Promesse demagogiche e imbroglioni levantini

Verso a fine degli anni ’60 del primo secolo avanti Cristo tra i protagonisti della vita politica romana emerse Lucio Sergio Catilina. Oltre ad essere un considerato oratore, egli dimostrò in varie guerre il suo valore, e si prefisse la conquista del consolato come un passaggio irrinunziabile del suo cursus honorum. In vista della sua candidatura per le elezioni del 62 a.C., in occasione della quale fu oggetto di calunnie che appare arduo accettare come verità, sottoscrisse quello che oggi definiremmo un programma elettorale, un documento intitolato Tabulae novae: ne era punto essenziale la remissione di tutti i debiti.

Tutti conoscono come finirono le cose, anche se la vulgata di un Catilina scellerato e ribelle trasmessaci da quel gentiluomo di Cicerone va ben considerata e ponderata. Sta di fatto che l’episodio dimostra che la promessa di cancellare l’obbligo di restituire i soldi ricevuti in prestito ingolosisce la gente e la porta a fare scelte che in altri contesti avrebbe rifiutato.

A oltre due millenni da Catilina, la storia si ripete con Tsipras, un personaggio che presenta col patrizio romano non poche similitudini: sconfinata ambizione, assoluta spregiudicatezza, brillantezza, turbolenza. Quel che Catilina mostrò di sé,

Tsipras l’ha manifestata lungo tutta la sua vita politica come leader giovanile e studentesco (dal G8 di Genova fu rimpatriato in quanto elemento turbolento). Da qualche mese, prima in campagna elettorale e poi divenuto Primo Ministro, il suo impegno è convincere prima i greci, poi tutti gli europei, che i debiti non si pagano, anzi, che è da mascalzoni chiederne la restituzione; come Catilina, appunto. La differenza tra Catilina e Tsipras è che il primo fu bloccato dal Senato, dovette fuggire e morì non ingloriosamente in battaglia; e che il secondo – che ha conquistato il governo, sia pure in un piccolo paese e non incondizionatamente – tiene in scacco l’intera Europa, appesantita nella sua azione dalle remore socialiste.

Ora, dopo aver indetto un referendum senza senso nel quale alla domanda: “Volete pagare i vostri debiti?” i greci hanno risposto con un sonoro “No!”, il nostro sorprende tutti e si proclama vincitore della partita contro l’Europa – la quale in effetti ha già perso, avendo commesso l’errore di prestare alla Grecia oltre trecentocinquanta miliardi di euro perché potesse pagare parte dei suoi debiti sapendo che non li avrebbe più rivisti – e contro il resto del mondo.

La convinzione di farla franca, proseguendo nell’atteggiamento fraudolento e sleale già da qualche tempo tenuto dal Governo Greco, può derivare solo da una violenta eccitazione delle meningi; nessuno che sia compos sui potrebbe infatti arrivare a maturare simili convinzioni, avventurate nella costruzione ed assolutamente non corrispondenti al normale svolgimento dei rapporti tra stati. A meno che lo stesso Tsipras non stia ponendo in atto un potente tentativo di truffa, dal quale potrebbe essere ingannato solo chi non volesse vedere la verità.

Si può ben dire che la politica del giovane imbroglione levantino è una politica di inganni, non si sa quanti dei quali sono anche autoinganni: essa è destinata ad avere un certo successo solo se i creditori della Grecia e gli stessi governanti ellenici vorranno foderarsi di spessi fiocchi di bambagia occhi e orecchi, come non è impossibile che accada.

E noi, cosa dobbiamo fare in questa situazione? Potere di incidere sulle scelte fondamentali non ne abbiamo: quindi la linea più seria è quella di andare avanti con coscienza retta a fare tutto il possibile per mantenere gli impegni che abbiamo assunto, in primo luogo verso noi stessi. Se questo sarà possibile col governo attuale, bene. Sennò dovremo cambiare qualcosa.

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