In attesa dell’Enciclica sull’ambiente

Dall’ intervento ad un Convegno organizzato da Sorella Natura

Nato per l’atto di un soggetto superiore, come crede qualcuno, oppure originato da una combinazione di cause che prescindono da un disegno razionale, come credono altri, l’universo in una determinata circostanza ha cominciato ad esistere: è venuta in essere la materia e, in uno con essa, il tempo; e, insieme alla materia ed al tempo, in essa comprese e con essa connaturate, sono venute in essere anche le regole che determinano nascita, vita, mutamenti e fine di tutte le cose materiali.

E gli esseri viventi? E l’uomo? Sono stati creati così come sono, oppure sono il frutto dell’evoluzione, durata eoni, di una prima forma elementare di vita, venutasi a formare per creazione o casualmente? È il “titolo” di un dibattito che va avanti da molto tempo, in maniera particolarmente vivace tra coloro, in particolare alcuni cristiani, che, considerando la Bibbia il testo rivelato da Dio per guidare gli uomini verso la salvezza eterna, ne chiedono una interpretazione aderente al testo letterale, a partire dalla Genesi, e – semplificando – coloro che non accettano il racconto biblico della Creazione, e ritengono che la vita sia nata per un avvenimento determinato dal caso, evolvendosi poi nel tempo fino ad arrivare alle complessità del mondo d’oggi.

Esiste poi una corrente di pensiero che, accettando il principio creazionista per quanto riguarda la materia, non esclude che lo sviluppo della vita possa essere avvenuto secondo logiche evoluzioniste. Personalmente mi ascrivo a questo terzo gruppo, mantenendo un’opzione doppiamente creazionista. Il Creatore deve essere intervenuto direttamente due volte, non necessariamente disgiunte dal punto di vista temporale ma certamente distinte dal punto di vista logico: la prima per creare la materia, la seconda per creare l’anima dell’uomo.

Credo di essere un cattolico relativamente informato, e pertanto voglio ricordare alcune pronunzie contenute in atti pontifici – alcuni non recentissimi – che furono le prime a porre sotto una luce diversa da quella comunemente accettata la questione. L’Enciclica del grande Papa Pio XII “Humani generis”, pubblicata il 12 agosto 1950 – si, oltre sessantaquattro anni fa – nell’ambito del dialogo della Chiesa Cattolica con il mondo scientifico, così si esprime in argomento: “… il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente. Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede” (Allocuzione ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze). Nel suo intervento, Pio XII aveva precisato due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse la teoria evoluzionistica come se fosse un’acquisizione certa della scienza, e che restassero fuori da ogni dubbio i contenuti della Rivelazione in proposito.

L’argomento è stato poi ripreso da S. Giovanni Paolo II nel suo Messaggio alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996: “Prima di proporvi qualche riflessione più specifica sul tema dell’origine della vita e dell’evoluzione, desidero ricordare che il Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi, nell’ambito della propria competenza. Citerò qui due interventi. Nella sua Enciclica Humani generis (1950) il mio predecessore Pio XII aveva già affermato che non vi era opposizione fra l’evoluzione e la dottrina della fede sull’uomo e sulla sua vocazione, purché non si perdessero di vista alcuni punti fermi. Da parte mia, nel ricevere il 31 ottobre 1992 i partecipanti all’Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l’occasione, a proposito di Galileo, di richiamare l’attenzione sulla necessità, per l’interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di studio, l’esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura”.

Sulla questione si è espresso in modo ad oggi definitivo Sua Santità Benedetto XVI, che nel Messaggio alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 31 ottobre 2008 così diceva: “Nella scelta del tema ‘Comprensione scientifica dell’evoluzione dell’universo e della vita’, cercate di concentrarvi su un’area di indagine che solleva grande interesse. Infatti, oggi molti nostri contemporanei desiderano riflettere sull’origine fondamentale degli esseri, sulla loro causa, sul loro fine e sul significato della storia umana e dell’universo. In questo contesto, è naturale che sorgano questioni relative al rapporto fra la lettura che le scienze fanno del mondo e quella offerta dalla rivelazione cristiana. I miei predecessori Papa Pio XII e Papa Giovanni Paolo II hanno osservato che non vi è opposizione fra la comprensione di fede della creazione e la prova delle scienze empiriche. […] affermare che il fondamento del cosmo e dei suoi sviluppi è la sapienza provvida del Creatore non è dire che la creazione ha a che fare soltanto con l’inizio della storia del mondo e della vita. Ciò implica, piuttosto, che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene costantemente.”

