Olimpiadi, grandi eventi, sprechi e ruberie

Sia pure con qualche cautela nell’espressione, Virginia Raggi e Roberto Giachetti non sono d’accordo sull’atteggiamento da tenere nei confronti della prospettiva di tenere a Roma le Olimpiadi del 2024: credo che Giachetti ne sostenga l’opportunità in ossequio al popolo dei palazzinari e “imprenditori” romani che ne attendono pingui guadagni, avendo sempre sostenuto il PCI e i suoi aventi causa con cospicui ritorni; la Raggi esprime la sua contrarietà con una certa cautela, paurosa di attirarsi il dissenso di coloro che hanno creduto alla panzana dei circa 180.000 posti di lavoro che ne deriverebbero.

Credo che la questione meriti qualche riflessione, che non può non partire da alcune domande, alle quali dar risposta partendo dal racconto e dall’analisi, pur sommaria, di quanto avvenne in occasione delle Olimpiadi del 1960, e proseguendo con qualche considerazione sulle vicende dei Campionati mondiali di calcio del 1990 e dei Campionati mondiali di nuoto del 2009.

Le domande sono: è possibile, in Italia, realizzare le strutture e le infrastrutture necessarie allo svolgimento di un evento straordinario come un’Olimpiade in tempi brevi, applicando con decisione, ma correttamente, le procedure ordinarie, senza fare ricorso a deroghe normative o poteri straordinari? È possibile, in Italia, utilizzare l’occasione per incidere in profondità nel tessuto urbanistico di una grande metropoli, garantendone lo sviluppo e addirittura la sopravvivenza per decenni? E, infine, è possibile, in Italia, coniugare queste imprese con la realizzazione di manufatti di grande pregio architettonico?

Una risposta positiva a tutti e tre questi interrogativi la si trova andando indietro di poco più di cinquant’anni, ai Giochi della XVII Olimpiade, celebrati a Roma nel 1960. A testimonianza dell’apprezzamento unanime per come era stato gestito l’evento, gli organizzatori delle Olimpiadi di Barcellona, nel 1992, si richiamarono esplicitamente al “modello Roma” per “fare le cose nel modo migliore”. Tale modello consisteva essenzialmente nel vedere i Giochi Olimpici non come scopo ultimo degli interventi, ma come stimolo di molte altre attività a lungo termine, determinando nell’occasione il miglioramento delle infrastrutture, lo sviluppo della rete stradale, l’ampliamento dell’aeroporto, la modernizzazione delle telecomunicazioni e la ristrutturazione ed il risanamento di interi quartieri degradati.

Si trattò di progetti pensati e realizzati non per le Olimpiadi, ma in occasione delle Olimpiadi.

Occorre però dire che l’impresa del 1960 si verificò anche per alcune straordinarie circostanze. La prima: si disponeva in Italia, all’epoca, di progettisti del calibro di Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco, Riccardo Morandi, Luigi Moretti, Pier Luigi Nervi, Marcello Piacentini, Annibale Vitellozzi, solo per menzionarne alcuni; i quali, coinvolti tutti fortemente nell’impresa olimpica, nell’occasione diedero il meglio di sé. Dalla loro attività ebbe vita un insieme di realizzazioni di grande valore, riconosciute come momenti fondamentali dell’architettura italiana e internazionale dell’epoca, oltretutto messe su carta e realizzate in tempi brevissimi; le critiche negative, che pure non mancarono, furono per lo più pregiudizialmente causate da una visione socio politica diversa ed opposta rispetto a quella che caratterizzava il programma del Governo: critiche politiche, svalutate dal tempo, che ne ha svelato la mancanza di motivazioni serie e l’intrinseca debolezza.

Le opere progettate da questi validissimi professionisti, poi, andarono a costituire anche poli di attrazione per la definizione di un programma di infrastrutture a servizio della Città e del Paese pensato in grande. Gli interventi realizzati nell’occasione costituiscono, infatti, un incisivo e organico insieme di iniziative, coordinate soprattutto, ma non solo, sull’assetto del territorio metropolitano di Roma: il Palazzo e il Palazzetto dello Sport; lo Stadio Flaminio; il Velodromo, sciaguratamente distrutto da poco; gli impianti sportivi dell’EUR e dell’Acqua Acetosa; la Via Olimpica (già prevista dal P.R.G. del 1942 e non realizzata) con il Ponte sul Tevere a Tor di Quinto; l’asse di scorrimento di Corso Italia (c.d. Muro Torto); i sottopassi dei Lungotevere; il viadotto Flaminio; la Via dei Papi col tunnel per il Lago di Albano e la nuova funicolare; gli interventi sulle vie Appia, Maremmana, Pontina, Roma-Ostia, GRA, Autostrada del Sole; l’apertura dei cantieri per il Viadotto delle Valli e per il Viadotto Lanciani; e poi il Villaggio Olimpico, straordinario esempio di edilizia popolare realizzato sul sito dove sorgeva la baraccopoli “Borghetto parioli”, e – last but not least – l‘Aeroporto Leonardo da Vinci a Fiumicino, non in funzione per le Olimpiadi a causa di meschini motivi ufficialmente burocratici, ma in effetti per gelosie politiche, pur essendo completo e in grado di operare, e che agganciò Roma al grande circuito dei trasporti internazionali.

