Aiutati che Dio ti aiuta

Sono almeno trent’anni che sentiamo ripetere una querula esortazione alle riforme, senza che alcuno specifichi quali esse debbano essere, e perché vadano introdotte nel nostro ordinamento; il ritornello “bisogna riformare”, così, è passato ad essere più una filastrocca per monomaniaci bambini ritardati che un programma d’azione. Mi pare evidente che un simile atteggiamento entri a dar parte, a buon titolo, del consistente, limaccioso corso delle “idee” figlie del conformismo becero e incolto al quale si ascrive anche gran numero di sedicenti intellettuali.

A sbraitare richieste di riforme sono moltissimi, a spiegare quali riforme vogliano sono pochissimi; e secondo me sono pochissimi perché pochissimi sono coloro che collegano allo slogan “riforme” un contenuto specifico. Così viene definita riforma qualunque modificazione allo status quo ante, a prescindere dalla qualità della modifica introdotta e dell’impatto di questa introduzione sul sistema ordinamentale nel suo complesso; e, naturalmente, senza che venga effettuata prima della sua approvazione una valutazione sul tipo di modifica introdotto e sugli effetti che, prevedibilmente, ne deriveranno.

L’Assemblea Costituente, che alla fine del 1947 licenziò il testo della Costituzione, era composta non dal personale di basso livello, incolto e raccogliticcio, che oggi compone Camere e Governo, ma dalle persone migliori che l’amor proprio dei Partiti aveva potuto candidare; praticamente ognuno dei Costituenti e dei membri dei primi Governi repubblicani poteva vantare un consistente curriculum personale di successi professionali: tutti insieme fecero – nel breve tempo disponibile – un lavoro egregio, producendo un testo reprensibile solo per poche sbavature populistiche, e che ha avuto il suo più grande difetto nella mancata realizzazione di alcune norme. A questo proposito, ricordo qui solo la mancata attuazione degli articoli 39 e 40, sull’ordinamento e sull’attività di sindacati e partiti.

Dalla sua entrata in vigore, la Costituzione ha subito diverse modificazioni: in alcuni casi si è trattato di ritocchi formali (vedi per esempio la modifica della durata del Senato), in altri di modifiche significative (per esempio, la sciagurata revisione del Titolo V° elaborata da Bassanini nel 2001). Alcune modifiche hanno svolto efficacia positiva, altre hanno avuto effetti disastrosi, altre ancora si sono risolte o si risolveranno, con certezza, in un disastro. In quest’ultima categoria iscrivo l’obbligo del pareggio di bilancio, che è una vera e propria idiozia antistorica, che difficilmente – almeno spero – potrà essere osservato e che meriterebbe una rapida cancellazione.

La già citata modifica del Titolo V° ha prodotto sfracelli, specialmente in quanto ha trasferito alle Regioni competenze in materie che le stesse non erano attrezzate a gestire: direte che avrebbero potuto organizzarsi, ed è vero: ma lo Stato non trasferì le risorse economiche necessarie. Conseguenza di questa riforma è stata, oltre all’esplosione del deficit di bilancio e dell’imposizione fiscale a livelli mai visti prima, l’estrema irrazionalità di funzionamento della macchina dello Stato per il trasferimento e conseguente frammentazione di funzioni che logica e scienza dall’amministrazione avrebbero voluto che rimanessero accentrate.

Ed ora ci troviamo a dover parlare di un nuovo pacchetto di riforme, già approvato dal Parlamento senza raggiungere il quorum richiesto, e che pertanto sarà sottoposto in ottobre a referendum confermativo. In proposito ci sono due ordini di problemi: il contenuto, e la possibilità di sventarne l’entrata in vigore.

Il contenuto è ampio: comprende sopratutto una riorganizzazione del Titolo V° (bene, in particolare perché la nuova stesura prevede il ritorno di alcune competenze allo Stato; per esempio, è evidente che in materia di politica energetica e di problemi ambientali le Regioni meno parlano e meglio è) e la riforma del Senato, sulla quale vale la pena di soffermarsi un po’ più a lungo.

Come ho già detto, c’è chi vuole le riforme a prescindere, beninteso tenendo pur sempre un occhio all’interesse di bottega, e chi ne vuole di specifiche, utili ad orientare la società, lo Stato e l’amministrazione verso gli obiettivi che ha posto alla sua azione. La riforma del Senato e del bicameralismo, e la riforma della legge elettorale della Camera, che vanno considerate ambedue parte integrante del “pacchetto Renzi” di recente approvazione, sono frutto del primo atteggiamento; rispondono all’obiettivo del premier di intestarsi una riforma importante, dal contenuto calibrato sugli interessi di accesso alla gestione del potere del suo sistema di potere (atipico) partito/governo. Di certo essa non risponde all’esigenza di garantire un rapporto più aderente dei rappresentanti delegati alla società rappresentata, cioè alla spinta – che in uno Stato fondato sulla sovranità popolare dovrebbe essere la prima da rispettare – verso una più compiuta forma di democrazia. La concentrazione di potere garantita dal sistema Italicum/nuovo Senato in effetti consente al titolare di una maggioranza purchessia, anche molto tenue, di accentrare in sé larghissima parte del potere.

Da queste considerazioni una sola conseguenza: è essenziale per la democrazia e per il futuro del Paese che l’entrata in vigore della nuova organizzazione del potere venga evitata. Ciò può e deve avvenire attraverso due passaggi: la revisione dell’Italicum ed il respingimento, col referendm, delle norme costituzionali.

Se questi due passaggi non saranno realizzati, che Dio protegga quell’Italia che pur non lo merita.

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