Questo approccio, che è testimonianza del riconoscere la necessaria corrispondenza tra Fede e scienza già potentemente affermata da San Tommaso d’Aquino e sempre efficacemente ribadito da S.S. Benedetto XVI, è ben diversa dall’intransigente rivendicazione del creazionismo assoluto propria di alcuni gruppi protestanti integralisti, specialmente statunitensi, che negano la veridicità delle teorie di Darwin in quanto contrastanti con la lettura letterale della Bibbia.

Mi pongo a questo punto importanti questioni: cosa è la Creazione? Dove va situata sulla linea del tempo? È dotata di un’operatività che si protrae? Quale è la forza che ne determina l’operatività perenne?

Non sono teologo né filosofo: cercherò quindi di abbozzare le risposte a questi interrogativi alle quali sarò in grado di arrivare con la modestia delle mie conoscenze, nella speranza che la Provvidenza mi assista e ripetendo la preghiera di San Tommaso d’Aquino: “praestet fides supplementum sensuum defectui”.

La Creazione è stata una modificazione radicale dello stato preesistente: con un atto di volontà positivo del Creatore venne creata dal nulla la materia, cioè l’Universo nel suo complesso ed i suoi singoli componenti, dotato di caratteristiche tale da contenere in sé i criteri del suo sviluppo e le regole – connaturate, quindi immutabili – per il suo progredire, evolversi e modificarsi; con lo stesso atto venne in essere il tempo, che della materia è funzione. Non credo del tutto necessario che la creazione della materia e la creazione dell’anima del primo uomo debba essere avvenuto nello stesso momento. Ritengo non definito dogmaticamente se l’infusione dell’anima sia avvenuta in un essere vivente appositamente creato oppure in un essere vivente derivato dall’evoluzione materiale di forme di vita inferiori. So con certezza – per esclusione delle ipotesi alternative e soprattutto per fede – che l’anima esiste, che essa non è una forma particolarmente raffinata dell’evoluzione cerebrale ma un quid spirituale particolare ed unico, che è eterna.

Dunque la Creazione consta di due fasi logiche (la creazione della materia e la creazione dello spirito), che potrebbero essersi verificate contemporaneamente o in momenti diversi. Non ritengo possa parlarsi della Creazione come un fenomeno realizzatosi, o che deve realizzarsi, in progressione nel tempo. Quello che può apparire un’azione ripetuta o protratta è piuttosto il protrarsi nel tempo dell’operatività delle regole imposte alla materia nel momento della sua venuta in essere, che ne reggono l’evoluzione in ogni suo momento di vita. Solo nelle regole – eterne, immutabili, indefettibili, connaturate come sono al Creato in quanto esistente – sta l’operatività perenne della Creazione, che accompagnerà l’Universo per tutta la sua vita, fino alla sua fine e alla fine del tempo.

Nel parlare di regole reputo necessario ricordare che, oltre alle regole destinate a determinare la materia ed i fenomeni fisici, esistono – questa volte non dalla Creazione della materia, ma da quella dell’uomo in quanto soggetto qualitativamente distinto da tutti gli altri – regole morali e regole di diritto naturale; le prime determinate a regolare i rapporti tra uomo e Dio, le seconde, seguendo la definizione che Dante Alighieri dà del diritto (“mensura hominis ad hominem”), destinate a stabilire natura e limiti dei rapporti degli uomini tra di loro. Per definizione, tra norme morali e diritto naturale, che provengono da una stessa Fonte, non può esistere alcuna forma di contrasto.

 

Parlare di “materia” e insieme di “uomo” significa parlare di Creato, o – che è lo stesso – di ambiente.

Verso il Creato l’uomo ha grandi responsabilità; la sua caratteristica di unico essere dotato di effettiva esistenza fisica in possesso di anima e di ragione – perciò non solo senziente, ma anche cosciente di sentire – lo pone in posizione di primazia naturale rispetto al resto dell’Universo, e pertanto lo rende responsabile, nei limiti delle sue possibilità, capacità e responsabilità, della sua buona conservazione, secondo la vecchia e sempre valida definizione dei romani, secondo i quali il diritto di proprietà consiste nello ius utendi et abutendi, dove il termine abutendi vuole indicare la capacità di diritto naturale – cioè, necessariamente, rispettosa della norma morale – di disporre del bene per il fine suo proprio (che non è contenuto nell’oggetto, e che deve essere compreso nella categoria delle attività che aiutano l’uomo a condurre meglio la sua vita) anche fino a causarne o produrne la distruzione; questa capacità, naturalmente, coesiste con l’obbligo insito in ogni norma di usare o disporre di ogni bene per fini di interesse generale.