Altri interventi furono realizzati a Napoli, sede delle gare veliche, dove fu portata a termine la ristrutturazione dello Stadio S. Paolo, e dei moletti S. Lucia, Molosiglio, Posillipo e Mergellina. Altri interventi “minori” furono poi realizzati un po’ in tutta Italia, talvolta anche utilizzando le Olimpiadi come scusa.

Ma quello che meglio qualifica l’importanza delle realizzazioni è che non erano destinate a una vita effimera limitata alla durata dell’evento: esse venivano a costituire un programma di interventi definito in occasione delle Olimpiadi, ma oculatamente progettato e destinato a svolgere stabilmente le sue funzioni nel lungo termine: in effetti ognuno può constatare quanto la mobilità cittadina debba tuttora a quelle realizzazioni, che, pur vecchie ormai di oltre mezzo secolo, hanno conservato l’assoluta qualità funzionale che caratterizza le opere ben progettate e ben eseguite. D’altro canto, è pur vero che da allora Roma non ha conosciuto altri interventi rilevanti sul suo tessuto metropolitano.

Il quale è oggi è quel conglomerato caotico e disordinato che tutti conosciamo, venutosi a determinare per motivi ideologici, come conseguenza della mancanza di una visione urbanistica seria e professionale, non ispirata da pregiudizi politici; si è così prodotto un modello di sviluppo innaturale della Città: e se fu importante nel 1957 la bocciatura del piano per il N.P.R.G, elaborato dal Comitato di Elaborazione Tecnica nel quale erano dominanti le sinistre, autodefinitesi “forze della cultura e del progresso”, la successiva sudditanza acritica alle idee che vi erano state espresse determinò, per il suo scontrarsi con gli interessi economici, con la logica economica e con la logica tout court, il confuso assetto urbanistico che è sotto gli occhi di tutti.

Resta ancora da notare che l’enorme mole di realizzazioni per le Olimpiadi costò solo, in valuta dell’epoca, 81 miliardi di lire: attualizzando la somma, il costo complessivo equivale a circa 850 milioni di euro di oggi. A testimonianza del diverso approccio alle attività, basterà ricordare che la vela di Calatrava da sola – peraltro incompleta e inutilizzata – ad eventuale completamento avvenuto, sarà costata poco di meno della somma impiegata per ristrutturare Roma e per realizzare le opere necessarie per l’ottimo svolgimento delle Olimpiadi 1960; e per gli interventi “minimali” previsti per le Olimpiadi del 2024 si parla di almeno cinque miliardi di euro, destinati secondo prassi almeno a raddoppiare, e tenendo fuori dal conteggio i costi delle necessarie infrastrutturazioni .

E all’interrogativo più importante: riusciamo noi a concepire, in una fase storica come quella che stiamo vivendo, con la corruttela dilagante e con l’inefficienza della amministrazione con la quale conviviamo, che sia possibile realizzare nei tempi tecnici strettamente necessari, e comunque in meno di tre anni, decine di interventi per miliardi di euro di oggi? E pensare che quegli interventi erano ubicati in mezza Italia e furono attuati mentre, a cura dello stesso soggetto, l’allora Ministero dei Lavori Pubblici, si stava completando la ricostruzione postbellica, si davano le prime concrete risposte al problema abitativo e si realizzava gran parte dell’Autostrada del Sole! Appare davvero difficile immaginare una risposta positiva a questa domanda. Certamente oggi, per quanto riguarda l’amministrazione, si avverte la carenza di buoni esempi da seguire, ma a questa carenza potrebbe dare una risposta la storia. La storia che non è consentito ignorare. E la storia delle strutture realizzate per le Olimpiadi di Roma ci parla di opere degne, ben realizzate, senza utilizzare deroghe eccessive ad una legislazione peraltro simile alla attuale, senza incorrere in incidenti di percorso salvo quello, senza fondamento e tutto strumentalità politica, relativo all’aeroporto, che peraltro si concluse in un totale chiarimento (cfr. la relazione finale della Commissione Parlamentare d’inchiesta). Forse la più importante premessa del successo dell’impresa fu l’estromissione del Comune di Roma dalla gestione di competenze e fondi: questa amministrazione già allora appariva assolutamente inadeguata a gestire con successo iniziative importanti, immersa nella melassa del consociativismo andreottiano come, a nomi cambiati, è tuttora.

