Cialtroni e castroni autoreferenziali

Nei primi anni ’60 del secolo scorso, il giovanotto che andava in Gran Bretagna cambiava mondo. C’erano frotte di impiegati che andavano al lavoro in bombetta, lo smog che non era ancora stato eliminato dai dispositivi di controllo dei fumi dei caminetti, non era facile trovare un piatto di spaghetti o un buon espresso; ci faceva un certo effetto vedere le lunghe code disciplinate alle fermate degli autobus o all’ingresso dei teatri. Londra era un mondo diverso: la gente buttava le cartacce nei cestini opportunamente predisposti, e potevi constatare una assoluta precisione ed una altrettanto assoluta assenza di fantasia nei rapporti di scuola o di lavoro, conseguenza diretta della regola aurea del rispetto per l’altro e dell’intangibilità della privacy.

Rispetto alla nostra Roma – ma alla nostra Italia, cialtrona e assolutamente estranea a qualunque forma di educazione non formale – era un altro mondo, con origini diverse e che seguiva regole di comportamento diverse. Di fronte a tanta diversità passavamo i primi giorni di permanenza ad occhi spalancati, poi l’assuefazione ci portava a mantenere un leggero stupore, con qualche sussulto motivato da imprevisti fatti specifici.

Un altro mondo, appunto; nel quale i residenti erano sempre educati nei confronti degli stranieri, ma di un’educazione sostanziata da una sottile vena di incomprensione e disprezzo. Queste impressioni sarebbero state confermate dalle esperienze maturate nei tempi a seguire: gli inglesi erano persone diverse da noi, intrise di una cultura diversa dalla nostra.

Mai avrei immaginato, a quei tempi, che un giorno il Regno Unito avrebbe aderito all’Unione Europea; mentre sono sempre stato sicuro che tale adesione non sarebbe stata a tempo indeterminato.

Per me non è stata quindi una sorpresa che gli inglesi abbiano deciso di slacciarsi dalla UE e si siano ripresa la loro libertà di movimento. E sono stato deliziato dalle gramaglie indossate dalla Casta di tutt’Italia per l’evento; gramaglie talmente convinte da spingere taluni esponenti dell’autodefinita intellighenzia di potere a negare l’opportunità del suffragio universale, almeno su determinati argomenti, troppo difficili da conoscere per dar luogo a decisioni sensate.

In questo senso si è espresso, tra i molti, Giorgio Napolitano; lo stesso Mario Monti; e perfino, nel suo piccolo, il Vice direttore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri. Ma l’elenco di negatori del suffragio universale, della dignità dell’uomo e della democrazia sarebbe molto, molto lungo; cialtroni incolti e altezzosi, che hanno goduto di onori e privilegi immeritati attribuitigli da cosche e consorterie, e che stanno dimostrando, con queste affermazioni, la loro pochezza intellettuale e soprattutto umana. Negatori di tutto il pensiero politico e sociale moderno, avrebbero ben figurato tra i caudatari di Hitler e di Stalin (beh, a dire il vero di questi ultimi almeno Napolitano ha fatto parte: l’Ungheria vi ricorda qualcosa?).

Nel 1994 mi sono trovato in una televisione locale toscana a commentare, con molti altri, la vittoria elettorale di Berlusconi: ricorderete la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e le assolute certezze di una vittoria delle sinistre. Quando cominciò a delinearsi l’esito della consultazione, mi trovai sommerso da obiezioni sul reale valore di quel voto, e sulla liceità dell’affidamento del governo a uno che non era del giro: lo stesso atteggiamento che avrebbero avuto dei gran nobili francesi se Luigi XIV avesse deciso di affidare il comando della flotta al figlio di un mercante. E in effetti è facile constatare che gli unici che al giorno d’oggi mantengano un atteggiamento da aristocratici e che si autodefiniscano unti dal Signore sono proprio questi individui, che si autodefiniscono intellettuali, illuminati e degni di illuminare la strada al popolo bue. È facile anche vedere – per chi non abbia occhi e mente bendati – che si tratta di un genìa di cialtroni, di miserabili preoccupati solo della loro immediata utilità, di pappagalli che vanno rilanciando dall’uno all’altro le solite castronerie.

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