Non insultiamo la vecchia Dc paragonandola al Pd

ciriacoNel (fin troppo) nutrito dibattito politico di questi anni pochi riferimenti ricorrono come quello alla Democrazia Cristiana o ai democristiani, espressione questa che viene utilizzata come sostantivo riferito a persone, o come aggettivo riferito a comportamenti. Molto spesso chi usa questi termini – rigorosamente in maniera dispregiativa – lo fa senza saper quello che dice.

Si dice “democristiano” e si vuole intendere un signore dedito all’intrallazzo, tendenzialmente poco onesto sia dal punto di vista politico che da quello personale; si attribuisce la stessa qualifica a qualunque operazione, politica o economica, poco chiara e destinata a favorire interessi privati a scapito di quello pubblico; si fa riferimento al quasi equivalente riferimento alla prima repubblica come ad un periodo nel quale si è danneggiata l’economia, limitati i diritti, gestito il potere tramite accordi sottobanco, aiutate le mafie, e chi peggio ne ha più ne metta.

Ma la Democrazia Cristiana per gran parte della sua vita è stato ben altro che un covo di briganti, un’associazione a delinquere o una società di mutuo soccorso: essa fu un nobile consesso di rappresentanza politica, creatore di benessere e progresso, garante di libertà e di diritti; almeno finché non fu snaturata da un evento preciso, che mutò la natura che dalla sua fondazione l’aveva caratterizzata.

Correva l’anno 1982, e il 6 maggio il XV° Congresso della DC, attraverso una innovativa votazione diretta conclusasi a strettissimo margine, elesse Segretario Politico Ciriaco De Mita da Nusco: uno che faceva parte di quel gruppo di giovani meridionali della sinistra cattolica che, avendo conseguito una laurea a Milano, presso la prestigiosa Università Cattolica, ritenevano di aver diritto ad essere definiti “intellettuali”, e in quanto tali di avere in tasca la soluzione per qualunque problema sociale, politico o economico si presentasse: non avevano capito che aver letto mille libri è meno importante che averne capito uno. Costoro nella DC si erano organizzati all’ombra della più vecchia corrente di sinistra, quella “di Base” fondata da Giovanni Gronchi, e se ne erano rapidamente appropriati. Afflitti da gravi complessi di inferiorità che determinavano l’insorgere di gravi forme di arroganza, i giovani basisti si erano sempre sentiti qualcosa di diverso dagli altri democristiani, e avevano dato luogo a un gruppo che non si era mai fuso con gli altri: avevano maturato e conservato la natura di fazione distinta e non omologabile con le altre.

Fino a quel momento la Democrazia Cristiana aveva mantenuto e continuamente riaffermato una natura non di partito, ma di istituzione. Tutti si facevano carico delle aspirazioni degli altri, e nessuno veniva escluso dalla partecipazione alla gestione della cosa pubblica solo perché era minoranza o aveva perso un Congresso (Moro perde il congresso e viene nominato Ministro degli Esteri; Donat Cattin, sempre all’opposizione e quasi sempre alla guida di ministeri importanti; e così via); vi era mantenuta la convivenza tra posizioni anche molto distanti tra di loro, perché coloro che se ne facevano portatori avevano in comune la tensione verso il bene pubblico e l’accettazione della distinzione introdotta da Maritain tra l’agire “en chrétien” (da cristiano) e l’agire “en tant que chrétien” (in quanto cristiano), facendo della seconda la propria regola. Infatti solo l’agire “da cristiani” aveva consentito che la DC si ponesse al centro di alleanze con partiti laici, o addirittura anticlericali, mantenendo la natura di partito laico ispirato alla Dottrina Sociale della Chiesa. De Mita e i basisti, invece, gestirono il Partito secondo logiche di parte, non come l’istituzione che era.

Ed era stato questo essere, ed essere percepita, come istituzione, che aveva garantito alla Democrazia Cristiana il forte e duraturo radicamento popolare che la caratterizzò; di questo stanno a dimostrazione i risultati elettorali, a partire da quello del 1983 (-6% da cui l’appellativo Ciriaque la débacle); e la rapida dissoluzione che portò in pochi anni alla fine ingloriosa dei Martinazzoli & Co.

Alla politica di oggi mancano la qualità degli uomini di allora ed un soggetto che eserciti la funzione di partito-istituzione come fece per oltre trentacinque anni (1945-1982) la Democrazia Cristiana: per questo l’Italia è al tracollo ed è tanto peggiorata la qualità complessiva della vita. Per esempio, la recente Direzione Nazionale del PD ha lasciato agli italiani intelligenti una grande delusione; la ristrettezza di vedute che ne è emersa, la pochezza degli accenni programmatici (presentati solo da pochi degli intervenuti), la scarsa statura politica dimostrata dal segretario, hanno lasciato in coloro che vi hanno assistito – sostenitori o avversari del PD – una viva insoddisfazione.

L’ampia copertura mediatica della quale la manifestazione ha goduto ha poi contribuito a diffondere un sentimento negativo per un evento che ci si aspettava dovesse contribuire a dare qualche chiarimento sul presente e sul futuro: del resto, dalla riunione del massimo organo del maggior partito italiano, era lecito aspettarsi un qualche chiarimento. Allora, bruciata l’aspettativa sul PD, quale forza politica può accendere un lumino per diradare le tenebre che da tempo avvolgono l’Italia, i suoi obiettivi, il suo futuro, come fece a suo tempo la DC? Io credo che non ce ne sia nessuna: anche per la pochezza degli esponenti, ma soprattutto perché non c’è nel panorama politico alcun soggetto che abbia solide origini, obiettivi programmatici generali ben definiti, l’adesione ad un sistema filosofico strutturato e coerente. Tutte caratteristiche che la Democrazia Cristiana e i suoi uomini possedettero in maniera spiccata.

 

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