Ancora sulle unioni omosessuali

A seguito della mia recente nota “Chiesa e partiti: preoccupazioni di un cattolico di base cittadino italiano” alcuni lettori mi hanno contattato per invitarmi ad una maggiore cautela nell’esprimere le mie opinioni. Li ho mandati di tutto cuore a quel paese. Il Signore ci ha infatti invitati a tenere un linguaggio nel quale trovino spazio solo i sì e i no, e nel quale i si e i no vengano detti: quello che è in più, viene dal demonio. Del resto a me pare evidente che la realtà – unica e conoscibile – non tollera graduazioni: e se su una materia determinata si è raggiunto un certo giudizio, e lo si è raggiunto utilizzando retta coscienza, sufficiente conoscenza e usando della prudenza sempre necessaria quando si esprimano giudizi, allora si ha non solo il diritto, ma anche il dovere di esporre tale giudizio, con la massima chiarezza, nelle sedi in cui è possibile farlo. Quindi io seguiterò a dire la mia, con chiarezza e fermezza, nelle sedi in cui mi sarà possibile.

Poiché non è mia intenzione tornare sul tema delle unioni omosessuali, a conferma delle idee già espresse voglio esporre qui due citazioni che hanno contribuito al formarsi della mia convinzione; col che ritengo di non dover più parlare delle motivazioni sulla base delle quali ho formato il mio giudizio. La prima citazione è da San Paolo, che così si esprime: «Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (1 Corinzi 6,9-10; ma confronta anche l’Epistola ai Romani). E proseguo col Concilio di Trento: «(…) difendiamo l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli impuri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, malèdici, rapaci e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto della grazia potrebbero astenersi e a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo» (Sessione VI, Decreto Cum hoc tempore, capitolo XV).

Potrà obiettare qualcuno che sono testi vecchi, di Chiesa, non in sintonia col mondo d’oggi; ma una Chiesa e dei cattolici ridotti a seguire le pulsioni della gente non mi interessano; di più, si tratterebbe di una Chiesa che nega se stessa e rinnega il suo rapporto con Cristo, stabilito una volta per sempre con la sua istituzione e coessenziale alla sua natura.

Un altissimo prelato di venerata memoria, del quale ho avuto modo di conoscere personalmente la santità non ancora proclamata ma della quale sono assolutamente certo, quando fu creato cardinale scelse il motto “Semper idem”, a significare la sua volontà e il suo impegno a conservare e trasmettere immutato il Patrimonio della Fede; e, poiché sempre uguale a se stessa e fedele alla stessa fede deve rimanere la Chiesa, e con lei i fedeli, credo che lo stesso motto dovrebbe essere assunto a regola assoluta di comportamento per tutte le persone che intendano seguire la retta via, quella dettata dal Signore e tracciata nel diritto naturale. Del resto, se accettiamo del diritto naturale la definizione comunemente accettata che ne dà San Vincenzo da Lérins (“quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est») non potremmo far finta di ignorare quel “semper” per procedere secondo strade nuove, alle quali fossimo trascinati dell’onda di mode momentanee e probabilmente passeggere.

Chi ha mente per intendere intenda: non si tratta di impedire l’opportuna modificazione del modo di presentarsi, che anzi va adeguato alle usanze e alle sensibilità che varino col tempo; ma S.S. Benedetto XVI ha definito con estrema chiarezza il concetto di “principi non negoziabili”, e su questi principi non è lecita nessuna flessibilità, nessuna innovazione.

Credo di poter dire con la massima serenità che non importa tanto il consenso della gente a quello che si dice, ma la veridicità delle affermazioni che si fanno. Premio alla buona battaglia sarà poi la soddisfazione per il dovere compiuto; per il compenso, se ce lo saremo meritato, provvederà il Signore.

A conclusione di questo discorso, voglio proporvi ancora un passo di San Paolo, dalla lettera ai Galati: “Io mi meraviglio che così presto voi siate passati da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. Ché poi non c’è un altro vangelo; ma ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire l’Evangelo di Cristo. Ma quand’anche noi stessi, quand’anche un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che v’abbiamo annunziato, sia egli anatema. Come l’abbiamo detto prima d’ora, torno a ripeterlo anche adesso: se alcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema. Vado io forse cercando di ottenere il favore degli uomini o piuttosto quello di Dio? O cerco io di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo” (Galati 1: 6-10). Quindi: presentare la Parola di Dio in modo adeguato ai tempi, sì; modificarne il senso no. Parole d’oro sulle quali meditare.

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