Coscienze pelose (come le cozze)

Il referendum cosiddetto “anti trivelle” del prossimo 17 aprile, che riguarderà le attività di prospezione e sfruttamento di giacimenti di idrocarburi presenti nelle acque italiane entro le 12 miglia dalla costa, chiederà ai cittadini di esprimere la loro volontà nel fermare le attività estrattive dei giacimenti in attività quando scadranno le relative concessioni. Se vinceranno i sì, allo scadere delle concessioni, tali attività saranno bloccate. Se vinceranno i no, si continuerà ad estrarre petrolio e gas.

Sull’argomento, è’ stato pubblicato recentemente un rapporto di Greenpeace dal titolo “Trivelle fuorilegge”. La finalità dell’articolo è quella di portare sostenitori al fronte del NO-TRIV, ovvero di orientare i lettori a votare NO il prossimo 17 aprile.

Il Rapporto di Greenpeace, che è basato sopratutto su dati raccolti dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e che sono stati interpretati in modo errato e truffaldino, ha generato una importante eco, ed un altrettanto importante allarmismo, per il modo nel quale i dati sono stati presentati, soprattutto rispetto ai temi della salute umana e del consumo alimentare di “cozze contaminate” (sic!).

Di passaggio, voglio ricordare come i mari di Puglia siano grandi produttori di cozze squisite, tra le quali le squisitissime cozze pelose.

Come al solito, Greenpeace sfrutta il lavoro di altri per trarne conclusioni non conseguenti o addirittura in contrasto con l’evidenza scientifica, e poi senza nemmeno ricordarsi di citare quelli che il lavoro l’hanno fatto sul serio. Che volete, ognuno ha le sue caratteristiche, e sfruttare (rubare?) il lavoro degli altri e possibilmente farselo pagare è proprio del DNA delle principali associazioni ambientaliste.

Ne scrivo adesso perché mi pare che il caso sia particolarmente grave.

Occorre dunque puntualizzare le inesatte affermazioni di Greenpeace e ricondurre la discussione sui binari di una corretta informazione ambientale.

La confusione inizia dal titolo, poiché leggendo il rapporto in questione, chiunque sappia un minimo di cosa si sta parlando, si accorge immediatamente che i dati raccolti dall’ISPRA, e tendenziosamente interpretati da Greenpeace, non riguardano le trivellazioni ma lo scarico delle cosiddette acque di strato dalle piattaforme situate in mare Adriatico.

Le acque di strato sono le acque fossili, presenti nelle formazioni geologiche associate agli idrocarburi che devono essere estratti; queste acque si separano durante il processo di produzione degli idrocarburi e, se rispondono a requisiti definiti dalla legge, possono essere scaricate in mare, dopo la separazione dall’idrocarburo cui sono associate. L’autorizzazione allo scarico in mare è rilasciata dal Ministero dell’Ambiente, al sussistere di alcuni requisiti. Il parametro sul quale è basata l’autorizzazione dello scarico a mare delle acque di strato è la concentrazione degli olii minerali, che non deve superare la concentrazione i 40 mg/L, ai sensi del Decreto Ministeriale 28 luglio 1994 (“Determinazione delle attività istruttorie per il rilascio dell’autorizzazione allo scarico in mare dei materiali derivanti da attività di prospezione, ricerca e coltivazione di giacimenti idrocarburi liquidi e gassosi”).

Le funzioni di vigilanza e controllo sulla conformità degli scarichi a mare sono assicurate dalle Capitanerie di Porto competenti, che, avvalendosi degli organismi tecnici preposti in materia di vigilanza e controllo, sulle base delle informazioni fornite dal richiedente l’autorizzazione e delle prescrizioni contenute nel decreto di autorizzazione, provvedono alla verifica dei quantitativi, delle caratteristiche e del contenuto in olii minerali delle acque di strato destinate allo scarico in mare. Questi controlli vengono regolarmente eseguiti.

Unitamente a questo requisito “quantitativo”, l’articolo 104 del DLgs. 152/2006, il decreto delegato contenente il grosso della normativa ambientale, stabilisce che, per il rilascio da parte del Ministero dell’Ambiente dell’autorizzazione allo scarico diretto in mare delle acque di produzione derivanti da attività di estrazione di idrocarburi, deve essere presentato dalla Società richiedente, alla medesima Amministrazione, un Piano di Monitoraggio volto a verificare “l’assenza di pericoli per le acque e per gli ecosistemi acquatici”.

