Non c’è benessere senza produzione

Neanche il più sordido paleocapitalista potrebbe oggi sostenere che la produzione e l’utile siano le prime, assolute priorità delle attività umane. Salute e benessere pubblico, sicurezza delle persone e tutela dell’ambiente sono esigenze talmente sentite da condizionare radicalmente ogni attività produttiva. La spinta a modificare i sistemi economici nazionali e internazionali, giustificata dalla necessità di muovere verso un sistema di produzione e consumi, cioè verso una economia, più rispettoso dell’ambiente che ci circonda è un fatto; si tratta però di vedere come e in che misura tale spinta vada assecondata. È infatti evidente che l’unico modo per non determinare impatto sull’ambiente è non fare nulla. Una fabbrica ferma non inquina, ma neanche produce; non apporta modifiche né in bene né in male all’ambiente naturale, ma certo non favorisce quel miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani che non può non essere una assoluta priorità dell’azione pubblica. L’obiettivo sarà individuare un punto di equilibrio accettabile, nel quale il rispetto della natura venga garantito in misura sufficiente, e le necessità di vita e di benessere dell’uomo vengano assicurate.

Ogni volta che si ipotizza o si persegue la definizione di una soluzione equilibrata tra due diversi complessi di esigenze, gli estremisti trovano spazio per le loro esercitazioni, e danno luogo ad un festival delle pretese al quale, purtroppo, non tutti – non tutti gli amministratori della cosa pubblica, almeno – possiedono cognizioni e volontà sufficienti a resistere. Parlando di economia, considero estremisti coloro che sono disposti a sacrificare il benessere della specie umana ad una geolatria assoluta, nella prospettiva di realizzare quella che chiamano “economia verde”. Ma quale è il vero significato di questa locuzione? A cosa andremmo incontro perseguendo fino in fondo questo obiettivo? Oggetto di questa nota saranno alcune considerazioni su questi argomenti; assolutamente personali, quindi altrettanto assolutamente politically uncorrect. Cioè pienamente ispirate ad un approccio totalmente diverso dal modo di porsi e di ragionare tipico del gruppo di imbecilli stolidamente conformisti che forma ogni autoreferenziata e sedicente élite di avanguardia.

Alla luce di quanto sopra, risulta evidente che il problema della transizione ad una economia più ecosostenibile è essenzialmente una questione di misura, nella quale assume grande importanza il rapporto tra i costi delle iniziative poste in essere e i benefici che ne deriveranno. Costi e benefici che non vanno valutati solo dal punto di vista economico, anche se la partita dei conti è estremamente importante; e vanno anche proiettati su scala globale, almeno se si ha la pretesa di fare un discorso non privo di senso. Ma il concetto abusato e riabusato di “economia verde” intende qualcosa di diverso: intende un contesto nel quale interventi e attività abbiano come unico o per lo meno principale obiettivo quella che viene definita tutela dell’ambiente.

A proposito di queste ultime parole, poi, è bene precisare che il loro significato è tutt’altro che univoco. C’è infatti chi concepisce la tutela ambientale come tutela dell’invarianza del mezzo ambiente, e chi considera tutela ambientale il creare le condizioni per il maggior benessere degli uomini. La prima significazione è propria, evidentemente, di chi considera la biosfera (o Gaia, o come volete chiamare l’insieme di tutti gli esseri viventi) valore assoluto. La seconda è invece propria di chi considera l’uomo come essere unico nell’universo, in quanto dotato di capacità razionali derivanti dalla natura del suo essere; un essere che, rispetto a tutti gli altri, non si distingue per la quantità di doti possedute, ma per la loro qualità. C’è minor differenza tra un virus e una balena di quanta ce ne sia tra un uomo e una scimmia antropomorfa. Il salto qualitativo conseguente al possesso della ragione, dell’autonomia e del libero arbitrio (dell’anima? Secondo me dell’anima) determina una primazia che rende tutto il resto del creato strumentale rispetto alla qualità della vita umana. Per chi sia credente, basta rileggere la Genesi.

