Incapaci, parassiti e sfruttatori

La vittoria di Tsipras è – e sempre più sarà nel tempo – un problema: grossissimo per la Grecia, grosso per l’Europa e significativo anche senza essere drammatico per l’Italia. Sono infatti ragionevoli i suoi impegni a battersi in Europa perché venga modificata la politica monetaria e di bilancio in modo da consentire almeno un minimo di espansione dell’economia: non altrettanto i farneticanti propositi sul rivedere il debito nazionale, che coprono neanche troppo la sua intenzione di rendersi insolvente; e magari di uscire dall’euro, anche se quest’ultimo proposito è di assai piccolo rilievo.

Per la Grecia Tsipras è certamente deleterio: egli si sente obbligato a realizzare un programma da milionario avendo le disponibilità economiche di un mendicante; conta di far seguitare a vivere il suo Paese sui prestiti non restituiti, come avviene da anni, e sulle menzogne necessarie ad ottenerli, come è costume storico del suo popolo; e si indigna se i suoi creditori, di fronte alla sua richiesta di dilazione sine die dei termini stipulati per la restituzione dei prestiti in essere, che probabilmente è destinata a trasformarsi in un rifiuto di risponderne, si rifiutano di farne dei nuovi. L’unico sbocco prevedibile della situazione è il fallimento, con tutte le conseguenze che esso comporta.

Ma questa prospettiva è assai negativa per l’Europa. L’impatto negativo che comporta per un sistema economico il fallimento di uno dei suoi membri avrebbe un effetto assolutamente non gradito in questo momento in cui i membri dell’Unione si trovano – quale più avanti, quale più indietro – sulla strada dell’uscita da una crisi lunga e drammatica, che nessuno ha interamente percorso. Oltretutto è abbastanza facile prevedere che a dover scontare un impatto particolarmente negativo dalla situazione, con tutti i rischi che ne conseguirebbero, sarebbero i Paesi già più deboli: Portogallo, Spagna, Irlanda. E l’Italia.

Per quanto ci riguarda, senza avventurarmi in un’analisi particolarmente minuziosa della situazione, ricorderò sommessamente che i quasi quaranta miliardi di euro che la Grecia ci dovrebbe restituire corrispondono più o meno al costo che dovremmo sopportare per mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale dai problemi derivanti dal dissesto idrogeologico e dalle alluvioni. E, con tutta la solidarietà per gli amici greci, preferirei vedere quei soldi destinati ad evitare i disastri e i morti che annualmente noi dobbiamo piangere a causa del dissesto idrogeologico piuttosto che a pagare qualche rata di mutuo a banche tedesche (come peraltro è già successo) o a garantire stipendi, pensioni e assistenza sanitaria ai greci; che oltretutto si trovano oggi in difficoltà per avere ieri vissuto al di sopra di quanto avrebbero potuto e dovuto. Per carità, questo l’abbiamo fatto anche noi, ma ringraziando Iddio ce la siamo sempre cavata da soli, senza chiedere aiuti, e comunque con gli strumenti che avevamo a disposizione.

La via di uscita per i greci non può essere che quella di tirare la cinghia e mettersi a lavorare, o a lavorare di più: certamente in qualche anno di lacrime e sangue la situazione si risolverebbe. Non hanno nessuna probabilità di successo, viceversa, i soliti rimedi proposti dalla sinistra, da Tsipras, da Syriza, e dagli imbecilli dell’accozzaglia Kalimera, che sono andati ad Atene (i biglietti sono stati pagati con soldi pubblici? Verificate, gente, verificate!) per sostenerli.

L’obiettivo e il programma sono sempre i soliti ben noti: vivere da ricchi senza lavorare, e sopratutto a spese altrui, meglio se con risorse provenienti da una qualche forma di malaffare. Obiettivo e programma tipici di tutte le sinistre, che per la loro natura di incapaci, parassiti e sfruttatori li perseguono sempre e ad ogni costo.

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