All’ISPRA è attribuito il compito di eseguire questo piano.

I dati di ISPRA ripresi da Greenpeace e pubblicati nel suo rapporto, non riguardano dunque le attività di trivellazione, ma i risultati del monitoraggio condotto per rilevare gli eventuali effetti dello scarico in mare delle acque di strato prodotte dalle piattaforme. Questo monitoraggio riguarda le sole piattaforme che hanno chiesto ed ottenuto dal Ministero dell’Ambiente l’autorizzazione allo scarico in mare delle acque di strato.

Il monitoraggio, oltre alla colonna d’acqua ed ai sedimenti, prende in considerazione anche il contenuto di alcuni composti chimici che sono misurati nella polpa dei mitili (cozze) che vivono attaccati ai piloni delle piattaforme petrolifere. I livelli di concentrazione misurati in questi organismi sono confrontati, nelle relazioni di ISPRA, con i valori degli Standard di Qualità Ambientale (SQA) previsti dalla normativa vigente (il già citato D.Lgs. 152/2006 e il D.M. 260/2010). Gli SQA sono dei valori di concentrazione che non devono essere superate affinché un tratto di mare, detto corpo idrico, sia classificato in “buono stato chimico”. Questi SQA, dunque, non si applicano alla valutazione della qualità dei prodotti destinati al consumo umano, per i quali si applicano invece controlli e valori limite diversi. La correlazione che fa Greenpeace fra i valori di SQA e gli effetti sulla salute umana, è profondamente sbagliata, poiché i requisiti sanitari dei mitili destinati al consumo umano sono verificati dalla ASL competente sulla base di parametri microbiologici e chimici diversi da quelli considerati da ISPRA nei suoi monitoraggi che vengono condotti per finalità completamente diverse.

Le conclusioni delle relazioni di ISPRA, peraltro, sostengono che non vi sono criticità per l’ecosistema marino riconducibili allo scarico delle acque di produzione in nessuna delle matrici ambientali indagate.

Circa poi il tentativo di mettere in dubbio la correttezza della vigilanza esercitata dall’Istituto che viene indicato da Greenpeace come “il controllore che è a libro paga del controllato”,

deve essere ben chiaro che le attività di monitoraggio degli ecosistemi da parte di ISPRA avvengono per contratto sulla base di un bando europeo ad evidenza pubblica che l’Istituto si è aggiudicato; a tale bando possono partecipare tutti gli enti o istituti che rispondono ai requisiti di qualità e qualifiche professionali necessarie. Questi requisiti sono definitii in uno specifico Decreto del Ministero dell’Ambiente. Oltretutto è pacifico il principio per il quale è il sorvegliato (l’ENI) ad essere tenuto a sostenere la spesa necessaria a garantire l’effettuazione dei controlli; e il fatto che ISPRA svolga questa attività perché ha vinto un bando pubblico costituisce motivo di tranquillità per tutti.

Nihil sub sole novi, dicevano i nostri Padri: quindi non c’è da meravigliarsi se Greenpeace ha lavorato (?) su dati altrui; neanche se poi, nell’ignoranza loro e dell’associazione, i suoi operatori li hanno utilizzaati in modo errato. Che volete, ognuno è fatto in un modo e in quel modo si comporta.

Però sarebbe grave se l’ISPRA o il Ministero dell’ambiente non dessero quel segno di reazione – e di smentita – che correttezza richiederebbe. Ma tant’è, i ladri di Pisa – pubblici o privati che siano – litigano di notte, e adesso è giorno.

Colgo occasione dal problema per fare una considerazione più generale. Perché l’ENI, che ha dipendenti che infarciscono gli uffici dello Sviluppo economico, li usa solo per farsi gli affari propri, bianchi o neri che siano, e mai per dare un contributo all’interesse generale? Per esempio, intervenendo – con l’efficacia che ben conosce quando gli fa comodo – sul Ministero dell’ambiente e sull’ISPRA perché, una volta tanto, parlino alto, forte e giusto?

Ah, saperlo, saperlo!

 

 

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