Appunti di un cattolico sull’ambiente

Sviluppati in occasione e sulla base di un Convegno organizzato ad Assisi da Sorella Natura

Nato per atto positivo di un creatore, come credo e come credono molti, oppure originato da una combinazione di eventi che prescindono da un disegno razionale, come credono altri, l’universo ha cominciato ad esistere in un determinato momento, quando è venuta in essere la materia e, in uno con essa, ad essa stretto da una relazione indissolubile, il tempo; e, insieme alla materia ed al tempo, comprese al loro interno e ad essi connaturate, sono venute in essere – con le norme morali che indicano il giusto comportamento agli esseri umani – anche le regole che determinano nascita, vita, mutamenti e fine di tutte le cose materiali. In proposito leggiamo infatti nella Bibbia: “omnia in mensura, et numero et pondere disposuisti” (Sapienza, 11, 20).

E gli esseri viventi? E l’uomo? Sono stati creati così come sono, oppure sono il frutto dell’evoluzione, durata eoni, di una prima forma elementare di vita, venutasi a formare per creazione o casualmente? È il “titolo” di un dibattito che va avanti da molto tempo, in maniera particolarmente vivace: da una parte coloro, in particolare alcuni cristiani, che considerano la Bibbia il testo rivelato da Dio per guidare gli uomini verso la salvezza eterna, e ne chiedono una interpretazione strettamente aderente al testo letterale, a partire dalla Genesi; dall’altra, semplificando, coloro che non accettano il racconto biblico della Creazione, e ritengono che la vita sia nata per un avvenimento determinato dal caso o da una volontà esterna, evolvendosi poi nel tempo fino ad arrivare alle complessità del mondo d’oggi.

Esiste poi una corrente di pensiero che, accettando il principio creazionista per quanto riguarda la materia, non esclude che lo sviluppo della vita possa essere avvenuto secondo logiche evoluzioniste. Personalmente mi ascrivo a questo terzo gruppo, mantenendo un’opzione doppiamente creazionista. A me appare chiaro che il Creatore sia intervenuto direttamente due volte, non necessariamente disgiunte dal punto di vista temporale ma certamente distinte dal punto di vista logico: la prima per creare la materia, la seconda per creare l’anima dell’uomo.

Voglio qui ricordare alcune pronunzie contenute in atti pontifici – alcuni non recentissimi – che furono le prime a porre sotto una luce diversa da quella comunemente accettata la questione; accetto e condivido in pieno tali pronunzie.

L’Enciclica del grande Papa Pio XII “Humani generis”, pubblicata il 12 agosto 1950 – si, oltre sessantacinque anni fa – a proposito del dialogo della Chiesa Cattolica con il mondo scientifico, così si esprime in argomento: “… il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente. Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede”. Posizione pienamente confermata nella successiva

allocuzione ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze: nel suo intervento in quella sede Pio XII confermò le due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse la teoria evoluzionistica come se fosse un’acquisizione certa della scienza, e che restassero fuori da ogni dubbio i contenuti della Rivelazione in proposito.

L’argomento è stato poi ripreso da S. Giovanni Paolo II nel suo Messaggio alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996: “Prima di proporvi qualche riflessione più specifica sul tema dell’origine della vita e dell’evoluzione, desidero ricordare che il Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi, nell’ambito della propria competenza. Citerò qui due interventi. Nella sua Enciclica Humani generis (1950) il mio predecessore Pio XII aveva già affermato che non vi era opposizione fra l’evoluzione e la dottrina della fede sull’uomo e sulla sua vocazione, purché non si perdessero di vista alcuni punti fermi. Da parte mia, nel ricevere il 31 ottobre 1992 i partecipanti all’Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l’occasione, a proposito di Galileo, di richiamare l’attenzione sulla necessità, per l’interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di studio, l’esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai quali conducono le scienze della natura”.

