Cominciamo a dissipare gli equivoci

Chi parla di diritti a proposito di unioni omosessuali, mente. Chi parla di diritti dei “genitori” o dei bambini a proposito di adozioni da parte di coppie omosessuali, mente. Chi vuole affermare un diritto alla paternità o alla maternità surrogata, mente. Mente perché è in malafede, oppure perché non conosce il reale significato del termine diritto: espressione che identifica le aspettative legittime di mantenimento, di garanzia o di ampliamento della sfera giuridica propria della persona, nel quadro e nel rispetto dell’impianto complessivo dei rapporti giuridici regolati dall’ordinamento, che non può mai validamente mettersi in contrasto con i principi e con le norme del diritto naturale. E mai si può parlare di diritto in riferimento a situazioni contrarie alla natura.

Il rifiuto di accettare una definizione normativa positiva di questi punti – contenuta nel ddl Cirinnà recentemente approvato dal Senato, ma oggetto di pretese anche in altri contesti – non nasce in via principale dalla adesione, pur presente, ai principi della dottrina cattolica. E infatti, se è pur vero che una corretta lettura delle fonti sull’argomento (per brevità ne indicherò solo due: S. Paolo, Epistola ai Romani, I, 24-32; e il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicato il 3 giugno 2003, Sommo Pontefice S. Giovanni Paolo II e Prefetto della Congregazione il Cardinale Joseph Aloisius Ratzinger, intitolato: “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”) estingue in nuce qualunque possibilità di equivoco, anche se recenti, reticenti comportamenti della gerarchia abbiano generato un po’ di incertezza. Spero sia chiaro: sono cattolico, ma almeno per quel che mi riguarda il rifiuto di qualunque ipotesi di approvazione della normativa in esame scaturisce in primo luogo da un approccio che giudico corretto al deposito delle regole comuni e generali che precedono ogni intervento umano ed ogni formulazione normativa positiva: il gran deposito del Diritto Naturale, nel quale si ritrovano tutte le regole che sovrastanno alla vita degli uomini, ai loro comportamenti ed ai loro rapporti. E nel quale Fede e Ragione, che non possono essere in contrasto in quanto ambedue create dallo stesso Signore.

A base del mio ragionamento vanno richiamate alcune premesse: che nessuna norma positiva, di nessun livello, da nessun legislatore prodotta, ha una forza sufficiente a modificare o a superare le norme del Diritto Naturale; che nel caso ciò si voglia pretendere o attuare, tale norma non potrà non essere definita “legge ingiusta”; che tale norma non deve essere applicata; che esiste il diritto-dovere (questo sì diritto e dovere!) di svolgere qualunque attività che tenda a contrastare o non applicare tale norma, purché non ci si ponga in contrasto con diverse, legittime prescrizioni dell’ordinamento.

Per questi motivi ritengo che ai partecipanti al “Family day(ma perché non “Giornata della famiglia”?) non vadano attribuite (solo) motivazioni religiose, come la volgarità disinformata di commentatori e politici vuol far credere. Certo, l’essere cattolici impone, checché ne possano dire o pensare gli imbecilli, l’aderire alla posizione di rifiuto e non accettazione delle nuove “norme” che non possono essere definite leggi, in quanto ontologicamente illegittime; ma la critica nasce e si sviluppa in primo luogo in un contesto di pensiero laico, sulla base di considerazioni puramente giuridiche, sviluppate in totale utilizzazione di una ragione pienamente formata e correttamente informata.

Chi accetti questo approccio, che per parte mia giudico l’unico corretto, non può fare distinzioni o proporre sottigliezze su temi aggiuntivi o accidentali, come la possibilità di adozione: le unioni omosessuali sono contro natura, quindi non è corretto neanche discuterne modi e limiti di esercizio. La loro formalizzazione nell’ambito di un ordinamento va respinta in toto e sempre; il discutere sull’ammissibilità o meno che da tali promiscuità discenda la possibile adozione di un minore è già indizio di una inaccettabile propensione ad accettare compromessi in una materia nella quale nessun compromesso è lecito.

Accettate queste premesse – che approfondirò e preciserò in altra sede – si presentano come necessarie alcune regole di comportamento che ne discendono. Preciserò meglio: anche regole di comportamento politico ed elettorale.

Per fare un esempio: nessun soggetto – partito o persona – che abbia contribuito alla scellerata iniziativa, anche semplicemente con la mancanza di una valida opposizione, potrà in futuro contare sul mio voto o sul mio supporto; che contano poco, lo so, ma ognuno è chiamato a fare ciò che è in grado di fare. In concreto: poiché vivo a Roma, sarò chiamato al prossimo voto amministrativo; ebbene, dovrebbe essere chiaro che non solo non voterò nessun partito della sinistra (non l’ho mai fatto), ma neanche NCD, né le articolazioni dei suoi alleati, che partecipano alle scelte di questo Governo. Forza Italia? Ho seri dubbi, per la presenza al suo interno di molti soggetti di assai dubbia affidabilità politica, oltre che per lo scarso livello morale dei suoi dirigenti.

Forse, e lo dico con la morte nel cuore, questa volta la mia scheda non sarà nell’urna: ho la presunzione di affermare che se ciò avverrà, non avverrà per colpa mia, ma perché la scheda non contiene una proposta condivisibile.

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