Viva il Marino, e abbasso Marino!

Non ricordare la propria identità e darne dimostrazione confondendola in forme e linguaggi diversi può avvenire per diversi motivi; tra i principali credo che siano l’ignoranza, cioè il fatto di non conoscerla, e la grossolanità, che consiste nel non darle peso. Anche il vergognarsi di se stessi, o l’essere pagato per farlo da qualcuno che dal cambio guadagni, sono motivi plausibili. Non accettabili, ma possono far capire il perché di certi accadimenti.

Il sindaco Ignazio Marino dice (vedremo nel tempo se e quanti gli daranno retta) di aver cambiato lo stemma di Roma, che dopo molti secoli di (più o meno) onorato servizio viene riposto nello stanzino di sbratto. Il nuovo logo prevede, al posto dell’onorata sigla SPQR (Senatus PopulusQue Romanus), vecchia di oltre duemila anni, una dizione inglese che reclama un approfondito esame psichiatrico a carico di che l’ha inventata e un altro a carico di chi l’ha adottata.

La lingua nostra, anche di Roma e dei romani, è l’italiano. L’unica alternativa, valida in particolari situazioni, può essere il latino. Quelli che usano nella comunicazione l’inglese approssimativo di cui vediamo e sentiamo tanti esempi lo fanno perché non sanno il latino e neanche l’italiano. E se quello è tollerabile solo da parte di beceri che non abbiano nulla a pretendere in un contesto di interesse generale, ma questo testimonia un livello qualitativo della persona che fa nascere gravi perplessità.

Non hanno saputo, quindi? Si tratta di persone volgari, ignoranti e di cattivo gusto? O vale qualche altra spiegazione, magari una di quelle ventilate sopra? Ah, saperlo, saperlo! Certo che di stemmi di Roma in giro per la Città ce ne sono proprio tanti, e chissà quanto potrebbe costare cambiarli tutti! Il lavoro sarà affidato, senza gara, alla Cooperativa 29 Giugno? Ci sarà un qualche magistrato che si prende lo sfizio di verificare numeri e circostanze, o dormono tutti, e sono disponibili a svegliarsi solo per eseguire faide interne al Campidoglio?

Resta da fare un’ultima considerazione: l’unico Marino bono è il vino; degli altri non c’è da fidarsi.

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