Le Olimpiadi di Roma – I

Il recente annunzio di Matteo Renzi sulla candidatura italiana per le Olimpiadi del 2024 induce ad alcune domande e ad alcune considerazioni.

È possibile in Italia, realizzare le strutture e le infrastrutture necessarie allo svolgimento di un evento straordinario come un’Olimpiade in tempi brevi, applicando con decisione, ma correttamente, le procedure ordinarie, senza fare ricorso a deroghe normative o poteri straordinari? È possibile, in Italia, utilizzare l’occasione per incidere in profondità nel tessuto urbanistico di una grande metropoli, garantendone lo sviluppo e addirittura la sopravvivenza per decenni? E, infine, è possibile, in Italia, coniugare queste imprese con la realizzazione di manufatti di grande pregio architettonico?

Per trovare una risposta positiva a tutti e tre questi interrogativi basta andare indietro di poco più di cinquant’anni, ai Giochi della XVII Olimpiade, celebrati a Roma nel 1960. Per fare le cosa nel modo migliore, gli organizzatori delle Olimpiadi di Barcellona, nel 1992, si richiamarono esplicitamente al “modello Roma”. Tale modello consisteva nel vedere i Giochi Olimpici non come scopo ultimo degli interventi, ma come stimolo di altre attività a lungo termine, determinando nell’occasione il miglioramento delle infrastrutture, lo sviluppo della rete stradale, l’ampliamento dell’aeroporto, la modernizzazione delle telecomunicazioni e la ristrutturazione ed il risanamento di interi quartieri degradati.

Si trattò per Roma e per Barcellona – e si tratterebbe – di realizzazioni previste non per le Olimpiadi, ma in occasione delle Olimpiadi.

Occorre però dire che nel 1960 si verificarono alcune straordinarie circostanze che consentirono l’impresa. La prima: si disponeva in Italia, all’epoca, di progettisti del calibro di Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Riccardo Morandi, Luigi Moretti, Pier Luigi Nervi, Marcello Piacentini, Annibale Vitellozzi, solo per menzionarne alcuni: maestri assoluti, ai quali oggi non esistono professionisti paragonabili; questi, coinvolti fortemente nell’impresa olimpica, nell’occasione diedero il meglio di sé. Dalla loro attività ebbe vita un insieme di realizzazioni di grande valore, riconosciute come momenti fondamentali dell’architettura italiana e internazionale dell’epoca, oltretutto messe su carta e realizzate in tempi brevissimi. Le critiche negative, che pure non mancarono, furono per lo più causate da una diversa visione socio politica rispetto a quella che caratterizzava il programma del Governo: critiche politiche, svalutate dal tempo, che ne ha svelato le motivazioni apodittiche e l’intrinseca debolezza.

Le opere progettate da questi validissimi professionisti, poi, andarono a costituire poli di attrazione per la definizione di un programma di infrastrutture per il trasporto pensato in grande. Gli interventi realizzati nell’occasione costituiscono, infatti, un incisivo e organico insieme di iniziative coordinate sull’assetto del territorio metropolitano di Roma: la Via Olimpica; l’asse di scorrimento di Corso Italia (c.d. Muro Torto); i sottopassi dei Lungotevere; il viadotto Flaminio; la Via dei Papi col tunnel per il Lago di Albano e la nuova funicolare; l’apertura dei cantieri per il Viadotto delle Valli e per il Viadotto Lanciani; e poi il Villaggio Olimpico, straordinario esempio di edilizia popolare, costruito al posto della baraccopoli denominata Borghetto Parioli, i cui abitanti furono insediati in case popolari appositamente costruite; e l’Aeroporto Leonardo da Vinci a Fiumicino, non in funzione per le Olimpiadi a causa di meschini motivi dichiarati “burocratici” pur essendo completo e in grado di operare, e che agganciò Roma al grande circuito dei trasporti internazionali. Inoltre gli impianti propriamente sportivi: il Palazzo e il Palazzetto dello Sport; l’ammodernamento dello Stadio Torino in Stadio Flaminio; il bellissimo Velodromo; i centri sportivi dell’Acqua Acetosa e delle Tre Fontane; la sistemazione di nuove palestre e nuove piscine al Foro Italico; il rifacimento dello Stadio San Paolo a Napoli; nella stessa Napoli la sistemazione della linea costiera e la realizzazione dei porticcioli. Ma quello che meglio qualifica l’importanza delle realizzazioni è che non erano destinate a una vita effimera limitata alla durata dell’evento: esse venivano a costituire un programma di interventi oculatamente progettato e destinato a svolgere stabilmente le sue funzioni nel lungo termine. In effetti ognuno può constatare quanto la mobilità cittadina di Roma debba tuttora a quelle realizzazioni, che, pur vecchie ormai di oltre mezzo secolo, hanno conservato l’assoluta qualità funzionale che caratterizza le opere ben progettate e ben eseguite. D’altro canto, è pur vero che da allora Roma non ha conosciuto altri interventi rilevanti nel suo tessuto metropolitano.

Il quale, se oggi è quel conglomerato disordinato che tutti conosciamo, lo deve alla mancanza di una visione urbanistica corretta, che ha prodotto un modello di sviluppo innaturale della Città; e se fu importante nel 1957 la bocciatura del piano per il N.P.R.G., elaborato dal Comitato di Elaborazione Tecnica dominato dalle autodefinite “forze della cultura e del progresso”, la successiva pervasività delle idee che vi erano state espresse determinò, per il suo scontrarsi con la logica economica e con la logica tout court, il confuso assetto urbanistico che è sotto gli occhi di tutti.

E veniamo al primo, e più importante, tra gli interrogativi posti all’inizio di questa nota: in una fase storica come quella che stiamo vivendo, possiamo pensare che sia possibile realizzare nei tempi tecnici strettamente necessari, e comunque in tempo per la celebrazione dei Giochi, decine di interventi per miliardi di euro di oggi, come fu fatto allora? Le vicende dell’Expo ci insegnano niente? E pensare che gli interventi per il 1960 erano ubicati in mezza Italia e attuati mentre, a cura dello stesso soggetto, l’allora Ministero dei Lavori Pubblici, si stava completando la ricostruzione postbellica, si davano le prime concrete risposte al problema abitativo e si realizzava gran parte dell‘Autostrada del Sole. Appare davvero difficile immaginare una risposta positiva a questa domanda. Certamente oggi, per quanto riguarda l’Amministrazione, si avverte la carenza di buoni esempi da seguire e di competenze valide da utilizzare.

La storia delle strutture realizzate per le Olimpiadi di Roma ci parla di opere degne, ben realizzate, senza utilizzare deroghe di sorta alla legislazione, senza incorrere in incidenti di percorso. Nel 1960 l’unico incidente fu quello, senza fondamento e tutto strumentalità politica, relativo all’aeroporto, che peraltro si concluse con un totale chiarimento.

Torniamo alle domande di partenza, prodromiche rispetto all’espressione di un parere circa l’opportunità dell’impresa. Alle quali ci si vorrà consentire di aggiungerne una quarta: esistono i presupposti di efficienza amministrativa e di moralità pubblica per impegnarci in questa iniziativa?

La mia risposta alla seconda parte di questa nota. Che arriverà tra poco, siate sicuri.

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