Cristianità ed islam: poche osservazioni

Per quanto può valere, voglio esprimere la mia opinione su alcune delle affermazioni che circolano a proposito della situazione creata dal terrorismo islamico, e su alcuni dei luoghi comuni che circolano sulla storia dei popoli del medio oriente, in particolare sugli arabi, e sulle loro relazioni con la nostra civiltà, che ben possiamo definire “occidentale, di origine giudaico cristiana”.

E cominciamo da quella che io considero una sonora minchioneria: c’è stato – dice qualcuno – un periodo nel quale la civiltà e le conoscenze dei mussulmani erano assai superiori a quelle della cristianità. Perché si lavavano di più? E allora i romani? Attribuire ai mussulmani, in un qualunque momento della storia, una superiorità di cultura o di civiltà è un errore grossolano. Dall’oriente ci sono venute copie (copie, capito?) delle opere di filosofi e scienziati greci, che dai mussulmani erano state arricchite solo da poche modeste chiose. Il sistema di numerazione “araba” è in realtà indiano. Significativi progressi il mondo islamico li ha ottenuti solo per quanto riguarda il primo impianto della matematica moderna e dell’astronomia. Un po’ poco per parlare di grande civiltà e di guida della cultura mondiale, come fanno tante persone distratte o disinformate; mentre basta considerare due personaggi pressoché contemporanei del XII-XIII secolo, il cristiano San Tommaso d’Aquino e il mussulmano Averroè da Cordova, considerati i vertici filosofici dei due sistemi, per esprimere un giudizio comparativo che parta dai due e arrivi a comprenderne la cultura di origine. Con un esito evidente di per sé, che vi posso risparmiare.

Credo che analoghe considerazioni vadano fatte anche per quanto riguarda la capacità produttiva e di lavoro: chi sia stato in Israele e l’abbia un po’ girato, per esempio, avrà certamente notato come la vegetazione, rigogliosa e ben curata al di qua del confine, diventi secca e rada appena si arriva in territorio arabo. Un simile discorso vale per le risorse petrolifere: i giacimenti sono stati e sono scoperti da compagnie occidentali (e oggi, casomai, cinesi, che hanno anche curato e curano la raffinazione del petrolio ed il trasporto verso i mercati mondiali; gli arabi godono di una ingente rendita di posizione assolutamente parassitaria e immeritata, sulla legittimità morale della quale nutro personalmente molti dubbi e che quantomeno dovrebbe formare oggetto di discussione approfondita. La rottura della stabilità finanziaria sul petrolio, che sembrò una grande conquista di Mattei per l’ENI e sopratutto per l’Italia, e che qualcuno insiste a definire tale, si è rivelata assai poco vantaggiosa a medio-lungo termine, in particolare poi proprio per quei Paesi che come il nostro hanno assai scarse disponibilità di materia prima, perché ne sono carenti o perché non la vogliono estrarre, come in Basilicata, nell’Adriatico ecc., dove comitatini piccoli non per numero di aderenti ma soprattutto per cultura, intelligenza e apertura mentale hanno bloccato finora anche le operazioni più semplici.

Ma riprendo dalla rendita di posizione, che resta ad oggi l’unico mezzo di acquisizione di ricchezza da parte di molte élites medio ed estremo orientali, alle quali grossolanamente potrò riferirmi qualificandole “islamiche”. In breve: costoro dispongono di ingenti risorse che non hanno fatto niente per acquisire e meritare.

D’altro canto, negli stati islamici non trova cittadinanza alcuna forma di libertà: né religiosa, né politica, né sociale. Personalmente considero la cifra di libertà della quale gode una popolazione la misura della civiltà dello stato nel quale vivono, quindi sarà molto facile desumere il giudizio (si, anche di valore) che do di quella religione e di quegli stati. Nei quali, tanto per dire, sono sostanzialmente sconosciute le categorie filosofico-politiche di libertà e democrazia. Quello che particolarmente desta indignazione è poi, in particolare, l’assoluta assenza di una sia pur minima libertà religiosa.

Voglio a proposito dei paesi islamici e della loro organizzazione citare il grande Alexis de Tocqueville, maestro di tutti coloro che sanno la libertà essere una, e la amano veramente; in una lettera ad Arthur de Gobineau dell’ottobre del 1843, al ritorno di un lungo viaggio in oriente, egli scriveva all’amico: “Dopo aver studiato moltissimo il Corano, la convinzione a cui sono pervenuto è che nel complesso vi siano state nel mondo poche religioni altrettanto letali per l’uomo di quella di Maometto. A quanto vedo, l’Islam è la causa principale della decadenza oggi così evidente nel mondo musulmano, e, benché sia meno assurdo del politeismo degli antichi, le sue tendenze sociali e politiche sono secondo me più pericolose. Per questo, rispetto al paganesimo, considero l’Islam una forma di decadenza anziché una forma di progresso”. Parole che mi sembrano illuminanti e che costituiscono il fondamento della spiegazione del rapporto violento, di odio, che gli islamici nutrono per i Paesi di democrazia occidentale. Credo di poter attribuire il seguito della spiegazione ad un importante studioso della politica, Gianfranco Pasquino, che in una trasmissione TV ha spiegato così violenze ed attentati: “Ci odiano perché ci invidiano per quello che noi abbiamo realizzato e loro non sono riusciti a realizzare”.

Molto bene. L’argomento è importante, e merita qualcosa di più: ci ritornerò.

 

 

 

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