Sulla questione si è espresso in modo ad oggi definitivo Sua Santità Benedetto XVI, che nel Messaggio alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 31 ottobre 2008 così diceva: “Nella scelta del tema ‘Comprensione scientifica dell’evoluzione dell’universo e della vita’, cercate di concentrarvi su un’area di indagine che solleva grande interesse. Infatti, oggi molti nostri contemporanei desiderano riflettere sull’origine fondamentale degli esseri, sulla loro causa, sul loro fine e sul significato della storia umana e dell’universo. In questo contesto, è naturale che sorgano questioni relative al rapporto fra la lettura che le scienze fanno del mondo e quella offerta dalla rivelazione cristiana. I miei predecessori Papa Pio XII e Papa Giovanni Paolo II hanno osservato che non vi è opposizione fra la comprensione di fede della creazione e la prova delle scienze empiriche. […] affermare che il fondamento del cosmo e dei suoi sviluppi è la sapienza provvida del Creatore non è dire che la creazione ha a che fare soltanto con l’inizio della storia del mondo e della vita. Ciò implica, piuttosto, che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene costantemente.”

Questo approccio, che è testimonianza del riconoscimento della necessaria corrispondenza tra Fede e scienza già potentemente affermata da San Tommaso d’Aquino ed efficacemente ribadito da S.S. Benedetto XVI, è ben diversa dall’intransigente rivendicazione del creazionismo assoluto propria di alcuni gruppi protestanti integralisti, operanti principalmente negli Stati Uniti, che negano la veridicità delle teorie di Darwin in quanto contrastanti con la lettera della Bibbia.

Mi pongo a questo punto importanti questioni: cosa è la Creazione? Dove va situata sulla linea del tempo? È dotata di un’operatività che si protrae? Se si, quale è la forza che ne determina l’operatività perenne?

Non sono teologo, né filosofo, né astrofisico: cercherò quindi di abbozzare a questi interrogativi le risposte alle quali sarò in grado di arrivare con la modestia delle mie conoscenze, nella speranza che la Provvidenza mi assista e ripetendo la preghiera di San Tommaso d’Aquino: “praestet fides supplementum sensuum defectui”.

La Creazione è stata una modifica radicale dello stato preesistente: con un atto di volontà positivo del Creatore venne creata dal nulla la materia, cioè l’Universo nel suo complesso ed i suoi singoli componenti o le premesse perché venissero in essere; l’Universo fu dotato di caratteristiche tali da contenere in sé i criteri del suo sviluppo e le regole – connaturate, quindi immutabili – per il suo progredire, evolversi e modificarsi; con lo stesso atto venne in essere il tempo, che alla materia è legato indissolubilmente, essendone funzione. Non credo del tutto necessario che la creazione della materia e la creazione del primo uomo e della sua anima debbano essere avvenute nello stesso momento. Ritengo non definito dogmaticamente se l’infusione dell’anima sia avvenuta in un soggetto appositamente creato oppure in un essere vivente derivato dall’evoluzione materiale di forme di vita inferiori. So con certezza – per esclusione delle ipotesi alternative e soprattutto per fede – che l’anima esiste, che essa non è una forma particolarmente raffinata dell’evoluzione cerebrale ma un quid spirituale particolare ed unico, che è eterna.

Dunque la Creazione consta di due fasi logiche (la creazione della materia e la creazione dello spirito), che potrebbero essersi verificate contemporaneamente o in momenti diversi. Non ritengo possa parlarsi della Creazione come un fenomeno realizzatosi, o che deve realizzarsi, in progressione nel tempo. Quello che può apparire un’azione ripetuta o protratta è piuttosto il protrarsi nel tempo dell’operatività delle regole imposte alla materia nel momento della sua venuta in essere, che ne reggono l’evoluzione, consentendola in ogni suo momento di vita. Solo nelle regole – eterne, immutabili, indefettibili, connaturate come sono al Creato in quanto esistente – sta l’operatività perenne della Creazione, che accompagnerà l’Universo per tutta la sua vita, fino alla sua fine e alla fine del tempo.

Nel parlare di regole reputo necessario ricordare che, oltre a quelle destinate a determinare la materia ed i fenomeni fisici, esistono – questa volta non dalla Creazione della materia, ma da quella dell’uomo in quanto soggetto qualitativamente distinto da tutti gli altri – regole morali e regole di diritto naturale; le prime determinate a regolare i rapporti tra uomo e Dio, le seconde, seguendo la definizione che Dante Alighieri dà del diritto (“mensura hominis ad hominem”), destinate a stabilire natura e limiti dei rapporti degli uomini tra di loro. Per definizione, tra norme morali e diritto naturale, che provengono da una stessa Fonte, non può esistere alcuna forma di contrasto.

