Parliamo di Roma

In casa mia si parlava molto di politica, per via dell’attività di mio padre, parlamentare toscano e membro del Governo, anche perché molti degli ospiti erano politici o parlavano di politica. Io sono nato nel 1942, quindi ho cominciato a capire quello che dicevano i grandi intorno al fatidico, provvidenziale 1948. Da allora ho sentito parlare della politica romana come del posto in cui trovavano il massimo rigoglio tutti i vizi possibili in un consesso politico o in una amministrazione; peculati, ruberie, inefficienza – solo per cominciare – erano riconosciuti al Campidoglio e a tutti indistintamente, salvo rarissime eccezioni, i suoi inquilini; giudizio confortato dal numero assai ristretto di personaggi di peso nazionale provenienti da Roma. Ho detto pochi (avrei potuto dire: uno), e pochi erano, proprio perché chi veniva da Roma si portava sulle spalle un pesante pregiudizio negativo che gli rendeva molto più difficile la scalata alle posizioni di vertice. Questo pregiudizio gravava anche sui siciliani, dei quali però almeno si diceva: saranno mafiosi in Sicilia, ma a Roma si comportano da galantuomini; e fecero strada in molti più politici provenienti dalla Sicilia che personaggi romani.

Crescendo mi sono trovato poi ad avere contatti con le Amministrazioni di Roma e con tante persone che vi avevano parte: e mano a mano che crescevano le mie conoscenze, cresceva anche la mia convinzione che quanto avevo ascoltato da bambino e da ragazzo fosse solo una pallida rappresentazione di una realtà nella quale malaffare, cialtroneria e inefficienza erano presenti in misura molto maggiore di quanto non si dicesse; e certo in misura molto maggiore di quanto una persona comune potesse immaginare.

Passando il tempo, ho potuto constatare che i comportamenti negativi erano diffusi a tutti i livelli dell’Amministrazione. Se i Partiti vendevano i Piani Regolatori, gli Assessori vendevano i provvedimenti, i funzionari i tempi di lavorazione delle pratiche, i vigili urbani prendevano mazzette per consentire ai ristoranti di occupare più spazio pubblico del consentito, agli abusivi di vendere dove non potevano, a tollerare attività non consentite dalla legge, come per gli asfissianti gladiatori del Colosseo, e a non effettuare i controlli ad essi demandati.

In una fase della mia vita mi è anche accaduto di essere chiamato a fare il dirigente del Comune di Roma, chiamato in ragione di mie specifiche esperienze specifiche svolte con generale soddisfazione. Resomi conto che la situazione aveva bisogno di una serie di interventi radicali per i quali era necessaria una operativa volontà politica, e che questa volontà, anche se da me sollecitata, non c’era, dopo otto mesi posi termine alla mia esperienza di dirigente comunale.

Non che fosse impossibile fare qualcosa per migliorare le cose, ma il povero Alemanno, inesperto di amministrazione, era stretto tra una cerchia di amici-collaboratori ignoranti e gaglioffi e una macchina amministrativa composta per lo più da marpioni interessati solo a tutelare i propri interessi, leciti o illeciti che fossero. Non avendo capacità amministrative, e nonostante le intenzioni positive più volte manifestate, il Sindaco non poté evitare il disastro finale della sua Giunta, nella quale peraltro ignoranza, cialtroneria e propensione al malaffare dei quadri politici si insediavano sulle preesistenti sentine rappresentate dalla struttura amministrativa.

Tutto ciò premesso, c’è una possibile soluzione per i problemi di Roma? La mia risposta è si, che Roma può essere recuperata e portata a svolgere il ruolo al quale la chiama il suo passato: naturalmente ciò può avvenire solo se si verifichino certe condizioni.

Innanzitutto, ottenendo la fine del pollaio tra i partiti per l’acquisizione di spazi di potere, ed il conseguente consociativismo spartitorio. Poi utilizzando un periodo – non breve, certo – per rimettere in riga i dipendenti, quanto ad onestà e produttività, anche procedendo alle necessarie riduzioni di organico. Privatizzare i servizi pubblici, azzerando il sistema delle controllate e partecipate: oltretutto questo passaggio potrebbe dare un forte aiuto al necessario risanamento della situazione finanziaria. Varare un robusto programma di interventi in collaborazione con l’impresa privata: nel centro storico, per farlo tornare ad essere attraente per i turisti e vivibile per i romani; nelle periferie, per renderle nuovamente centro di vita sociale e vere comunità; nel settore della viabilità, escludendo gli interventi cretini alla Marino maniera, ma riassettando e migliorando qualità e quantità dei percorsi; rivedendo e completando gli interventi più importanti (metropolitane, anello ferroviario, penetrazione nel centro cittadino, parcheggi, per esempio).

Quelli sopra elencati dovrebbero essere i primi interventi che un Sindaco e una Giunta seri, espressi dalla maggioranza dei romani e coesi al proprio interno, dovrebbero fare, avviando nel contempo la normalizzazione dalla macchina amministrativa anche attraverso l’acquisizione di risorse umane valide.

Impossibile? No. Difficile? Certo. E siccome è difficile, questo spartito lo può dirigere solo un Direttore d’orchestra dotato di grandi qualità: onestà innanzitutto, che può ben essere considerata un prerequisito; competenza amministrativa; capacità di guida di organizzazioni complesse; e l’abilità politica necessaria a lavorare efficacemente evitando trappole e agguati.

Ci vorrebbe, insomma, un Fanfani giovane: ma in giro non si vede, né se ne vedono gli eredi. Forse i romani tra cinquant’anni staranno ancora peggio di noi: è possibile, dato che il peggio non è mai morto.

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