Politica: una parola grossa!

Angelino Alfano, Luigi Baruffi, Lorenzo Cesa, Paolo Cirino Pomicino, Maurizio Eufemi, Publio Fiori, Raffaele Fitto, Gianni Fontana, Giuseppe Gargani, Ugo Grippo, Silvio Lega, Mario Mauro, Mario Tassone, in rigoroso ordine alfabetico: è un elenco – non so quanto completo – di coloro che progettano di rifondare la Democrazia Cristiana. Sono tredici, come i presenti all’Ultima cena, ma manca il Signore; non so se manchi pure Giuda, o se ce ne siano diversi.

È facile notare che nell’elenco è presente un’articolata rappresentanza della politica democristiana della Prima Repubblica, quella che è finita da quando, nel 1992, il milione e mezzo di iscritti alla DC era composto da cinquantamila veri democristiani e da 1.450.000 profittatori. C’è di tutto: qualcuno che ha un grande avvenire dietro le spalle, qualcuno con la coscienza non pulita per varie sfumature e intensità di sudiciume, chi si è parzialmente e con poco successo riciclato, navigatori di lungo corso, figli di mamma (e d’arte): in generale, uomini delle terze file inopinatamente giunti nel gruppo di testa per l’improvvisa mancanza dei primi e dei secondi. Manca solo quello che è essenziale ad un gruppo politico che aspiri ad essere un soggetto importante della scena politica: un disegno politico e programmatico. Manca poi anche il carisma, presente nei suddetti, direbbero i chimici, solo in tracce. Ma quello chi non ce l’ha non se lo può dare. (Mentre scrivo, mi suggeriscono: a quale titolo un gruppo siffatto dovrebbe avere carisma? E perché? Ma sono solo malignità).

Sia chiaro, non condivido il progetto; credo che la Democrazia Cristiana abbia avuto una straordinaria parabola politica in ragione del fatto che per quasi quarant’anni i suoi capi hanno capito che era un’istituzione, non un partito come gli altri, e come istituzione l’abbiano guidata. La DC ha iniziato il suo irreversibile declino dal momento in cui Ciriaco De Mita ne è divenuto Segretario, per un motivo semplice: De Mita era assolutamente sprovvisto di cultura delle istituzioni, che non aveva appreso neanche durante i vent’anni di opposizione interna, durante i quali, pure, della cultura istituzionale del partito, del trattamento applicato in quel contesto alle opposizioni e dello spazio ad esse riservato aveva fatto esperienza. Venuta meno la natura di istituzione – nella quale c’era posto per tutti, da Bodrato a Greggi, perché il collante che li teneva insieme era una forte affezione per l’interesse nazionale da perseguirsi secondo i principi della Dottrina Sociale Cristiana – è venuto meno anche il motivo della sua esistenza. Che oggi non può essere recuperato.

L’unica condizione per consentirne la riviviscenza sarebbe la formazione di un centro di interessi di forte valore etico, comune a tutti (tutti!) i dirigenti, che determinasse almeno una forte unità di azione. Sarò disposto a credere alla possibilità che questo avvenga solo quando lo vedrò realizzato.

Mi dicono poi che un buon numero degli amici in elenco si sia consegnato ad una iniziativa guidata dall’ex Presidente della Coldiretti, Sergio Marini. Il fatto che personaggi non di prima grandezza, ma che comunque nella loro vita hanno dato dimostrazione di una certa capacità politico amministrativa, si sottopongano al primato di un personaggio del quale si sa solo che possiede un apparato ben lubrificato (diceva Gilberto Govi: olio, olio; prodotto, evidentemente, da Coldiretti) e che per lungo tempo si è dimostrato succube di Realacci, dimostra lo stato di disperazione confusionale nel quale gli amici dc-rifondaroli si trovino: sarebbe meglio se dedicassero le loro energie a cose più serie, magari in altri settori della vita sociale; Marini, con le sue conoscenze nel settore, potrebbe avviarli ad un proficuo e produttivo lavoro nei campi.

In questo contesto, politica è una parola troppo grossa.

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