Parlare di “materia” e insieme di “uomo” significa parlare di Creato, o – che è lo stesso – di ambiente.

Verso il Creato l’uomo ha grandi responsabilità; la sua caratteristica di unico essere dotato di effettiva esistenza fisica in possesso di anima e di ragione – perciò non solo senziente, ma anche cosciente di sentire – lo pone indiscutibilmente in posizione di primazia naturale rispetto al resto dell’Universo, e pertanto lo rende responsabile, nei limiti delle sue possibilità, capacità e responsabilità, della sua buona conservazione; l’uomo è dotato di un diritto di disposizione consistente, secondo la definizione romana, nello ius utendi et abutendi, dove il termine abutendi vuole indicare la capacità di diritto naturale – cioè, necessariamente, rispettosa della norma morale – di disporre del bene per il fine suo proprio (che non è necessariamente contenuto nell’oggetto, e che deve essere compreso nella categoria delle attività che aiutano l’uomo a perseguire e realizzare l’interesse generale) anche fino a causarne o produrne la modifica o la distruzione; questa capacità, naturalmente, coesiste con l’obbligo premesso ad ogni norma di usare o disporre di ogni bene fisico per fini di interesse generale.

Da quanto detto finora discende che l’uomo possa (anzi, debba) usare del Creato al fine di assicurare la vita sua e dei suoi simili e garantirne il livello più soddisfacente, modificandolo, se necessario, e governandone i cambiamenti, e disponendo di qualunque sua parte – entità minerale, vegetale o animale che sia – purché con il giudizio e la ragionevolezza richiesti, anche fino all’eventuale distruzione. Questa è la nozione a mio parere più corretta per descrivere la custodia del Creato alla quale tutti noi, secondo l’insegnamento di San Francesco e il Magistero costante della Chiesa, confermato anche di recente nelle premesse dell’Enciclica “Laudato si’”, siamo chiamati e tenuti.

Alcuni interpretano l’impegno alla tutela del Creato più propriamente nel senso di dover operare al fine di garantire l’invarianza del mezzo ambiente. Concezione, questa, che non posso non giudicare contraria alla morale oltre che antistorica e antiscientifica, poiché nei miliardi di anni della sua esistenza la Terra è cambiata da sé sola, senza intervento dell’uomo, molto e molte volte; del resto negare la veridicità di questa affermazione, rispetto alla quale esiste un indiscutibile apparato di prove scientificamente non contestabili, equivarrebbe a negare il principio stesso dell’evoluzione.

Anche per quanto riguarda l’ambiente nel suo complesso si pone il problema di quali debbano essere i rapporti tra l’uomo ed il resto del Creato. L’ambiente è composto da un numero elevatissimo di entità, alcune delle quali inanimate, altre dotate di sensibilità elementare, altre senzienti, altre ancora – gli uomini – senzienti, raziocinanti e dotati di un’anima immortale. È evidente che tra tutte queste entità solo gli uomini possono essere, come in effetti sono, titolari di diritti e contemporaneamente di doveri; diritti e doveri che possono avere ad oggetto – mai a soggetto – anche tutte le altre entità. Coloro che parlano di “diritti degli animali” nel far questo danno attestazione della loro ignoranza giuridica e filosofica. Correttamente la normativa vigente nel nostro ordinamento (da ultimo, L. 189/2004) parla di “divieti di maltrattamento degli animali” e non di “diritti degli animali”, che è una dizione priva di senso giuridico, e che fortunatamente ad oggi è assente dal nostro ordinamento giuridico.

Dunque, verso le altre entità presenti sulla Terra, gli uomini hanno dei doveri derivanti dal diritto naturale e/o determinati da norme positive; a questi doveri non corrisponde alcun diritto, se non quello astratto dell’ordinamento; quindi, poiché l’ordinamento è una delle forme in cui l’uomo si organizza, un diritto esiste: quello a vedere rispettate le norme positive che ne sono parte costituente e quelle di Diritto Naturale, ad esso preposte.