Da quanto detto finora discende che l’uomo possa (anzi, debba) usare del Creato al fine di assicurare la vita sua e dei suoi simili e garantirne il livello più soddisfacente, modificandolo se necessario o governandone i cambiamenti, e disponendo di qualunque sua parte, entità minerale, vegetale o animale che sia, purché con il giudizio e la ragionevolezza richiesti, anche fino all’eventuale distruzione. Questa è la nozione a mio parere più corretta per descrivere la custodia del Creato alla quale tutti noi, secondo l’insegnamento di San Francesco, siamo chiamati e tenuti.

Alcuni interpretano l’impegno alla tutela dell’ambiente più propriamente nel senso di dover operare al fine di garantire l’invarianza del mezzo ambiente. Concezione, questa, che non posso non giudicare contraria alla morale oltre che antistorica e che antiscientifica, poiché nei miliardi di anni della sua esistenza la Terra è cambiata da sé sola, senza intervento dell’uomo, molto e molte volte; del resto negare la veridicità di questa affermazione, rispetto alla quale esiste un indiscutibile apparato di prove scientificamente non contestabili, equivarrebbe a negare il principio stesso dell’evoluzione.

Anche per quanto riguarda l’ambiente nel suo complesso si pone il problema di quali debbano essere i rapporti tra l’uomo ed il resto del Creato. L’ambiente è composto da un numero elevatissimo di entità, alcune delle quali inanimate, altre dotate di sensibilità elementare, altre senzienti, altre ancora – gli uomini – senzienti, raziocinanti e dotati di un’anima immortale. È evidente che tra tutte queste entità solo gli uomini possono essere, come in effetti sono, titolari di diritti e contemporaneamente di doveri; diritti e doveri che possono avere ad oggetto – mai a soggetto – anche tutte le altre entità. Coloro che parlano di “diritti degli animali” nel far questo danno attestazione della loro ignoranza giuridica e filosofica. Correttamente la normativa vigente nel nostro ordinamento (da ultimo, L. 189/2004) parla di “divieti di maltrattamento degli animali” e non di “diritti degli animali”, che è una dizione priva di senso giuridico mai utilizzata da chi abbia anche solo un minimo di cultura giuridica, e che fortunatamente ad oggi è assente dal nostro ordinamento giuridico.

Dunque, verso le altre entità presenti sulla Terra, gli uomini hanno dei doveri derivanti dal diritto naturale e/o determinati da norme positive; a questi doveri non corrisponde alcun diritto, se non quello astratto dell’ordinamento; quindi, poiché l’ordinamento è una delle forme in cui l’uomo si organizza, un diritto esiste: quello vedere rispettate le norme che ne fanno parte.

 

L’obbligo generale che incombe all’uomo verso il Creato è quello di custodirlo, cioè di organizzare la propria presenza sulla Terra in modo tale da garantire all’insieme delle cose e degli esseri creati la possibilità di svolgere la propria vita e di contribuire al procedere del mondo secondo le proprie regole ed in equilibrio con tutti gli altri soggetti. Da questa posizione scaturiscono immediate e stringenti conseguenze, e l’indicazione chiara, sull’atteggiamento che i cristiani – ma tutti gli uomini – devono tenere nei confronti del creato. Seguendo l’affidamento che il Signore trasmise ad Adamo, l’uomo è vocato a soggiogare la Terra per assicurare a sé e a tutti i suoi discendenti le migliori condizioni di vita; per ottenere questo, deve lavorare e lavorarla, riprendendo l’esempio che il Signore stesso ci ha lasciato, e rispondendo ad impegno con impegno. Solo operando in questo modo, e facendo quanto in nostro potere per facilitare l’applicazione delle regole proprie del Creato ed insite nella sua natura, aiuteremo l’opera della Creazione a raggiungere il suo compimento.

Tutelare il Creato significa dunque comportarsi in maniera tale da fare della Terra una casa sempre più confortevole per il genere umano. La Terra non ha per fine se stessa o qualche specie animale o vegetale, nemmeno l’intera biosfera: essa è stata creata per garantire all’uomo – unico essere dotato di anima immortale – un contesto nel quale possa vivere e moltiplicarsi nel migliore dei modi.

Chi non accettasse una visione delle cose che comprenda l’esistenza di essenze immateriali, potrebbe sostituire ad “anima” il termine “ragione”, ed il risultato non cambierebbe di molto.

