Pignatone ultima spes

Se i magistrati costituiscono un corpo dello Stato onesto e per bene, in grado di affrontare e risolvere i problemi di loro competenza, ce lo possono dimostrare semplicemente facendo il loro dovere. Partendo dall’inchiesta “Mafia capitale” devono allargare il campo di indagine: approfondire gli affari della “29 giugno”; verificare quello che è accaduto e sta accadendo in ACEA ed in ATAC, analizzare i rispettivi appalti, commesse e attività; verificare quello che è avvenuto e sta avvenendo nei lavori della Metro C; controllare modi di affidamento e di esecuzione delle manutenzioni delle strade e degli immobili di Roma; approfondire la conoscenza del modo in cui vengono rilasciate (dall’amministrazione) e controllate (dai vigili urbani) le concessioni per il commercio ambulante e per l’occupazione del suolo pubblico; e ancora molto ce ne vorrebbe per completare l’elenco.

Al Comune di Roma, in ognuno dei settori elencati (ma non solo in quelli) da alcuni decenni il malaffare e la corruzione costituiscono regola generale e non contestata di azione. È inutile che i piddinisti, per coprire il coinvolgimento dei loro uomini (vedi Odevaine, ma anche tutti i suoi complici e sodali) insistano a dire che la corruzione è nata con Alemanno nel 2008: la corruzione è sempre esistita, le cooperative della Lega sono sempre state una delle casseforti del PCI, PDS, DS, PD; la “29 giugno” ha istituzionalizzato questa metastasi dell’amministrazione, gestendola da sempre in pieno accordo con i peggiori soggetti dell’estrema destra, almeno dai tempi della prima giunta Rutelli. La colpa grave di Alemanno è stata quella di non aver affrontato la corruzione per estirparla, e di aver ceduto alle richieste dei suoi peggiori amici, vogliosi di mantenere o sviluppare i proficui rapporti esistenti con i loro dirimpettai della sinistra e con la malavita organizzata.

Ricordate l’articolo de L’Espresso, “Capitale corrotta, nazione infetta”? A Roma questo andazzo viene almeno da allora, da quando i palazzinari portavano agli assessori pacchi di denaro per avere le licenze edilizie, e altri soldi ai vigili perché le costruzioni abusive non venissero controllate; un modus operandi che col tempo è stato industrializzato, mantenendo però la natura di attività criminale che ha sempre avuto. Naturalmente l’attività si è modulata a seconda del settore di applicazione e dei soggetti implicati: grezza se si trattava di rom, profughi e clandestini, molto più sofisticata quando ad essere coinvolte sono grandi imprese e importanti soggetti imprenditoriali (Metro C?).

Va anche detto che corruzione può aversi a diversi livelli e di diversa entità, ma la natura del comportamento non cambia. Che l’impiegatuccio intaschi cento euro per accelerare un passaggio burocratico o il costruttore versi sui conti esteri di politici o di partiti milioni di euro, si tratta comunque di reato, nel quale, a mio parere, non ha senso distinguere tra corruzione e concussione: il reato si perfeziona con l’accordo tra le parti; la responsabilità ne è equamente ripartita, e al massimo chi abbia preso l’iniziativa dovrebbe vedersi aggravare la pena.

Tutto ciò considerato, ritengo che dall’andamento dell’inchiesta Mafia-Roma potremo trarre validi auspici per il futuro d’Italia. Infatti, posto che il recupero di un minimo di moralità civica è condizione – non sufficiente, ma necessaria – per rimettere in piedi questo povero Paese, se dalla Procura di Roma usciranno altre indagini, altri reati ed altri imputati, potremo avere speranze di recupero. Altrimenti, se anche Pignatone si addormenta e socchiude gli occhi, non ci sarà nessuna speranza.

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