Uno sbrigafaccende di provincia, non l’Uomo nero

Licio Gelli non è mai stato il capo di nulla di importante: la sua funzione nel sistema P2 è stata – nei momenti buoni tra il 1946 e il 1994 – quella di numero 4, cioè di sbrigafaccende e sottopanza dei tre veri capi: Sua Eccellenza il numero 1, Sua Eminenza il numero 1 e mezzo e l’avvocato numero 3. I suoi erano compiti esecutivi assegnati dai superiori, che come compenso gli lasciavano trattenere una parte dei proventi delle attività, lecite o meno che fossero; poiché il volume dei redditi era notevole, era notevole anche la quota di sua spettanza, comunque tale da consentirgli l’accumulo di quello che per altri sarebbe stato considerato un patrimonio estremamente sostanzioso, come testimonia il sequestro di 165 (!) chili d’oro avvenuto nella sua villa.

Gli si sarebbe attagliata bene la favola dei Vestiti nuovi dell’Imperatore: Gelli è la rappresentazione vivente di un castello di menzogne costruito sulla credulità e sulla coscienza sporca delle persone da coinvolgere, appoggiato ad elementi di potere reale. La possibilità di esercitare tale ruolo se l’era verosimilmente conquistato per aver reso significativi servizi al potere nascente del numero 1, utilizzando la millanteria cialtronesca che lo caratterizzava; l’aveva mantenuto e reso più forte seguitando a fornire al sodalizio ed ai suoi riferimenti esterni servizi importanti con efficacia e discrezione, anche sputtanandosi, sempre utilizzando una notevole faccia tosta e la dose di cialtroneria utile a infinocchiare gli spiriti creduli. Faceva il gioco delle tre carte, imbrogliando e truffando, e lo faceva con grande efficacia. La regola di Goebbels (“Quando mentite, mentite in grande e ripetete la bugia: una bugia è tanto più creduta quanto più è grossa e quanto più è ripetuta”) fu da lui applicata con convinzione: poiché le sue menzogne erano veramente grosse e molte, molte volte ripetute, svolsero la loro efficacia anche nei confronti di persone che avevano nascosto sotto un successo professionale mal conquistato l’inconsistenza del loro intelletto e della loro personalità, o una certa disponibilità a farsi turlupinare. Sfruttando le sue caratteristiche e i suoi collegamenti Gelli fece credere a che credere voleva di essere una specie di Deus ex machina, della Repubblica e non solo.

Solo poche volte su argomenti importanti decise lui cosa fare, o quando. Nella maggior parte dei casi fu usato come specchietto per le allodole (ma direi meglio per gli allocchi) allo scopo di distrarre dalla realtà l’attenzione dell’opinione pubblica; in poche occasioni gli fu consentito di operare in proprio.

Licio Gelli fu caratterizzato da un’abilità da imbonitore da fiere di provincia con la quale riuscì a ingannare molti, e indirettamente a dimostrare la pochezza culturale di magistrati, militari, funzionari, politici; e giornalisti. Fu seguace e guida di alcuni tra i peggiori personaggi degli ultimi settant‘anni, ma di certo non fu quell’Uomo nero che molti hanno voluto dipingere: alcuni per cretinaggine, altri per strumentale mascalzonaggine: questi ultimi l’hanno strumentalizzato, così come lui aveva vissuto strumentalizzando fatti e persone.

Con Licio Gelli abbiamo seppellito un dritto di provincia, uno sbrigafaccende al servizio di grandi criminali, non l’artefice dei destini dello Stato. Chi dice il contrario o è uno scemo, o un marpione. Quantomeno, uno che non ragiona sulle informazioni di conoscenza pubblica.

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