La (facile?) ricetta dello sviluppo

In questo periodo di gravi difficoltà sono molti a reclamare soldi dallo Stato in varia forma. Si richiedono corposi piani di investimento, aumenti di stipendi, nuove assunzioni, integrazioni alle pensioni. Tutte cose legittime e giuste in astratto, ma spesso si trascura una piccola condizione di partenza perché possano avverarsi: poiché quello che non c’è non può essere ripartito, le risorse necessarie a finanziarie ciò di cui si fa richiesta deve essere prodotto prima di poter essere erogato.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’equa distribuzione è un posterius rispetto al prius della produzione. Lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo dette da mangiare a cinquemila uomini, oltre alle donne e ai bambini, con cinque pani e due pesci, e ne avanzò per riempire diverse ceste: ma prima dovette produrne una quantità sufficiente, moltiplicandoli. Anche allora non ci poteva essere distribuzione in assenza di produzione.

Uno dei nostri problemi maggiori è che è molto diffusa una (in)cultura per la quale esistono diritti economici come “variabili indipendenti” (ve ne ricordate di questa espressione, irresponsabile e potenzialmente eversiva, quando era lo slogan di tanti dementi riferirla ai salari?). Non si rendono conto, coloro che pretendono di essere soddisfatti dallo Stato, e che pretendono che lo Stato soddisfi ogni loro necessità, che se non si produce non si può distribuire? Non è aumentando le tasse o estendendone l’applicazione che ci saranno più risorse da distribuire; solo restringendo il perimetro delle attività statali, diminuendo tasse e sprechi, lavorando duro per incrementare produzione e produttività, ci sarà una maggiore produzione di ricchezza, e quindi più risorse disponibili per gli investimenti e per la spesa sociale. Gli esempi di Reagan e della Thatcher, che applicando ricette veramente liberiste hanno rilanciato due Paesi in grave crisi, dovrebbero insegnarci.

Quello per sommissimi capi è un processo virtuoso, che necessita di una produzione legislativa funzionante e funzionale, e di una amministrazione oculata: se viene attivato e curato con continuità, si autoalimenta nel tempo, innescando la spirale ascendente che è l’umico modo di alimentare il progresso.

È questa la ricetta dello sviluppo: quella che, senza teorizzare troppo, i nostri padri hanno applicato, ricostruendo l’Italia e mettendoci in condizione di lamentarci per quanto noi non siamo stati capaci di continuare.

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