Democrazia ed efficacia

Winston Churchill, che se ne intendeva, diceva che per scegliere i governanti il metodo democratico è un vero obbrobrio, ma che non lo si poteva abbandonare perché tutti gli altri sono peggiori. In effetti, scegliere i governanti attraverso elezioni è come bandire un concorso per il posto di neurochirurgo stabilendo nel bando che il posto verrà assegnato al candidato più veloce nei 400 ostacoli: non è affatto detto che chi sa acquisire più consensi sia anche un buon governante. Ma il sacrosanto principio della sovranità popolare impone di seguire questa strada, almeno fin quando non se ne troverà un’altra migliore.

È pur vero che dalle elezioni sono usciti leaders eccellenti che furono anche statisti importanti: in Italia Alcide De Gasperi e Amintore Fanfani; in Francia Charles De Gaulle; in Inghilterra Winston Churchill e Margaret Thatcher; negli U.S.A. Lyndon Johnson, Richard Nixon e Ronald Reagan; in Germania Conrad Adenauer ed Helmuth Koll; in Spagna José Maria Aznar. E questo elenco è solo esemplificativo, perché sicuramente mi sono saltati dei nomi. Non parlo della Russia o della Cina, perché là non si vota. Né ieri né oggi.

Matteo Renzi ha vinto dunque i 400 metri ad ostacoli, cioè la verifica del consenso, vincendo le primarie (poca cosa, visti i concorrenti) e le europee; è già qualcosa; per lo meno ha dimostrato di essere più veloce dei concorrenti; ha fatto vedere una straordinaria capacità di entrare in sintonia con l’opinione pubblica (=elettorato) e di conquistarne il consenso e il sostegno, superando di slancio gli eventuali competitori.

Altra cosa, però, è governare: governare non significa avere la primazia formale in un Paese: significa piuttosto saper concretamente rispondere agli interessi nazionali ed alle richieste sociali di oggi rispettando l’obbligo di fare sì che i cittadini di domani si trovino in una condizione economica e sociale migliore di quella di oggi. L’impresa non è facile, e il tasso di fallimenti è molto alto.

Ed è proprio alla prova del concreto operare e dell’efficacia del suo operato nel tempo che attendiamo Renzi. Il Presidente del Consiglio è partito veloce con la lingua, ma cauto con i piedi, credo soprattutto perché si rende conto della complessiva inadeguatezza della squadra che ha messo in piedi. Bisogna ora che abbia il coraggio di abbandonare l’evidente, e immotivato, complesso di inferiorità che lo spinge troppo spesso sopra le righe e gli impedisce di modificare le scelte fatte, per affrontare un percorso nel quale sappia anche ammettere i suoi errori e correggerli.

Perché è un uomo grande chi non modifica mai le decisioni che ha preso; ma è un grand’uomo chi vede i propri errori e li corregge.

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