Liberalismo/collettivismo: un’alternativa che solo persone incolte o imbecilli possono coltivare

Dopo una ventina d’anni durante i quali i sostenitori di ipotesi centraliste e collettivistiche, dopo i disastri che la loro applicazione aveva determinato, non hanno trovato il coraggio di parlare, è nuovamente iniziato, con imprevedibile vivacità, un acceso dibattito sulla validità dei diversi sistemi economici e sociali per garantire all’umanità tutta ed ai suoi singoli componenti un progresso civile, economico e sociale quanto più possibile diffuso, equo e giusto.

Credo non sia inutile ricordare come “equo e giusto” non significhi affatto “uguale per tutti”: nutrire aspettative perché il progresso sociale ci diriga verso una società egualitaria e appiattita significa aspirare alla fine del progresso, non garantirne lo sviluppo; che, tanto per ricordarlo, esperienze storiche concrete testimoniano essere stimolato e promosso solo dalla competizione e dalla concorrenza, cioè dai due modi di essere meno ugualitari che esistano. Certo per instaurare un regime di giustizia sarà necessario che lo Stato provveda a definire regole uguali per tutti, che contengano al loro interno spazi adeguati di libertà oltre ad un corretto rapporto tra diritti e doveri, e delle quali lo Stato stesso garantisca effettivamente e fermamente il rispetto e l’applicazione.

Che solo la libertà economica garantisca lo sviluppo ed il benessere, esistono chiare prove storiche: basterà ricordare il fallimento drammatico del collettivismo nei Paesi del socialismo reale, con la sua lunga scia di sangue, miserie e dolori; e se vogliamo riferirci ai giorni nostri, basterà un confronto anche sommario tra gli indicatori dei Paesi civili e quelli dei Paesi che non hanno saputo depurarsi delle scorie del collettivismo centralista. Tra quelli che vantano le prestazioni migliori possiamo enumerare tutti i Paesi avanzati, capitalisti e liberali, primi tra essi quelli nei quali la libertà d’impresa è maggiormente garantita; tra i peggiori Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Corea del Nord e via enumerando, cioè tutti quelli che si sono affidati a partiti o a caudillos paramarxisti. È pacifico che ad una maggior quantità di socialismo corrisponda un minor tasso di libertà, quindi condizioni materiali peggiori e minori prospettive di sviluppo; ma vale anche la relazione inversa: meno socialismo, più libertà, più progresso, migliori condizioni di vita. In proposito il grande Winston Churchill diceva: “Il vizio proprio del capitalismo è l’ineguale distribuzione del benessere; il vizio proprio del socialismo è la ripartizione della miseria in parti uguali”

Naturalmente sulle affermazioni di cui sopra non sono tutti d’accordo: c’è chi non capisce, e chi non vuole riconoscere la verità e fa finta di non vederla. Si tratta in genere degli stessi che hanno visto, fingendo di non vedere fin quando non arrivò l’ordine contrario, le schiavitù, il sangue e la fame prodotti dal comunismo; quegli stessi che hanno formato e sostenuto la mafia autoreferenziale composta da membri dotati delle caratteristiche proprie di asini e volpi cooptati, che ha occupato, anche su argomenti che dovrebbero essere considerati strategici, la comunicazione e l’opinione pubblica. Gli stessi miserabili che hanno generato e nutrito (abbondantemente) un branco di autodefiniti “intellettuali”, la cui attività preponderante non è di pensare e produrre idee, ma è consistita e consiste nell’andar pitoccando avidamente cattedre, consulenze, recensioni, incarichi RAI, e comunque qualsiasi briciola di interessi materiali alla quale reputino possibile arrivare. Costoro disdegnano qualunque impegno verso attività dalle quali non derivi un interesse immediatamente monetizzabile, pur mascherando la loro cupidigia dietro un ipocrita sistema di istituti, associazioni, enti che, sotto le mentite spoglie di soggetti dediti al bene comune, provvederanno a comparire come soggetti fiscali, tenendo esente da qualunque forma di tassazione il vero interessato, al quale verranno trasferite tutte le utilità che vengano prodotte.

E tuttavia, chiudendo gli occhi alla verità, qualcuno che si era formato alla scuola del marxismo, come il Prof. Luciano Gallino, chiude gli occhi alla realtà reale per descriverne una che ha come sola base la fantasia farneticante, Ho detto “chiude” e mi scuso; dovevo dire “chiudeva”, perché Gallino è scomparso abbastanza di recente; e mi rendo conto che parlandone in modo critico sto violando la regola de mortuis nihil nisi bonum: ma ci sono tirato per i capelli, perché egli era considerato il copintesta della scombiccherata e incolta genìa dei sociologi, cioè di coloro che sono in buona parte responsabili delle complicazioni inutili del nostro sistema sociale e dei costi immensi necessari ad alimentarle, classificarle e commentarle, e poiché c’è in giro chi organizza il suo pensiero rifacendosi a quello di lui.

Nell’ultimo periodo della sua attività, Gallino confermava in modo particolarmente virulento la sua avversione al sistema liberal capitalistico. Riporto la citazione di un suo brano sull’attuale situazione economico sociale, che a buon titolo potrebbe essere giudicato delirante, e che è certamente il frutto distillato di affermazioni false, tendenziose o mal digerite: “Il big bang lo fa deflagrare quella signora dalla permanente un po’ blasé (la Thatcher, ndr), assieme all’ex attore hollywoodiano Ronald Reagan, che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli. Le tornate elettorali cominciano a diventare un optional. Governi (…..) agiscono tutti verso la stessa direzione: smantellare lo stato sociale e privatizzare i servizi pubblici. Tanto ci pensa il mercato”.

Ecco: compaiono il mercato, la vera ossessione dei retrogradi, ottusi collettivisti, e l’orrore per la gestione privata dei servizi pubblici. Certo, di critiche al mercato (o meglio: a quel che è oggi il mercato) ce ne sono tante da fare, che si condensano in una sola: bisogna rivedere – e per passi successivi in molti sistemi lo si sta facendo – il sistema regole/controlli, nel quale vanno inseriti elementi di rigidità, specialmente a proposito dei controlli e della loro reale ed efficace effettuazione, nonché delle norme anti monopolio. E riguardo alla privatizzazione dei servizi, ferma restando la validità del principio, dimostrata da miriadi di casi concreti, l’appunto più grave resta, senza dubbio, quello relativo all’inefficacia (e alla corruzione, e in generale alla mala gestione) dei controlli da parte del soggetto pubblico concedente: quindi vizi della parte pubblica, non certo della parte privata.

Senza troppo approfondire la problematica nella quale mi sto muovendo, basterà questa affermazione a dare il senso di quanto ho detto: solo la malafede o l’incapacità di comprendere possono portare a sostenere che forme di organizzazione collettivistica dell’economia possano essere considerate più funzionali al bene comune di una quanto più possibile ampia libertà anche economica. Chi sostiene cosa diversa in malafede è un mascalzone; chi lo fa in buona fede è un imbecille.

 

 

 

 

 

 

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