Una piccola nota sul presente – Prima puntata

Da molti commentatori la inattesa, sonora sconfitta di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane, grave per il rivolgimento della struttura che ne conseguirà più che per i numeri, è stata attribuita ad una debolezza strutturale del programma e della campagna elettorale e della conseguente poca presa sull’elettorato, che la ha resa facile preda del “populismo” di Trump. Sono anch’io abbastanza d’accordo su questa valutazione, che però considero un aspetto, non esclusivo e forse neanche principale, della verità. Per poter dare un risposta completa al quesito occorre però ricapitolare gli avvenimenti come si sono verificati, tenendo d’occhio anche l’evoluzione dei sondaggi e delle previsioni: non è un lavoro da fare in questa sede.

Bisogna però ricordare come le analisi praticamente unanimi dei sondaggisti, della stampa e dei commentatori attribuissero alla Clinton un forte vantaggio ed una sicura elezione; evidente conseguenza dell’appoggio convinto di tutti i poteri forti, dai quali nessuno osava dissentire. L’atteggiamento ottimista cominciò a declinare solo a notte fonda, verso la metà degli scrutini, quando i risultati cominciarono a parlare in modo inequivoco anche a coloro che non volevano capirli. A risultato finale acquisito fu chiaro che non erano serviti gli appoggi dei giornali, delle televisioni, degli “intellettuali”, del Presidente uscente, di Wall Street, delle banche, delle lobbies etniche; né la valanga di dollari rovesciata dai finanzieri d’avventura e dai paesi (ricchi e poveri) in pagamento dei favori ottenuti dalla Presidenza Clinton e da quella Obama: Hillary aveva perso, e con lei – forse più di lei – avevano perso tutti coloro che l’avevano sostenuta. Avevano perso Obama, il peggior Presidente degli ultimi settant’anni; avevano perso gli affaristi e gli imbroglioni, usi a trovare, tramite la preconizzata Presidente, strade facili per i loro intrallazzi; aveva perso il ceto parassitario e inutile dei corifei, preoccupati per il possibile venir meno delle loro prebende, immeritate quanto cospicue.

Un disastro! Nel quale i danneggiati, spinti dall’urgenza di rendere universale la propria disgrazia, cercarono di coinvolgere e tentarono di travolgere tutti, come se la sconfitta riguardasse l’universo intero, non un piccolo gruppo di parassiti. Perché, sennò, la valanga di previsioni negative che invasero – inventate, ripetute e diffuse da quelli che avevano sbagliato nelle previsioni, e che si incaponivano nel propalare una versione unilaterale e molto parziale delle cose – l’intero panorama dell’opinione pubblica (pubblica? Mah!) mondiale. In poche ore, al massimo un paio di giorni, anche queste previsioni furono smentite dalla ripresa dei mercati e dalla diffusione dell’ottimismo. I membri dell’intero establishment mondiale dei soldi (veri) e dei cervelli (veri o – più spesso – presunti, e condizionati per lo più dal servilismo) dovettero ammettere, e sia pure a mezza bocca, di essersi sbagliati: e dovettero pubblicamente riconoscere di non aver saputo prevedere, di non aver capito; per ripiego, vaticinarono che comunque l’elezione di Trump stava preparando al mondo intero sciagure e disastri di ogni genere.

Il tentativo di comprensione non è in atto, perché il suo avvio è bloccato dalla granitica certezza che l’errore sia stato causato dal destino cinico e baro e dall’ignoranza del popolo bue. A questo spinge, infatti, l’ingiustificato complesso di Napoleone dal quale questi inutili, miserabili parassiti succhiasangue e sfruttatori della gente perbene si trovano ad essere animati: e comunque dalla loro rozza e ignorante miopia.

Se è vero quanto ho scritto, è però altrettanto vero che deve essere meglio precisato. È vero che sono i singoli intrallazzatori ad essere stati sconfitti, ma la loro sconfitta non è un fatto individuale: si tratta della sconfitta delle autodefinite élites, alle quali i presuntuosi che ne fanno parte ritengono essere ascritti per diritto di nascita o di capacità o di censo, e che invece assai spesso hanno raggiunto per servilismo e ruffianaggine; quel ceto che da noi è venuto in voga chiamare “la casta”; in breve quelli che si approfittano del lavoro altrui, e godono di privilegi e vantaggi provenienti non da meriti, ma da rapine e malversazioni. Quel gruppo piuttosto ristretto del quale non fanno parte né tutti i più ricchi, né tutti i più colti, né tutti i più intelligenti, né tutti i più ruffiani, ma solo coloro che aggiungano alla giusta dose di caratteristiche elencate un grandissimo tasso di conformismo ed una totale disponibilità al servilismo; nei quali, insomma, la fregola per il potere, la notorietà e i soldi faccia premio sulla coerenza e sulla dignità. All’interno di questo gruppo composto da pochi individui di genio, ma anche di molti cialtroni manigoldi, viene gestita gran parte del potere economico, culturale e politico.

Ma se le élites sono potenti, brillanti, decisive quanto ritengono e si ritiene, come è che nel caso Clinton hanno tanto sonoramente fallito da non aver azzeccato neanche le previsioni per il dopo sconfitta? Chi o cosa le ha battute? Per dare una risposta a questa domanda occorre ricordare che il potere politico – che non può essere contrastato da nulla purché chi lo detiene lo voglia usare e lo sappia usare e non lo venda – ha anch’esso una scaturigine, che nei sistemi politici attuali dell’occidente, dei quali quello USA fa parte, è il consenso elettorale. Rispetto al quale le classi dominanti sono abituate a dare per scontate alcune cose che scontate non sono: il fatto che la competizione avvenga solo tra persone “normali”, cioè appartenenti allo stesso circolo di interessi è la principale; la garanzia che tale requisito venga rispettato è data dalla procedura di selezione dei concorrenti (la cooptazione) e dal controllo della casta sul destino degli interessi materiali del concorrente e del suo entourage. Nei casi, rari, in cui intervenga qualcuno o qualcosa fuori dal coro, la reazione è violenta e scomposta; vi ricordate di un certo Berlusconi? Il rigetto manifestato nei suoi confronti da molti – per non fare un elenco troppo lungo mi limiterò a citare Scalfaro e Napolitano, che ambedue travalicarono la correttezza costituzionale dei comportamenti – è la prefigurazione di quanto si prepara per Trump.

In conclusione: le classi dominanti palesano una sempre più deplorevole tendenza a trascurare la cura degli elettorati, dando per scontato il loro consenso.

Il fatto che Trump fosse di provenienza esterna all’inner circle della buona società politica e che disponesse di uno status patrimoniale a prima vista sottratto ad ogni possibilità di condizionamento spiega l’accanimento contro la candidatura e in campagna elettorale. La distanza dall’elettorato spiega la sconfitta della Clinton: lisciare i reggicoda e trascurare i detentori del vero potere – gli elettori – è politica che non frutta consensi né i voti della gente comune.

Esiste, purtroppo, un’altra fattispecie in cui la politica del numero uno e della sua cerchia pratica questo pessimo comportamento; certo, qui il caso è diverso, perché non si parla di stato ed elettori, ma di Chiesa e fedeli: non di gestire degli interessi, ma di lavorare per il bene delle anime. Ne ho già parlato, ma ne parlerò ancora più avanti.

(segue)

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