In concreto, dunque, tuteleremo il Creato solo garantendo e perfezionando la sua predisposizione ad accogliere nel miglior modo possibile la razza umana, ed a garantirne le più opportune possibilità di permanenza e di sviluppo. Naturalmente questo significa che anche in tema di ambiente sarà necessario, per mantenersi nella correttezza, procedere secondo un approccio che discenda dalla naturale primazia dell’uomo su tutte le altre specie animali, su tutte quelle vegetali e sul mondo inanimato. La legittimità dell’utilizzo del Creato, anche modificandolo, è compresa nella funzione di tutela così come l’abbiamo descritta.

È quindi chiaro che ogni attività che determini un bilancio almeno non sfavorevole alla buona qualità della vita umana deve essere considerata, come in effetti è, totalmente lecita; naturalmente se organizzata e compiuta nel rispetto – al quale l’uomo è comunque tenuto – della dignità dell’insieme della natura. Che, secondo la mirabile definizione del Doctor Angelicus, “… non è altro che il piano di un Artista, e di un Artista divino, iscritto all’interno delle cose, grazie al quale si muovono verso un fine determinato, come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave.” (In “Octo libros Physicorum Aristotelis expositio”, II, c. 8, l. 14). “Consolidando, integrando e illuminando i fatti” (Benedetto XVI, 16 giugno 2010), San Tommaso torna al discorso sulle regole, che sono il vero miracolo della Creazione.

Ed è proprio rispettando ed applicando le regole connaturate con le cose create che l’uomo deve svolgere la sua funzione di tutore del Creato. Ciò significa stabilire un codice di comportamento che definisca e guidi i rapporti dell’uomo con l’ambiente che lo circonda, organizzato secondo scale gerarchiche stabilite in relazione ai destinatari: gli obblighi sovranazionali, poi quelli degli Stati, delle organizzazioni intermedie, dei singoli.

Come tutte le norme destinate a definire un comportamento corretto, anche quelle relative all’ambiente, nella loro essenza, sono scritte da sempre nel grande libro del Diritto Naturale, e però hanno bisogno di precisazioni che ne consentano l’applicazione anche in relazione al momento storico. La Gerarchia svolge anche a questo fine la sua attività, dalla quale se è in aderenza agli insegnamenti ed alle definizioni del Santo Padre, traggono origine il Deposito della Fede e la Dottrina Sociale della Chiesa; ma questa attività, della quale come fedeli abbiamo estremo bisogno, per quanto riguarda i temi ambientali non ha ricevuto nel passato l’opportuna attenzione, forse anche per l’insufficiente conoscenza tecnica delle problematiche che ne sono oggetto: e i fedeli sentono il bisogno di poter fare capo a un corpus di insegnamenti, certo nella formulazione ed indiscutibile nei contenuti, al quale potersi riferire.

Appare utile ricordare in proposito l’insegnamento di Benedetto XVI, ripreso da quanto affermato costantemente dall’insegnamento della Chiesa, cioè l’impossibilità ontologica di un contrasto tra i prodotti dello studio della fede e dalla scienza della natura: natura e fede, ambedue frutto del Pensiero divino, non possono trovarsi e di fatto non si trovano in contrasto tra di loro. E chi lo neghi citando Galileo è invitato ad essere meno superficiale e ad andarsi a leggere gli atti dei procedimenti che lo riguardano.

Il momento è giunto e non è differibile; al più presto la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana deve definire sistematicamente le proprie posizioni in campo ambientale. Noi laici, nell’offrire la nostra massima disponibilità ed il nostro impegno a contribuire a questa attività, preghiamo la Gerarchia della Chiesa di voler mettere mano con sollecitudine e solerzia a questo lavoro, necessario ed urgente. Partendo dalle definizioni e dalle idee fondamentali, oltre che dalle acquisizioni scientifiche più recenti, vorremmo contribuire alla definizione di un sistema di principi che possa guidare la nostra azione sui temi ambientali nella società civile. Se questo non avvenisse, se i fedeli rimanessero privi di regole certe e di indirizzi, verrebbe lasciato ai falsi profeti ed ai profittatori, presenti numerosi nella società secolare, un grande campo di attività: e questo noi non lo vogliamo.

A noi il compito di fornire appoggio e sostegno al lavoro della Chiesa della quale facciamo parte. È inutile dire che attendiamo con grande ansia il segnale di partenza: ma solo la Gerarchia ce lo può dare.

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