L’obbligo primario che incombe all’uomo verso il Creato è quello di custodirlo, cioè di organizzare la propria presenza sulla Terra in modo tale da garantire all’insieme delle cose e degli esseri creati la possibilità di svolgere la propria vita e di contribuire al procedere del mondo secondo le proprie regole ed in equilibrio con tutti gli altri soggetti. Da questa posizione scaturiscono immediate e stringenti conseguenze, e l’indicazione chiara, sull’atteggiamento che i cristiani – ma tutti gli uomini – devono tenere nei confronti del Creato. Seguendo l’affidamento che il Signore trasmise ad Adamo, l’uomo è vocato a soggiogare la Terra per assicurare a sé e a tutti i suoi discendenti le migliori condizioni di vita; per ottenere questo, deve lavorare e lavorarla, riprendendo l’esempio che il Signore stesso ci ha lasciato, e rispondendo ad impegno con impegno. Anche organizzare la convivenza e le sue regole secondo principi che consentano di raggiungere parametri di vita sociale che siano i migliori possibili costituisce quindi obbligo morale, prima ancora che sociale, per tutti noi.

Solo operando in questo modo, e facendo quanto in nostro potere per facilitare l’applicazione delle regole proprie del Creato ed insite nella sua natura, aiuteremo la Creazione a raggiungere il suo compimento.

Tutelare il Creato significa dunque in primis comportarsi in maniera tale da fare della Terra una casa sempre più confortevole per il genere umano. La Terra non ha per fine se stessa o qualche specie animale o vegetale, e nemmeno l’intera biosfera: essa è stata creata per garantire all’uomo – unico essere dotato di anima immortale – un contesto nel quale possa vivere e moltiplicarsi nel migliore dei modi. E chi non accettasse una visione delle cose che comprenda l’esistenza di una essenza immateriale, potrebbe sostituire ad “anima” il termine “ragione”, e la validità di questo ragionamento sarebbe confermata.

In concreto, dunque, tuteleremo il Creato solo garantendo e perfezionando la sua predisposizione ad accogliere nel miglior modo possibile la razza umana, ed a garantirne le più opportune possibilità di permanenza e di sviluppo. Naturalmente questo significa che anche in tema di ambiente sarà necessario, per mantenersi nella correttezza, procedere secondo un approccio che discenda dalla naturale primazia dell’uomo su tutte le altre specie animali, su tutte quelle vegetali e sul mondo inanimato. La legittimità dell’utilizzo del Creato, anche modificandolo, è compresa nella funzione di tutela così come l’ho descritta.

È quindi chiaro che ogni attività che determini un bilancio almeno non sfavorevole alla buona qualità della vita umana deve essere considerata, come in effetti è, totalmente lecita; naturalmente se organizzata e compiuta nel rispetto – al quale l’uomo è comunque tenuto – della dignità dell’insieme della natura. Che, secondo la mirabile definizione del Doctor Angelicus, “… non è altro che il piano di un Artista, e di un Artista divino, iscritto all’interno delle cose, grazie al quale si muovono verso un fine determinato, come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave.” (In “Octo libros Physicorum Aristotelis expositio”, II, c. 8, l. 14). “Consolidando, integrando e illuminando i fatti” (Benedetto XVI, 16 giugno 2010), San Tommaso torna al discorso sulle regole, che sono il vero, il maggiore miracolo della Creazione.

Ed è proprio rispettando ed applicando le regole connaturate con le cose esistenti che l’uomo deve svolgere la sua funzione di tutore del Creato. Ciò significa stabilire un codice di comportamento che definisca e guidi i rapporti dell’uomo con l’ambiente che lo circonda, organizzato secondo scale gerarchiche di norme positive rispettose del Diritto Naturale, e stabilite in relazione ai loro destinatari: gli obblighi sovranazionali, poi quelli degli Stati, delle organizzazioni intermedie, dei privati.

