Contro i sindacati sono con Renzi

Stupore, irritazione, sdegno, perfino violente minacce: sono queste le reazioni di sindacalisti e loro conniventi alle dichiarazioni di Matteo Renzi, recenti e meno recenti, sui sindacati, i sindacalisti e il loro operato. Il Presidente del Consiglio ha parlato facendo riferimento al momento attuale, che vede i sindacati scatenati contro la riforma dello Statuto dei lavoratori, vale a dire di quel complesso di norme che ha potentemente contribuito a metter termine al processo di espansione delle attività ed alla crescita economica del nostro Paese e l’ha condannato alla miseria; e soprattutto rispetto alla pretesa del sindacato che ai suoi giudizi e alle sue affermazioni venga riconosciuto valore assoluto di giudizio inappellabile.

Bravo Renzi! È la prima volta nella storia recente d’Italia che una persona autorevole insediata in una carica istituzionale si permette di esprimere ciò che da decenni tutte le persone dabbene e sane di mente hanno ben chiaro: che in Italia i sindacati – tanto più quanto sono più forti per iscritti o influenza politica – hanno costantemente operato con obiettivi molto chiari anche se mai dichiarati: perpetuare senza ristrettezze economiche o normative la propria struttura e le proprie classi dirigenti, consolidare il numero di iscritti attraverso una politica che li favorisca, a scapito di tutto il resto, e acquisire crescenti risorse economiche per sostenere la propria vita.

E parliamo di iscritti. Mediamente collocati nella parte più bassa in una graduatoria costruita sulla base di preparazione e impegno lavorativo, potevano (e possono) vedersi garantita una migliore situazione lavorativa solo cancellando ogni aggancio della carriera e del guadagno a considerazioni sul merito. Questo spiega l’accanimento col quale durante tutti questi decenni i sindacati abbiano scatenato, e purtroppo vinto, una battaglia feroce per progressioni di carriera e di stipendio legate esclusivamente all’anzianità di servizio, e si siano sempre rifiutati di consentire collegamenti tra lo status del lavoratore e la produttività del suo lavoro.

Per garantire al meglio tutte le proprie prerogative, i sindacalisti hanno proposto/imposto (ma i politici hanno consentito che diventasse reale) anche un circuito economico che garantisse vita alle loro strutture e benessere a loro stessi, ma col pudore di nascondere ciò che veramente avveniva, di modo che oggi nessuno sa con precisione quanti soldi lo Stato versi alla galassia dei soggetti legati al sindacato ed ai suoi componenti.

Questa galassia non sarà tra le più grandi dell’universo, ma è certo molto estesa: comprende società partecipate, presenze in consigli di amministrazione, personale distaccato a spese (pubbliche e/o private) altrui, strutture formalmente deputate ad offrire servizi ai cittadini, come i patronati, ma che in effetti hanno come missione principale succhiare quattrini allo Stato per pagare ai ras del sindacato stipendi, collaborazioni, strutture e incerti vari.

In questo quadro complesso e stratificato, nessuno sa quanti soldi lo Stato e gli enti locali eroghino ogni anno a queste strutture nate per rappresentare i lavoratori e che oggi rappresentano solo loro stesse. Altrettanto oscuri sono i bilanci, sui quali peraltro Renzi aveva promesso di far luce; è vero che quod differtur non aufertur, ma vorrei che almeno questa scommessa fosse mantenuta, e con tutta la rapidità possibile.

E con queste strutture, e con i gaglioffi che le dirigono, il governo dovrebbe discutere le decisioni da prendere, e definire gli obiettivi dell’azione politico-amministrativa? Dio ce ne guardi: significherebbe perpetuare i disastri che la concertazione in tutti questi anni ha determinato. Occorre avere le idee ben chiare: il governo decide; i suoi atti possono essere discussi e criticati, ma solo dopo la loro formalizzazione. Il giudizio sull’attività del governo è competenza esclusiva del Parlamento e dell’elettorato.

La concertazione è un sistema che risponde a logiche di comportamento mafiose. E tutti noi dobbiamo fare quello che possiamo per evitarla.

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