Tre eventi, tre date

Il tempo passa, e nell’ultimo mese abbiamo registrato tre fatti significativi: il referendum “sulle trivelle”, celebrato il 17 aprile, e le ricorrenze del 18 e del 25 dello stesso mese.

Comincio a ragionare sul referendum. L’esito, tutto sommato positivo, della consultazione certo non può essere motivo di grande giubilo. Devo dire subito che secondo me ogni giudizio sul referendum deve essere organizzato su almeno tre livelli: per quali erano i protagonisti in campo alla guida degli schieramenti, per il suo effetto sulla normativa in vigore, per i suoi effetti politici; seguirò quindi questo schema di ragionamento.

Per il si erano schierate, con la prepotenza istituzionale e l’ignoranza giuridica che da sempre le caratterizza, le Regioni; con loro alcuni ingenui per bene e la feccia tra coloro che, con ottusa ignoranza, hanno agitato problemi economici e sociali negli ultimi decenni e che stanno tuttora agitandoli: ambientalisti, estrema sinistra già maoista, estrema destra hitleriana e simile lordura. Nello schieramento del no trovavamo molti faccendieri (speranzosi di future interessenze), i petrolieri più spregiudicati (per risparmiare quattrini) e i sostenitori non formali di Renzi (per garantire al capo una affermazione sui suoi concorrenti). Per l’astensione i soliti ignavi, i pochi che Renzi aveva imbonito con la sua propaganda, e i molti che, usando rettamente la ragione, avevano deciso per l’inutilità del voto. Fortunatamente né il sì né il no hanno riportato il successo, e gli astenuti sono risultati in maggioranza: per quanto ho detto quindi l’esito del referendum, a mio vedere, deve essere considerato positivo.

Poiché si trattava di referendum abrogativo che non ha raggiunto l’obiettivo, sulla normativa in vigore, evidentemente, il suo effetto è stato nullo. Dispiace la constatazione che, nelle more della sua celebrazione, Governo e Parlamento siano intervenuti sulla normativa contestata per evitare alcuni quesiti referendari: le norme contenute nella legge di stabilità e poi modificate erano infatti opportune e pienamente accettabili.

Ma, evidentemente, quello che conta di più sono gli effetti sul futuro politico amministrativo che la consultazione popolare ha avuto. E da questo punto di vista il successo è stato pieno: respingendo le pretese delle Regioni, infatti, si è aperta la strada ad una riorganizzazione razionale della ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni; tra le quali, evidentemente, quelle sull’energia e sull’ambiente vanno riservate all’esclusiva competenza statale: è quanto deriva dal referendum; ma, se vi interessa, in altra sede ne discuteremo.

Ben più importanti le due ricorrenze di ciò che avvenne il 25 aprile del 1945 ed il 18 aprile del 1948: su di esse si basano la nostra libertà ed il progresso realizzato tra il 1948 e il 1975, che hanno reso l’Italia un Paese moderno e le hanno permesso di collocarsi tra i Paesi più sviluppati nel mondo.

Il 25 aprile del 1945 è la data scelta per celebrare la liberazione d’Italia dalla dittatura nazifascista; secondo molti di quelli che avevano marginalmente cooperato alla sconfitta dei nazifascisti, i partigiani, si sarebbe dovuto stabilire un’altra e ben più feroce dittatura, quella comunista. Questo stava accadendo in tutta l’Europa orientale, consegnando stati liberi e di antica civiltà alla liberticida e sanguinosa dittatura sovietica, finché questa, dopo quarant’anni, implose autodistruggendosi.

Per l’Italia la prudenza ed il realismo di Togliatti ipotizzò un futuro diverso: non direttamente l’intervento armato, ma una fase di logoramento della democrazia, alla quale avrebbero dovuto seguire, nel primo momento utile, elezioni che avrebbero consegnato – necessariamente, pensavano gli illusi babbei del cervello all’ammasso – tutto il potere ai comunisti. Comunque resta che la data del 25 aprile venne e viene tuttora considerata, da molti che di storia conoscono solo quella che si inventano o sulla quale vengono imboniti, celebrazione della conquista della libertà.

Intorno a questa data circolano leggende e giudizi in molti casi frutto dell’ottusità e della malafede degli autori. Qualche delirante arriva a dire che nel 1945 si verificò niente di meno che il passaggio dalla dittatura nazista a quella degli americani. La verità è che, se il 25 aprile del 1945, con la sconfitta dei tedeschi da parte degli alleati, ebbe termine formale la II° Guerra Mondiale in Italia, è pur vero che la guerra civile in corso durò ancora molti mesi e costò ancora molti morti e gravi sofferenze. Alcune migliaia di fascisti, liberali, cattolici, preti e persone genericamente non di sinistra (o semplicemente non povere) furono selvaggiamente assassinati dagli ex partigiani comunisti, molti beni furono dagli stessi trafugati, e grandi quantitativi di armi furono nascosti in vista di un uso futuro per la presa del potere. Contro il conformismo trionfante, tali fatti sono stati documentati in vari libri da Giampaolo Pansa; ma ora il tentativo comunista di impedire che ricordi di questi fatti si tramandino giunge alla richiesta dei partigiani di Ferrara che i libri di Pansa vengano espulsi dalla biblioteca comunale. Con tanti saluti alla difesa della libertà di espressione della quale tanto spesso questi individui si riempiono la bocca.

Sta di fatto che il vero approdo alle rive della libertà avvenne il 18 aprile, quando nel 1948, con una votazione libera e partecipata, gli italiani scelsero la democrazia contro la dittatura, la libertà contro la schiavitù, il progresso contro ogni prospettiva di miseria e di fame; e quando fu fondata quella Repubblica democratica nella quale nessun “fattore K” è stato necessario per tenere i comunisti lontano dal Governo, poiché in nessuna occasione essi conquistarono abbastanza voti per conquistarlo.

Due ricorrenze, quindi: 25 aprile del 1945 e 25 aprile del 1948. Dalla combinazione degli eventi che si compirono in quei giorni, pur attraverso il filtro di spinte irrazionali in parte determinate da una forte decadenza morale e intellettuale della classe dirigente a partire dagli anni ‘70, è uscita l’Italia he oggi conosciamo. Che di esse venga assai celebrata quella del 25 aprile, che registra solamente la vittoria definitiva in Italia degli alleati sui tedeschi, mentre è affievolito il ricordo di quel giorno del 1948 che segnò veramente la fine effettiva della guerra e la conquista della libertà, dimostra la cialtroneria degli italiani d’oggi.

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