Oltretutto postulare la necessità di salvaguardare tal quale l’ambiente naturale è in evidente contraddizione con la storia del pianeta, che è contrassegnata da una lunga serie di mutamenti geologici, climatici e biologici: migliaia, forse milioni, di specie viventi animali e vegetali si sono estinte e altrettante sono venute in essere col variare dell’orografia, della composizione dell’atmosfera e della temperatura. In grazia di Dio, ciò seguiterà ad avvenire fino alla fine dei tempi, e la grandezza dell’Uomo sarà misurata anche dalla sua capacità di adattarsi a questi cambiamenti.

Beninteso, nel parlare di uomo centro dell’Universo non mi riferisco all’individuo, ma alla specie. Gli individui, ognuno nel periodo della sua vita, della terra sono fruitori e custodi: a loro, infatti, incombe l’obbligo di non deteriorala in modo irreversibile e di consegnarla ai loro successori in uno stato quanto meno non peggiore di quello in cui è stata consegnata loro. In questo senso la tutela dell’ambiente in quanto strumento per le migliori condizioni di vita della specie costituisce un preciso e stringente obbligo morale.

* * *

Muoversi verso l’economia verde, intesa nel senso in cui ne parlano i paleoambientalisti totalitari, significa innanzitutto convertire il sistema energetico, orientando la produzione di energia elettrica verso fonti rinnovabili, trasformandone l’attuale struttura produttiva, fortemente accentrata, in una struttura distribuita, con luoghi di produzione di dimensioni ridotte e prossimi alle singole comunità di utenti; e diminuire drasticamente i consumi, quindi gli spostamenti di uomini e merci, e conseguentemente ancor più il consumo di prodotti originati fori dall’area nella quale verranno consumati. Tutto questo può avvenire solo al prezzo di un percorso di ritorno verso l’economia curtense, ed ai bassi livelli di benessere ad essa collegati. Dal medioevo un rapido miglioramento quali-quantitativo delle produzioni e degli scambi ha infatti garantito un innalzamento senza precedenti delle condizioni di vita: tale miglioramento è stato possibile a seguito della progressiva crescita della produzione, degli scambi e dei trasporti, che nell’ottica “verde” non sono graditi, anzi vengono criminalizzati. Mi sembra difficile, specie in assenza di certezze sugli esiti positivi di questo processo, che la prospettiva di una drastica riduzione di produzione, scambi e benessere possa raccogliere il consenso di masse significative di cittadini, anche perché sarebbe accompagnata dal ritorno ad un alto tasso di mortalità infantile e ad un accorciamento drastico delle aspettative di vita: i dati che descrivono l’andamento di questi parametri, in forte miglioramento almeno da cent’anni a questa parte, dimostrano con evidenza il fortissimo influsso positivo sulla situazione umana della forma di economia fondata sulla libera iniziativa, sull’industrializzazione dei processi produttivi e sulla promozione degli scambi che ha caratterizzato e tuttora caratterizza le relazioni tra i popoli.

L’andamento dei dati relativi alla misura delle condizioni di vita, infatti, varia biunivocamente con quelli della produzione industriale e della ricchezza. Nonostante che queste affermazioni siano immediatamente e facilmente comprensibili, si continua a pontificare sulla necessità di ristrutturare drasticamente il sistema economico mondiale secondo logiche maltusiane, per indirizzarlo ad un sostanziale pauperismo: i predicatori trovano udienza e vengono considerati oracoli dalle teste deboli e dai conformisti di tutto il mondo. Tanti di questi figuri imbecilli e irresponsabili vanno imperversando su televisioni e giornali, in parlamenti ed assemblee, e vengono considerati e citati da personaggi di tutti gli schieramenti politici: ulteriore conferma che l’imbecillità e l’ignoranza non hanno una sola casa, e sono trasversali.

