dei quali contiene opere di più o meno grande valore, ma comunque importanti; la differenza è che tutti i turisti vanno al Louvre, dove si trovano molte opere molto importanti, e nessuno va a visitare la pregevole pinacoteca comunale di Ascoli Piceno, tra l’altro situata in una delle città più belle d’Italia: cosicché le pur notevoli opere di Cola dell’Amatrice che vi sono conservate rimangono ignote ai più.

Senza massa critica non può esserci successo significativo; e l’Italia, primo Paese al mondo per numero di opere artistiche e storiche detenute, cede in numero di visitatori a diversi altri Paesi, oltre che per lo stato carente delle strutture di accoglienza, anche per la dispersione in cui si trova il nostro patrimonio. Per recuperare questa situazione occorre anche tener presente la potenza commerciale dei francesi, che trova alimento nella credulità di quanti ne subiscono il fascino e la presunzione sfacciata.

Se consideriamo che la Galleria degli Uffizi, il più visitato museo italiano, è solo ventunesimo nella graduatoria mondiale per visitatori, con un numero di accessi che è circa un quinto del Louvre, ed è preceduto anche dal Museo Nazionale di Scozia di Edimburgo, oltre che dal Centro Cultural del Banco del Brasil di Rio de Janeiro, possiamo trarre facili conclusioni sulla inefficacia dell’attività dello Stato e degli altri soggetti competenti per la promozione turistica, e sulla disorganizzazione imperante.

Le principali responsabilità per questo stato di cose ricadono in modo equivalente sulla burocrazia e sulla politica: dirigenti centrali dei beni culturali, e soprattutto sovrintendenti locali, battono ogni record per ristrettezza mentale e micragnosità intellettuale: si tratta di quelle persone che ritengono il dominio degli addetti ai lavori elemento essenziale per il futuro – il loro futuro, personale e di categoria, naturalmente, non certo quello del Sistema Italia, del quale non gliene importa nulla. Dal canto loro i politici normalmente ignoranti soprattutto su come si conduce l’amministrazione, non sono in grado di imporre la propria volontà neanche nei casi non comuni in cui essa si sia definita.

I burocrati preferiscono che tutto vada in rovina (vedi il Colosseo o Pompei, per esempio) piuttosto che assistere all’intervento di privati che potrebbero essere più generosi di investimenti se potessero prevedere ritorni di qualche tipo; il che, naturalmente, presuppone forme di partecipazione e di controllo sulla gestione. Invece di operare, secondo ragione, nel senso di una maggiore e più moderna organizzazione, una burocrazia ammuffita e politici ignoranti preferiscono quindi buttar via tempo e soldi nel finanziamento di fannulloni incapaci che vogliono realizzare a spese nostre prodotti che dovrebbero essere sottoposti al vaglio del mercato, e dal mercato trarre le risorse economiche delle quali hanno necessità. Con il bel ritorno, peraltro, di essere molto spesso, a schiene voltate, irrisi e beffeggiati dai loro beneficati.

L’argomento, è evidente, merita approfondimenti molto più ampi e articolati di quanto non sia questo breve e frettoloso appunto: mi impegno a riprenderlo.

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