Se tutto ciò avvenne, se le Olimpiadi di Roma passarono alla storia come le più grandi fino allora celebrate, esse furono rese tali anche dalla valida attività propriamente organizzativa svolta dopo la realizzazione delle infrastrutture necessarie dal Comitato Organizzatore e dal CONI, ma soprattutto grazie all’opera dei progettisti e degli imprenditori che lavorarono presto e bene, dell’eccellente burocrazia del Ministero dei Lavori Pubblici, inappuntabile sia dal punto di vista tecnico che da quello della corretta amministrazione, e soprattutto del Ministro dell’epoca, Giuseppe Togni; egli era infatti un amministratore caratterizzato da una grande correttezza nell’amministrazione e da una straordinaria capacità di realizzazione, doti oggi assai rare da reperire, specie in una sola persona.

Veniamo ai Campionati Mondiali di calcio del 1990.

Dopo che la FIFA assegnò all’Italia i Campionati Mondiali di calcio del 1990, e Luca Cordero di Montezemolo fu nominato Presidente del Comitato Organizzatore. Era prevista una spesa di 7.230 miliardi di lire, dei quali più di 6.000 provenienti dalle casse statali (somma corrispondente ad un valore attualizzato di quasi 7 miliardi e mezzo di euro). All’insegna dello spreco, denaro pubblico per 1248 miliardi di lire fu poi impiegato per la costruzione di nuovi stadi. L’incremento dei costi effettivi rispetto al preventivo fu dell’84 per cento: questo incremento di costi, giustificato dalla presunta ristrettezza dei tempi (con la quale venne anche giustificata la mancata effettuazione delle gare d’appalto per l’assegnazione dei lavori). Nell’occasione vennero costruiti gli stadi di Torino (Delle Alpi) e Bari (San Nicola): vennero così accontentati la FIAT e Matarrese, Presidente della FGCI. Le gare furono inoltre organizzate a Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Udine e Roma in strutture risistemate per l’occasione.

Il Delle Alpi costò 226 miliardi di lire: avrebbe dovuto essere uno stadio avveniristico, però fu chiuso nel 2006 e fu demolito nel 2009 per fare posto allo Stadio della Juventus. Si disse che lo stadio, da 69.041 posti a sedere, tre anelli e una pista di atletica, presentava un’eccessiva distanza del pubblico dal campo di gioco, limitante per lo spettacolo delle partite; il costo di manutenzione risultava inoltre molto elevato e l’impianto d’irrigazione era stato progettato male e provocava allagamenti del manto erboso. Al Delle Alpi di Torino vennero dispute cinque partite di Italia ’90.

Veniamo al San Paolo: lo stadio non è stato demolito e ospita le partite del Napoli Calcio, tuttavia accusa notevoli problemi strutturali che hanno costretto alla chiusura del terzo anello, realizzato proprio in occasione dei mondiali del ’90. La ragione della chiusura del settore più alto dello stadio, apparentemente bizzarra ma preoccupante, è stata la generazione di onde sismiche pericolose per gli edifici circostanti conseguenti ai festeggiamenti dei tifosi che occupavano il terzo anello. Effettivamente la costruzione in ferro del settore è direttamente collegata ai piloni che reggono la copertura dello stadio.

Il San Nicola di Bari presentava un aspetto futuristico; progettato da Renzo Piano, che ribattezzò la struttura “Astronave” per via della forma avveniristica che ricorda quella delle astronavi dei film. La copertura in Teflon dell’impianto ha provocato numerosi problemi a causa della scarsa resistenza agli agenti atmosferici in particolare al vento che l’ha sradicata. I costi di manutenzione risultano essere eccessivi.

Altri sprechi provennero dalla realizzazione dei maxi parcheggi di Palermo aperti a mondiale terminato e sotto-utilizzati, e da opere che avrebbero dovuto essere funzionali alla mobilità e al turismo, come l’imponente hotel a Ponte Lambro, Milano, iniziato e mai terminato: è stato demolito nel 2002, ed era costato 10 miliardi di lire.

La stazione ferroviaria romana di Farneto, costruita in via dei Monti della Farnesina a Roma, venne invece terminata, ma fu utilizzata solo quattro giorni, per il transito di 12 convogli. Chiusa a ottobre dello stesso 1990, è costata 15 miliardi di lire. Dall’aprile del 2008 è occupata dell’associazione Casapound.