Come tutte le norme destinate a definire un comportamento corretto, anche quelle relative all’ambiente, nella loro essenza, sono scritte da sempre nel grande libro del Diritto Naturale, e però hanno bisogno di precisazioni che ne consentano l’applicazione anche in relazione al momento storico. La Gerarchia svolge anche a questo fine la sua attività, dalla quale, purché sia in aderenza alle pronunzie ex cathedra del Santo Padre, traggono origine il Deposito della Fede e la Dottrina Sociale della Chiesa; ma questa attività, della quale come fedeli abbiamo estremo bisogno, per quanto riguarda i temi ambientali non ha ricevuto nel passato l’opportuna attenzione, forse anche per l’insufficiente conoscenza tecnica delle problematiche che ne sono oggetto. Tale insufficienza è peraltro dimostrata dalla genericità e dalla superficialità delle argomentazioni che stanno alla base della recente Enciclica “Laudato si’”, nella quale si è seguita l’opinione diffusa tra i cultori dell’ambientalismo e non quella scientificamente più solida, anche se forse non maggioritaria. Nel testo dell’Enciclica – che, ricordiamolo, ha valore pastorale e non dottrinario – si fa più volte riferimento alla “opinione scientifica dominante”: mi azzardo a ricordare che ai tempi di Urbano VIII la “opinione scientifica dominante” era che la Terra fosse al centro dell’Universo, e su questa base fu presa la “cantonata Galileo”, rispetto alla quale poi il Santo Papa Giovanni Paolo II dovette fare ammenda per i suoi predecessori. Tempo verrà, credo io, e neanche tanto lontano, che un successore di Pietro dovrà chiedere scusa al mondo per alcune affermazioni contenute nella “Laudato si’”:

Ma la stessa Enciclica è intessuta anche da affermazioni e considerazioni sull’economia; la tonica dominante in questo campo è una critica serrata, della qale ritengo non si possa accettare apoditticamente la validità, del sistema capitalistico: esso viene accusato di essere causa delle sofferenze materiali degli uomini e del mancato raggiungimento di una soddisfacente distribuzione dei beni materiali. Viceversa, l’andamento delle misurazioni di tutti i parametri materiali dimostra che proprio il dominante sistema economico liberista capitalistico ha determinato, pur in presenza di un forte incremento demografico, l’esistenza di una situazione talmente buona che solo qualche decennio fa nessuno avrebbe osato prevederla. Quando vengono affrontati i problemi economici, l’Enciclica sembra scritta sotto l’influsso di premesse ideologiche paleo marxiste, neanche ben digerite: ma non è questo il contesto nel quale affrontare l’argomento.

Resta il fatto che molti fedeli sentono il bisogno – non risolto dall’Enciclica – di poter fare capo a un corpus di insegnamenti riferiti alla materia ambientale certo nella formulazione ed indiscutibile nei contenuti, al quale potersi riferire.    

Appare utile ricordare in proposito l’insegnamento di Papa Benedetto XVI, coerente con quanto affermato costantemente dall’insegnamento della Chiesa, e da considerare premessa necessaria a qualunque successiva elaborazione, cioè l’impossibilità ontologica di un contrasto tra i risultati dello studio della fede e dalla scienza della natura: natura e fede, ambedue frutto del Pensiero divino, non possono mai trovarsi – e di fatto mai si trovano – in contrasto tra di loro.

Il momento è giunto e non è differibile; al più presto la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana deve definire sistematicamente le proprie posizioni in campo ambientale. Noi laici, nell’offrire la nostra totale disponibilità ed il nostro impegno a contribuire a questa attività, preghiamo il Signore perché la Gerarchia della Chiesa metta mano con sollecitudine e solerzia a questo lavoro, necessario ed urgente. Partendo dalle definizioni e dalle idee fondamentali, oltre che dalle acquisizioni scientifiche più recenti, senza subire l’influenza del “pensiero unico” conformista dominante, vorremmo contribuire alla definizione di un sistema di principi che possa guidare la nostra azione sui temi ambientali nella società civile. Se questo non avvenisse, se i fedeli rimanessero privi di specifiche indicazioni certe e di indirizzi precisi, verrebbe lasciato ai falsi profeti ed ai profittatori, presenti numerosi nella società secolare e molto attivi nel settore, un grande campo di attività: e questo noi non lo vogliamo.

Ci assumiamo piuttosto il compito di fornire appoggio e sostegno al lavoro della Chiesa della quale facciamo parte. È inutile dire che attendiamo con grande ansia il segnale di partenza, che deve stabilire le basi dottrinarie della materia: l’approccio pastorale non appare esaustivo, e nemmeno soddisfacente. Come sempre, confidiamo nel Santo Padre; molto meno in alcuni suoi collaboratori.

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