Legalità, indagini e condanne

Che in Italia, un tempo definita “madre del diritto”, manchino il senso della legalità e la capacità di distinguere tra reato e indagine, tra colpevole, indagato e imputato, è certo, come è certo che a determinare questo stato di cose abbiano contribuito vari fattori. Il primo e principale è stata la faciloneria con la quale i PM danno per scontato che l’esito delle loro indagini si traduca in tante condanne di altrettanti colpevoli riconosciuti per tali; in questo senso un contributo viene anche dalle forze dell’ordine, ansiose di migliorare i dati relativi alle loro attività di istituto; il tutto viene poi confezionato e condito dai redattori ignoranti o faziosi dei mezzi di comunicazione di massa. Così un’opinione pubblica nella quale gli stimoli alla rivalsa contro la “casta” prevalgono largamente sullo spirito di giustizia si trova preparato il manifesto qualunquistico che dice “è tutto un magna magna” e “chi amministra ha minestra”. Intendiamoci, è vero che i fenomeni di malaffare sono diffusi in maniera abnorme ed esagerata, e riguardano per lo più persone che, potendo decidere, decidono male: ma sono certo che la verità sia meno sconfortante e preoccupante di quanto non ritenga l’opinione generale.

Quanto sopra valga come premessa alla mia opinione sul “Rapporto sulle ecomafie” pubblicato recentemente dall’associazione ambientalista Legambiente. Questo rapporto, diffuso ormai da molti anni, è sostanzialmente un collage di informative delle forze dell’ordine, rilasciate a chiusura della prima fase di indagini. Raccoglie i rapporti di Carabinieri, Polizia, Guardia Forestale (finché ci sarà), Guardia di Finanza e Capitanerie di Porto relativi a indagini sui reati contro l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio culturale, e via enumerando. Tutti i miei lettori sanno ponderare quanta credibilità debba essere attribuita a questi dati, e non si stupiscono che informazioni frutto di indagini parziali siano date come certe ed inoppugnabili. D’altro canto, il valore commerciale dell’operazione “confezione del libro” è enorme: non esiste soggetto pubblico, né privato che operi nei settori analizzati, che rinunzi a provvedersi del rapporto, che è naturalmente in vendita.

Oltre alla dubbia credibilità dei dati che riporta, di questa pubblicazione vedo due limiti: che i dati diffusi sono per lo più relativi a indagini e apertura di inchieste; e che la parte elaborativa svolta da redattori di Legambiente vi è praticamente nulla, poiché essi si limitano ad effettuare un collage delle informazioni ricevute.

Il DG di Legambiente Ciafani, presentandolo, ha detto che avrebbe avuto l’effetto di una scossa elettrica: previsione un po’ pretenziosa, visto il silenzio che è seguito alla sua presentazione.

Secondo il rapporto, nell’ultimo anno il fatturato delle ecomafie è sceso di quasi 3 miliardi di euro, assestandosi sui 19,1 miliardi. I reati ambientali sono in leggera flessione e crescono gli arresti, “primi segnali di una inversione di tendenza dopo l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel Codice penale”. Si enumerano 27.745 reati, 188 arresti, 24.623 denunziati, oltre 7.000 sequestri. Sorpresa! Il maggior numero di questi fenomeni si è verificato in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Ma la Lombardia si fa “onore” anch’essa, poiché occupa il primo posto per numero di indagini. In queste regioni, poi, si registra anche il maggior numero di ritorsioni da parte della criminalità organizzata ai danni degli amministratori che si impegnano contro i reati ambientali. I 326 clan censiti (come? E quelli di Legambiente, che li conoscono, ne hanno informato magistratura e forze dell’ordine perché facessero il loro dovere?), come detto, avrebbero registrato un certo calo di fatturato per effetto della crisi economica generale.

Legambiente ha esteso il suo campo di indagine ai reati di corruzione, rilevando che dal 1 gennaio 2010 al 31 maggio 2016 hanno avuto luogo 302 inchieste sulla corruzione in materia ambientale, con 2.666 persone arrestate e 2.776 denunciate.

Il rapporto nota poi che nel 2015 sono stati costruiti 18mila immobili abusivi, specialmente in Campania, Calabria, Lazio e Sicilia.

E veniamo al traffico illecito dei rifiuti: al 31 maggio 2016 le inchieste sono 314, con 1.602 arresti, 7.437 denunce e 871 aziende, per un totale di oltre 47,5 milioni di tonnellate di rifiuti finiti sotto i sigilli. La movimentazione di questa quantità di rifiuti richiederebbe circa 1.300.000 giornate di spostamento da parte di TIR a pieno carico: c’è da chiederci se i dati sono esatti, visto che tutti questi TIR in giro non mi pare che si siano visti.

Il rapporto sottolinea poi i rischi degli illeciti legati alla filiera dell’agroalimentare, che ha visto nel 2015 accertati 20.706 reati e 4.214 sequestri. Infine, in relazione ai comportamenti illeciti che abbiano ad oggetto comportamenti illeciti aventi ad oggetto animali, vengono enumerati 8.358 reati. Il rapporto parla anche di beni culturali e di roghi, ma queste parti ve le risparmio.

In conclusione, c’è da dire che con questa pubblicazione Legambiente fa una discreta figura (e un certo fatturato) con poca fatica; che i dati pubblicati, per i motivi dei quali ho parlato all’inizio, non hanno molto significato; che però ognuno dei personaggi e delle istituzioni coinvolti ne ha ricevuto qualcosa. E così sia, ma a me interesserebbe di più un rapporto che contenesse numeri e dati relativi a condanne, possibilmente definitive, non a indagini. Allora si che i dati pubblicati avrebbero un senso compiuto.

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