Ancora a Roma venne costruito l’Air Terminal Ostiense (costo 350 miliardi lire, 180 milioni di euro), progettato come snodo che avrebbe fornito alla città anche dopo i mondiali un’infrastruttura importante per collegare la città all’aeroporto di Fiumicino; tuttavia rimase in funzione solo alcune settimane e chiuso 9definitivamente nel 2003 a causa della scomodità per raggiungere lo scalo Leonardo Da Vinci partendo dalla Stazione Termini. Nel 2012 è stato recuperato dalla fatiscenza dal salumiere di regime Oscar Farinetti per la realizzazione di una installazione “Eataly”; viene ora utilizzato anche come stazione di partenza dei treni veloci del Consorzio Italo, presieduto da Luca Montezemolo (della serie “a volte ricompaiono”: ma vedremo meglio in seguito). I tre ponti realizzati a Fuorigrotta (Napoli) per i mondiali del 90′ sono stati demoliti nel 2012 in quanto mai utilizzati; il ferro recuperato è almeno servito per ammortizzare i costi della demolizione.

L’elenco degli sprechi e delle ruberie collegate ad Italia ’90 sarebbe ancora lungo, ma non voglio annoiarvi. Sulla gestione furono aperte varie inchieste da parte della magistratura, tutte rapidamente e puntualmente archiviate; ma, come risulta agli atti del Senato “.. resta aperto il nodo delle responsabilità politiche e amministrative per tanti monumenti allo spreco e alla dissipazione del denaro di contribuenti”.

Per carità di patria taccio gli sprechi delle Olimpiadi di Torino, che pur i poteri forti della Città insistono a gabellare come esempio di buona amministrazione, nonostante le numerose e costanti evidenze in contrario.

E veniamo alla gestione scandalosa dei Mondiali di Nuoto del 2009: anche in questo caso viene confermata la sistematicità degli sprechi, aggravata dai modi “disinvolti” della gestione: rispetto al progetto iniziale, che prevedeva 120 milioni di euro di spesa, quello successivamente approvato nel 2006 costava il doppio, 240 milioni di euro. Dopo l’approvazione (settembre 2006) il Comune di Roma chiese a Calatrava un’ulteriore stesura del progetto, per rendere candidabile la capitale alle Olimpiadi del 2016, col fine quindi di adeguarla agli standard olimpici. La stesura definitiva venne passata al Comitato Tecnico e Amministrativo del Provveditorato alle Opere Pubbliche il 5 febbraio del 2007 con il risultato che la spesa aumentò raggiungendo i 323 milioni di euro, di cui circa 239 per lavori. Il progetto definitivo venne autorizzato il 25 febbraio del 2009 con dei cambiamenti rispetto al progetto iniziale (due edifici vengono alzati a 76 metri e il palazzetto dello sport ingrandito per ospitare 15mila spettatori, ossia 7mila in più) e l’importo definitivo del prospetto raggiunge i 607.983.772 euro. Sono troppo recenti le vicende e le attività legali collegate alla gestione di questa iniziativa, con i collegati aspetti folcloristici di massaggi e soggiorni al mare, perché debba ricordarli. E allora veniamo alla conclusione.

I riferimenti storici sono fondamentali (historia magistra vitae); e allora capirete quanto sia importante sapere che a gestire le ipotizzate Olimpiadi del 2024 siano stati designati i responsabili dei disastri del 1990 e del 2009. Luca Montezemolo (organizzatore degli inciuci del 1990) è infatti Presidente del Comitato Promotore, e dovrebbe gestire, in collaborazione con Giovanni Malagò (Presidente del CONI, già Commissario di Governo per i mondiali di Nuoto del 2009 e in quanto tale pronubo degli osceni imbrogli tra i costruttori e i vertici corrotti della Protezione Civile); sarebbero questi i due personaggi che dovrebbero gestire l’iniziativa olimpica e il giro di soldi che ne deriverebbe, eseguendo il libretto dell’iniziativa, in corso di definizione da parte dei vari soggetti romani interessati a speculazioni edilizie, esecuzioni di lavori e ruberie di ogni genere.

A tale prospettata soluzione è però necessaria un’amministrazione comunale acquiescente; a tal fine è stata individuata, da parte della regia, la candidatura di Roberto Giachetti, che garantirebbe a Renzi e ai suoi amici la stessa disponibilità già a suo tempo prestata a Rutelli (parleremo in altra sede di questa storia).

In tale stato di cose capirete perché per Giachetti al ballottaggio non si possa votare; e perché io voti, e inviti a votare, per Virginia Raggi. Sperando che Dio ce la mandi buona.

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