Beninteso, il mondo e quindi anche l’Italia hanno bisogno di un miglioramento ulteriore della qualità dell’ambiente e di garanzie sulla conservazione delle se caratteristiche essenziali, che poi possono essere descritte come quelle condizioni che permettano una migliore qualità della vita dell’uomo. Peraltro gli ultimi cinquanta anni hanno visto nei Paesi industrializzati un miglioramento sbalorditivo dei dati che misurano la qualità delle matrici ambientali: superata la fase in cui produrre e consumare era assolutamente prioritario, norme e tecnologie hanno svolto il loro effetto. Possiamo avere la ragionevole certezza che anche i Paesi in via di sviluppo, ai quali non possono essere negate migliori condizioni di vita né l’accesso al percorso che vi conduce, seguiranno lo stesso processo: di qui a pochi decenni forme di inquinamento analoghe a quelle che oggi conosciamo saranno sparite dalla Terra, se l’andamento dell’economia manterrà la logica attuale. Si tratta allora di gestire con razionalità e continuità il progresso tecnologico; di diffondere l’applicazione dei suoi frutti; e di gestire con razionalità il sistema. Certo la grande truffa dell’origine antropica del cambiamento climatico non è di aiuto.

È il caso di ricordare qui che l’economia ha sue leggi inderogabili, che non possono essere eluse: la prima di esse dice che non è possibile distribuire ciò che non è stato prodotto. La priorità nel ciclo economico è della produzione, e ad essa, prima che alle fasi dell’uso sociale, della ripartizione e dell’attivazione del flusso della spesa pubblica, va riservata ogni cura per garantire che sia adeguata alle attese di benessere presenti nel tessuto sociale, e crescente in produttività. Lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, prima di poter distribuire alla folla che lo seguiva pani e pesci, dovette moltiplicarli, confermando così la priorità della produzione. La finanziarizzazione dell’economia è un passaggio ineludibile, considerata la decrescente incidenza, in termini economici, del lavoro materiale sul ciclo economico; la sostituzione dell’impegno fisico dell’uomo nei processi produttivi da parte di macchine intelligenti è il motore di questo aspetto del progresso.

Tra i sostenitori della green economy sono molti coloro che non hanno chiaro questo concetto: ma si aumenta la ricchezza di una società solo se si generano, tramite il lavoro degli uomini o dei macchinari da essi guidati, beni prima non esistenti. Il processo di produzione deve avvenire in modo tale che i beni o le risorse prodotte abbiano un valore superiore alla somma del valore dei beni e delle risorse impiegati a produrli; in caso contrario c’è distruzione, non creazione, di ricchezza. Naturalmente sarà sempre possibile scegliere un’opzione che determini un sacrificio, ma questo deve essere conosciuto e accettato per scelta cosciente e anticipata, previa valutazione, certo non solo economica, del rapporto costi/benefici: in questo caso, se lo si ritiene opportuno, può essere accettato un sacrificio nel breve in vista di un maggiore beneficio futuro.

Appare evidente che l’unico contesto nel quale possono liberamente effettuarsi tali scelte è quello della libertà, quindi del mercato libero, regolato secondo norme eticamente accettabili e applicate correttamente ed efficacemente; un sistema capitalista corretto, nel quale siano fortemente garantite ed equamente regolate le esigenze sociali di tutela di ogni individuo e la libertà economica e di impresa. Vale appena la pena di ricordare che la libertà esiste non in quanto garantita, ma in quanto effettivamente esercitata: la costituzione dell’URSS, che formalmente garantiva tutte le libertà, era in effetti la maschera dietro la quale si celava il regime più sanguinario, tirannico e illiberale mai conosciuto nella storia dell’umanità. Per garantire l’effettività delle regole necessarie è inoltre essenziale che sulla base di buone e corrette regole operi una capace, efficiente e corretta amministrazione; solo il verificarsi delle due condizioni può garantire e contemperare libertà economica e giustizia sociale.

Gli equivoci dell’economia verde non si fermano alla sottovalutazione del problema della produzione, ma si aggravano quando entrano in gioco le problematiche dell’occupazione. Dire che la trasformazione del sistema economico secondo principi verdi determinerà un aumento di posti di lavoro non è falso, è semplicemente la prima parte della verità: la seconda è quella riguardante il costo di questi posti, che va conteggiato all’interno della spesa pubblica e posto a carico di tutti i cittadini, perché posti di lavoro di questo tipo non determinano produzione, ma distruzione di ricchezza. I più anziani ricorderanno che nell’ultimo dopoguerra furono istituiti i cosiddetti “cantieri di lavoro”, nei quali si pagavano degli operai perché facessero dei lavori in molti casi inutili; in tal modo, a carico dello Stato, si offriva una forma di aiuto agli strati più deboli della popolazione, senza dare l’impressione di fargli l’elemosina. Oggi l’importante non è creare posti che non si reggano dal punto di vista del rapporto costo/prodotto (cioè assistenza), ma lavoro, cioè valore aggiunto. Abbracciare l’economia verde significa solo produrre meno a costi più alti, che derivano dalla quota posta a carico della spesa pubblica. Potrebbe essere una scelta da fare per ottenere (forse) una migliore qualità dell’ambiente, ma non ci si prenda in giro parlando di nuovo sviluppo economico o di progresso.

