Comunisti oggi come ieri; peggiori oggi di ieri

Perfino Bertinotti ha ammesso (ma solo di recente) che il comunismo ha fallito. Creduloni, ingenui e allocchi potranno dire che il Parolaio Rosso – così lo definì Giampaolo Pansa – si è convertito; che ha raschiato le sclerosi rosse del suo apparato intellettivo, aprendolo così alla comprensione del mondo e della storia; che ha finalmente riconosciuto, almeno in via di principio, lo strettissimo legame che c’è tra capitalismo, progresso economico e condizioni di vita delle persone. Potranno dirlo, ma allora creduloni, ingenui e allocchi diranno una cosa sbagliata.

Bertinotti ha preso invece quella che i comunisti che si dichiarano ex comunisti considerano una via di scampo: dire male di tutto e di tutti, dare un giudizio negativo su tutti i sistemi politici e sociali e confondere le acque, in attesa di poter ripresentare una loro filosofia e una loro politica che non tenga conto dei disastri del passato. E di questi signori bisogna ricordare che non hanno preso le distanze dalla loro vecchia ideologia a seguito di elaborazioni concettuali o constatando i disastri umani, sociali ed economici che avvenivano nei paesi comunisti, ma solo per il fragoroso collasso che ha travolto tutti i sistemi del “socialismo reale” e per la conseguente impossibilità di proclamare la parola “comunismo”, divenuta inutile e indecente.

Napolitano, D’Alema, Veltroni, Bersani, Fassino, lo stesso Bertinotti e tanti altri (tutti gli altri) erano comunisti quando in Russia e negli altri paesi comunisti i dissidenti venivano uccisi, imprigionati per decenni, rinchiusi nei gulag fino a morire di stenti, e tutti lo sapevano; erano comunisti pur conoscendo gli orrori della vita di schiavitù, di privazione di ogni libertà, di stenti che in quei paesi si conduceva a causa dei comunisti che li governavano; erano comunisti, almeno Napolitano (per motivi anagrafici: gli altri avrebbero fatto lo stesso se fossero stati in età) quando le truppe del Patto di Varsavia invadevano Ungheria e Cecoslovacchia, e le sostenevano e ne proclamavano la giustezza dell’intervento; i loro padri politici erano comunisti mentre giustificavano il patto contro la libertà stipulato tra Stalin e Hitler.

Hanno fatto finta di rivedere le loro posizioni, tutti costoro, solo quando il comunismo mondiale è arrivato al collasso sotto la spinta di due persone alle quali tutti gli uomini liberi e amanti della libertà devono eterna gratitudine, i grandissimi Giovanni Paolo II° e Ronald Reagan. Hanno dovuto modificare linguaggio ed esternazioni, ma non hanno cambiato le loro convinzioni: è rimasto in loro l’odio per il capitalismo e l’intolleranza alla libertà, e seguendo l’insegnamento di Lenin sfruttano tutte le possibilità offerte dalla società borghese nel tentativo di rovesciarla; non si sono più dichiarati comunisti, ma comunisti sono rimasti.

Non importa che sostengano di essere o si definiscano liberali e liberisti. È liberale Fassina? Dal suo modo di parlare non si capisce nemmeno se sia italiano, ma se leggiamo e decifriamo i testi che scrive, in un italiano (?) lutulento, egli è di certo uno statalista impenitente. Questi residui di un’epoca passata rimangono gli individui deleteri, avversari della libertà e del processo sociale, che sono da sempre. Abbiamo impedito che prendessero il potere, sconfiggendoli democraticamente, nel 1948 e nel 1994; oggi che a gestirli c’è una persona presentabile, la preoccupazione è minore, ma è necessario comunque stare con gli occhi aperti.

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