Ignoranza e faziosità

Diventa sempre più evidente che dei giudici non ci si può fidare. C’era un tempo nel quale erano più che altro i pretori – il livello di accesso alla carriera – ad uscirsene con sentenze cervellotiche, ideologiche, contrastanti col diritto o semplicemente frutto di ignoranza; ma da qualche anno anche i gradi superiori, la Corte di Cassazione e talvolta la stessa Corte Costituzionale si pronunziano in maniera settaria, stravagante e spesso ingiusta; con i maggiori danni che una sentenza emessa da un giudice di grado più elevato può produrre.

Un esempio di questo atteggiamento lo ritroviamo in recenti sentenze della Cassazione, almeno quelle sull’obbligo del pagamento dell’ICI – IMU per gli edifici adibiti a scuole paritarie e la recentissima pronunzia della Seconda Sezione Penale sulla sussistenza del reato per concorso esterno alle associazioni malavitose, del quale pochi mesi fa la Corte per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo aveva negato l’applicabilità e messo in dubbio la stessa esistenza. Errata interpretazione della norma fiscale, dunque, e addirittura disconoscimento dei diritti fondamentali e di pronunzie di giurisdizioni superiori.

Questa situazione ha diverse radici, tra le quali considero essenziali: una situazione del soggetto (ignoranza ed infingardaggine dei giudici); e l’oggettiva, fermissima volontà di tutela della casta della quale fanno parte e dalla appartenenza alla quale ritraggono benefici e privilegi sconosciuti ai cittadini ordinari. Tra i quali, per andar sul concreto, ferie prolungate, esenzione da ogni sanzione disciplinare e da ogni responsabilità verso terzi anche se originata da colpa, alti stipendi, una carriera automatica a prescindere dai risultati e più lunga di quella della generalità dei lavoratori. Il tutto solo per aver vinto un concorso nel quale sono frequenti interventi illeciti e favoritismi (controllate le parentele e le affiliaioni!). Si tratta di una situazione unica nei paesi civili, anzi tale da costituire una forte motivazione per chi volesse cancellare l’Italia da questo elenco.

In questo stato di cose, è naturale, vengono emesse sentenze “di giustizia” che di giusto non hanno nulla. Per ignoranza, per accidia, per interesse, per “coprire” i colleghi. Nell’ultima categoria rientra l’ultima sentenza citata: se l’associazione esterna non fosse più reato molti magistrati dovrebbero mettersi a lavorare per arrivare a formulare accuse o sentenze oggi prese alla leggera e sulla base di un reato l’esistenza del quale appare fuor d’ogni logica giuridica; all’ANM poco o nulla interessa se da questa situazione è danneggiata o rovinata la vita di persone per bene, come abbiamo visto, tra gli altri, nel caso Cuffaro, condannato ingiustamente e detenuto in condizioni vergognose.

È assolutamente evidente, anche per i fatti citati, che il potere giudiziario ha debordato dalla funzione assegnatagli dalla Costituzione, ed è del tutto impegnato nella conquista di nuovi privilegi e nella conservazione di quelli già acquisiti. E non è accettabile la posizione di chi vuole distinguere i magistrati “per bene” dagli altri. Chi fosse “per bene” dovrebbe dimostrarlo con pubblici atteggiamenti: se non lo fa, non può godere di una valutazione positiva.

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