EXPO e Carta di Milano: la cecità dell’ottusa incultura

In fin dei conti un risultato positivo l’ha sortito anche quella iniziativa improvvida, volgare, mal gestita e ignorante che è l’EXPO: si parla più del solito del cibo, delle possibilità di una sua più equa distribuzione, della sua qualità. Molte cose che avrebbero potuto essere dette, però, sono state finora taciute, molte cose che verità, decenza e correttezza avrebbero richiesto di tacere sono state dette o strillate, e tutto questo è stato concentrato in un “documento”, pomposamente chiamato “Carta di Milano”, veramente rimarchevole per l’assenza di contenuti che lo caratterizza e per il fatto che si tace assolutamente su alcuni dei problemi più caldi del momento in materia. Per dire: tra tante banalità delle quali si parla, gli OGM e il potenziale offerto dalla loro diffusione massiva per risolvere i problemi mondiali dell’alimentazione non vengono mai menzionati.

Del resto tutta la storia dell’EXPO è stata alquanto sfortunata: mentre se ne otteneva l’assegnazione, si procedeva alle liti non disinteressate sull’ubicazione e sul progetto, alla nomina lautamente retribuita di “consulenti” di nessuna qualificazione (basti ricordare Al Gore e Jeremy Rifkin: l’uno e l’altro ciarlatani ambulanti dediti ormai solo ad accumulare prebende immeritate), all’organizzare le scelte programmatiche, l’assegnazione dei lavori previsti e la gestione di determinate attività. Il tutto, prevalentemente, nell’assenza totale di trasparenti procedure ad evidenza pubblica.

Una volta iniziati i lavori, qualche nodo è venuto al pettine, come dimostrano inchieste ed arresti, ma il grosso dei problemi non sono risolti, visto il permanere di situazioni di grave illegalità che son state stigmatizzate come tali dall’Autorità Anti Corruzione: ogni riferimento al salumaio di regime Farinetti è pertinente. L’EXPO durerà ancora molti mesi, e questi sono argomenti sui quali tornerò.

Ma occorre fare qualche considerazione sul modo nel quale concretamente lo svolgimento dell’EXPO sta avvenendo, e su quello che se ne dice. Senza entrare nel dettaglio in modo analitico, voglio ricordare, per esempio, il festival della corbelleria animalistica che si è svolto ad “Anno Uno”, dove la colta, preparata e simpatica Giulia Innocenzi gestisce da par sua una bagarre di imbecillità senza cultura né spirito, e senza contraddittorio; gli animalisti, che ce l’hanno, oltre che con i non vegetariani, con le multinazionali; per terminare il breve elenco con Carlin Petrini e Slowfood, che hanno il coraggio di protestare per l’assenza dall’esposizione di quei contadini che riescono a stento a sfamare se stessi, sopravvivono solo grazie ai finanziamenti globalizzati che arrivano dall’Europa o da altre fonti, e con tutta evidenza non sono in grado di dare alcun contributo significativo alla soluzione dei problemi della fame nel mondo.

Ma in argomento bisogna anche dire, alto e chiaro, una cosa: se oggi a soffrire la fame è una percentuale di umanità bassa come mai in passato, nonostante l’aumentata popolazione e lo spettacolare aumento della lunghezza della vita (più si diventa vecchi più elevata è la quantità di cibo che si consuma), il merito è del sistema economico che vige con varie declinazioni nella stragrande maggioranza dei sistemi economici esistenti: il tanto criticato, disprezzato e vituperato liberismo capitalistico. Parafrasando Churchill vorrei affermare che questo è certamente un sistema economico pessimo, ma altrettanto certamente è il migliore tra quanti l’umanità ne abbia sperimentati.

È con il liberismo capitalistico che sulla Terra, a disposizione degli uomini che vi abitano, ci sono più cibo, più istruzione, più energia, più ricchezza di quante ce ne siano mai state; per il liberismo capitalistico in cent’anni è quasi raddoppiata, per ognuno di noi, l’aspettativa di vita. Pure esistono persone che, accecati dai loro ottusi pregiudizi ideologici, proclamano di conoscere metodi diversi per gestire la società. Peccato che, là dove sono stati applicati, questi metodi abbiano portato miseria, carestia, schiavitù e morte, che sono rimaste ignote dove e quando il liberismo capitalistico è stato applicato nella sua piena natura, cioè in una forma che prevedesse libertà personale, libertà di impresa economica, solidarietà sociale e Stato di diritto.

Del resto, il liberismo capitalistico non l’abbiamo inventato noi, né i filosofi, né gli economisti: chi si ricorda della parabola dei talenti?

 

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