In effetti l’economia verde costituisce un vero e proprio imbroglio concettuale ed una truffa a danno dei cittadini e della comunità nazionale. Tanto per fare un esempio, non può dichiararsi fattore di sviluppo il fare ricorso ad energia proveniente da fonti rinnovabili, se non si dice chiaramente che tale energia costa (almeno ancora) più dell’energia prodotta da sistemi tradizionali o dal nucleare, e che la sua produzione si regge solo perché esistono forti incentivi statali. Onestà vorrebbe che tali dati fossero dichiarati, e che si motivasse la decisione di privilegiare le rinnovabili con motivazioni ambientali, ammettendone il costo, dichiarandone il vero rapporto costi/benefici e consentendo ai cittadini di valutare l’opportunità della spesa e di assumere le decisioni politiche conseguenti.

All’origine del sostegno generalmente accordato dalla pubblicistica alla prospettiva dell’economia verde sta anche la frustrazione di molti economisti che vi esercitano la loro influenza. Costoro sono sicuri di conoscere la soluzione di tutti i problemi del mondo, e di essere quindi i più qualificati per governarlo; invece sono per lo più degli arruffoni, e solo a pochissimi di loro è concesso di entrare nelle stanze dei bottoni; e non per gestire, ma per dare suggerimenti spesso non ascoltati. Questo stato di cose genera una forte propensione a suggerire soluzioni nelle quali l’intervento dello stato – cioè degli amministratori che operano secondo i loro consigli – sia importante: ciò permetterebbe a loro, in quanto consiglieri del principe, di avere le mani in pasta. Molto spesso, nell’ansia di raggiungere questo obiettivo, essi giungono perfino a dimenticare dati essenziali ed evidenti dei problemi che si candidano a risolvere. Proprio questo sta succedendo a proposito di economia verde: vengono trascurati dati (dis)economici evidenti per prospettare soluzioni miracolistiche ai problemi seri che stiamo attraversando sul fronte ambientale, ma assai più sul fronte economico. A chiunque appare chiaro che per superare un momento di difficoltà economica occorre intervenire migliorando il rapporto tra costi e risultati: non mi sembra che produrre di meno a costi maggiori, come avverrebbe a seguito di una colorazione “al verde” dell’economia mondiale o nazionale, sia la scelta più opportuna. Certo è l’unica che consentirebbe – anzi, postulerebbe – la ricostruzione di un controllo pubblico sul’economia: infatti l’economia verde, che non può non essere basata sugli incentivi pubblici, è l’ultimo rifugio di chi ritiene necessario ripristinare l’invadenza dello Stato. Probabilmente alla base di tutto questo sia anche il maledetto contagio che le idee socialiste hanno sparso nel mondo, e che, a vent’anni dal giorno benedetto in cui Giovanni Paolo II e Ronald Reagan hanno fatto crollare le strutture materiali che ne costituivano l’attuazione concreta, seguitano ad esercitare la loro fetida influenza sulle menti poco o male strutturate e sulle coscienze inclinate alla mistificazione del vero. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che economia diretta dallo Stato significa, senza eccezioni, fallimento e disastro. Allo Stato spetta porre e far rispettare le regole. In casi limitati e particolari svolgere quel minimo di intervento attivo necessario per superare un momento critico. Chiarezza e distinzione di ruoli, quindi: senza le quali sono assicurati l’insuccesso e il tracollo. Di questo disastro l’economia verde, con il suo sistema di oneri per la fiscalità generale, è solo una solida premessa.

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