Tra sogni e ricordi

Alla mia età (avanzata) avviene con una certa frequenza di rallentare o sospendere le attività in corso, per lasciare che la mente vaghi tra realtà, ricordi e immaginazione. Ci si trova allora in un luogo nel quale memoria del vissuto e speranze, sensazioni ed illusioni convivono: dove è frequente che si costruiscano vicende definite dall’innesto di ricordi specifici, di cose reali, su un vagabondaggio dell’immaginazione. In chi abbia capacità poetiche, questa attività determina momenti di intensa creatività; in chi, più modestamente, come me, ha una certa capacità di creare immagini e prospettive, è il momento del sogno. Ma è anche il momento dei riesami e dei confronti: avrei fatto meglio a comportarmi in quell’altro modo, invece che come ho fatto? Speravo che le cose andassero in una direzione, e invece … Cosa sarebbe successo se …

Talvolta questi momenti si allungano, e allora c’è maggior agio per costruire un ragionamento strutturato. Così mi è avvenuto di recente, e il protrarsi del momento mi ha consentito di ricostruire un’Italia della quale ho avuto nostalgia, che forse non è mai esistita ed è costituita da un assemblaggio di ricordi, aspirazioni e desideri. Naturalmente, la prima cosa da fare in questi casi – una cosa sognata e quella reale – è un confronto. Così ho fatto, paragonando l’Italia del mio sogno con l’Italia nella quale mi trovo a vivere.

Sono diverse? Acciderba, se sono diverse; tanto per cominciare dalla prima impressione, quello immaginato (ma anche, almeno in parte, ricordato) era un paese educato abitato da persone educate: rispetto assoluto delle norme di legge e di quelle di comportamento; considerazione per gli anziani, per le persone bisognose d’aiuto, per le donne; abbigliamenti ordinati e dignitosi, senza esagerazioni; rispetto delle regole del traffico e della cortesia nella circolazione. E poi, il segno supremo dell’educazione: un atteggiamento nei confronti di denaro e potere non di disinteresse, ma di distacco; e il non considerare l’arricchimento unico metro di giudizio delle persone.

Ma ricorrono gli atteggiamenti più sostanziali, quelli che regolano i comportamenti nei confronti del rispetto della legge e degli altri. E così, mentre nel ricordo/nostalgia vedevo persone per bene, che facevano il loro lavoro in correttezza, senza prevaricare nessuno, rispettando leggi, persone e istituzioni, mi trovo a vivere in un contesto nel quale la volgare ostentazione di ricchezza o di notorietà, anche malottenute a prezzo di baratteria o puttanesimo, costituisce l’unico, pacchiano metro di giudizio per valutare un uomo o una donna.

Già, le donne. E pensare che le vedevo, o sognavo, dedite alla famiglia come impegno primario anche quando erano impegnate nel lavoro; corrette ed educate nei rapporti con gli altri, gestiti sempre in un contesto di riservatezza misurata: nessuna sfrontatezza nel colloquio con gli estranei, nessun accenno di disponibilità a qualcosa di troppo; banditi con fermezza accenni a qualunque tipo di rapporto fuori dal seminato. Del resto, anche per gli uomini era lo stesso; e ogni rapporto era connotato da quel pudore di se stessi che è componente necessaria di ogni comportamento corretto.

Certo a moderare i comportamenti contribuiva potentemente una Chiesa che, attraverso le sue articolazioni, ma soprattutto ai suoi vertici, pensava non a farsi pubblicità, ma a dettare precetti morali, e che non si era ancora trasformata né in un’opera sociale né in un forum di economisti inadeguati e sociologi inutili e approssimativi (chiedo scusa ed ammetto: l’aggettivo è ultroneo, dato che tutti i sociologi sono sempre inutili e approssimativi; infatti affermano di studiare fenomeni che, per loro natura, non possono essere oggetto di studi seri).

Una società composta da individui di questo genere non poteva essere che ordinata, tranquilla, protesa a realizzazioni materiali e ad obiettivi morali che sarebbero stati, visto il contesto, raggiunti. Certo nell’Italia sognata i giornalisti facevano più o meno il loro mestiere, e la disponibilità a vendersi non era così diffusa; e non c’erano neanche tanti magistrati mascalzoni pronti a giocare con le vite di persone per bene per acquisire fama, potere o soldi, o anche solo per il gusto di inventare norme inesistenti. Neanche Togliatti, quando era ministro della Giustizia, si comportò poi troppo male: almeno lui personalmente, perché poi organizzò una grande infornata di giudici ignoranti, tutti comunisti faziosi, nei ruoli della magistratura; fatto che peraltro segnò l’inizio della fine, perché poi la genìa si riprodusse e si moltiplicò.

E poi …, e poi … Potrei andare avanti molto a lungo, ma, prima di andare avanti col sogno, mi rendo conto che non si trattava di confronto tra sogno e realtà, ma piuttosto di un paragone tra quello che era l’Italia della mia gioventù e quella di oggi.

E allora? Allora, se l’Italia di oggi è tanto peggiore di quella di ieri, gran parte della colpa è della mia generazione, che quando è stato il suo turno non ha saputo mantenerla sulla buona strada. Io personalmente ci ho provato, e so di aver combattuto, sempre, la buona battaglia. Spero che potrà essere commentata con favore dai posteri, se avranno tempo e voglia di pensare a queste cose: spero che dicano: “Ha perso, ma ha fatto tutto il possibile, o almeno tutto ciò di cui era capace”.

Ciò basterà a soddisfare la coscienza.

 

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