Oggi e ieri: e domani?

Ricevo dal carissimo e antico amico Ambasciatore Stefano Starace Janfolla un lungo appunto il cui contenuto in gran parte condivido, salva l’accentuazione del pessimismo cosmico che da sempre ne caratterizza l’autore. I singoli punti che l’Ambasciatore affronta sono tutti seri e tali da destare preoccupazione: poiché aggiungere mie considerazioni a quelle proposte comporterebbe la stesura almeno di un trattatello, mi limiterò a presentare qualche considerazione su alcuni punti.

Colgo l’occasione per scusarmi con l’Ambasciatore e con tutti gli interessati per il consistente periodo di assenza di nuovi scritti dalla pagina di Cyrano: non è certo dipeso da mia volontà o ignavia, e spero non si verifichi più per il futuro.

 

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULLA SOCIETA’ ITALIANA NELL’ERA ATTUALE.

Ogni società è il frutto della propria storia e la nostra storia, al pari di quella di tutti gli altri paesi dell’Occidente, è un alternarsi di luci e di ombre, di epoche feconde e creative, di tempi di stasi e di vera e propria regressione culturale, quest’ultima di norma coincidente con una guerra o una grave crisi politica. Temo che l’Italia si trovi oggi ad attraversare una fase di regressione su molti fronti: culturale, politico, economico, demografico. Su tutto plana l’ombra di una crisi identitaria che per molti aspetti non è nuova, ma è oggi aggravata dal fenomeno epocale di migrazioni sempre più massicce di popolazioni extraeuropee che scelgono l’Italia come porta d’ingresso in Europa.

Sulle cause, antiche e recenti, di questa infelice condizione non intendo dilungarmi, lasciando il campo a tanti storici e analisti assai più bravi di me. Mi limiterò invece a toccare qualche punto che spero valga ad illuminare la situazione attuale e forse – forse – a suggerire a noi tutti qualche riflessione in vista di un sempre sperabile recupero. Mi sembra doveroso farlo verso chi erediterà questo paese dopo la mia generazione.

Pertinenti e di interesse mi sembrano i seguenti punti:

– Crisi dei valori civili e religiosi.

Nel paese dei campanili e sede del Vaticano è ormai raro ascoltare riferimenti alla coscienza civile e alla fede religiosa. Salvo la voce perlopiù isolata del Capo dello Stato di turno, è ormai diventato impossibile cogliere nel discorso pubblico richiami a valori generali e unificanti. La contesa politica guarda al bene comune con occhi strabici ed è sempre più ridotta a una zuffa continua tra persone (raramente personalità) interessate soprattutto al proprio potere personale. La rivendicazione di diritti, molte volte fondata, è perlopiù gridata e scomposta mentre ciascuno cerca un proprio tornaconto o, al massimo, quello della propria famiglia, corporazione o fazione politica. Unica felice eccezione a questo andazzo è il settore del volontariato che, controcorrente rispetto alla cultura prevalente, riscuote ampio sostegno e partecipazione da parte di settori importanti della società.

Del venir meno della fede fa stato il malinconico declino della pratica religiosa, come dimostrano le chiese ormai praticamente vuote e la crisi delle vocazioni religiose.

Senza la nozione del bene comune, senza la coscienza civica e senza la fede dei padri vengono meno le strutture portanti di ogni società, che poi sono quelle con cui tale società definisce sé stessa anche in relazione all’esterno: non ultimo nei confronti di chi ne minaccia l’esistenza in nome di valori diversi, ma nondimeno valori. Ogni riferimento all’attuale condizione che sempre più ci vedrà invasi da popolazioni di razza e fede diversa da quelle che hanno finora marcato l’identità italiana è puramente voluto. A questi “estranei” la società italiana, da sempre divisa al suo interno, ha ormai sempre meno da opporre: incapace sia di respingere chi qui viene non invitato sia di integrarlo nel proprio sfrangiato tessuto economico-civile, finirà per lasciar campo libero a chi preme alle nostre porte con energia e forti motivazioni.

-Venir meno del ruolo della scuola di ogni ordine e grado.

Per colmo di sventura la crisi dell’istruzione viene a coincidere con quella dei valori familiari. Il risultato è che i giovani sono privi di riferimenti e di guide affidabili e si trovano pertanto abbandonati alle influenze del gruppo, dei media, dei social. Da questi essi assorbono acriticamente ciò che dovrebbe formare il loro carattere ed è supposto prepararli per la vita di lavoro e di relazione. La famiglia di origine resta, nel migliore dei casi, sullo sfondo, come “prestatore di ultima istanza” nei casi purtroppo assai diffusi e prolungati di mancato impiego. D’altro canto, anziché sforzarsi di svolgere un ruolo complementare a quello, talvolta carente, degli insegnanti, la famiglia si adopera spesso solo per contestare a questi ultimi ogni forma non gradita di guida e di disciplina dei figli.

A farsi una famiglia propria i giovani non pensano neppure: il motivo sarebbe la mancanza di prospettive economiche e di lavoro. Vien fatto allora di chiedersi come mai i tassi di natalità sono oggi, in tempi di welfare state e di affluent society, tanto più bassi di quelli registrati in periodi di ben più grave crisi, come ad esempio la seconda guerra mondiale, quando, secondo la mia esperienza familiare, i pericoli e le ristrettezze non impedivano di formare famiglie e sfornare figli (tra i quali chi scrive e suoi numerosi parenti).

In queste condizioni non c’è da stupirsi se in molte zone d’Italia gli immigrati extraeuropei e le loro famiglie costituiscono parte importante e crescente della popolazione nazionale, fenomeno reso particolarmente evidente dalla composizione delle classi scolastiche, che ci dice che, al contrario degli italiani, gli immigrati non rinunciano a fare figli.

-La pochezza delle classi dirigenti: politiche, imprenditoriali, burocratiche.

E’ questo l’argomento maggiormente evocato nell’analisi corrente, ma è, secondo me, solo uno scarico di responsabilità. Ogni società esprime la classe dirigente che ne riflette qualità e difetti e non si può aspettare di essere governata da marziani improvvisamente giunti sul nostro pianeta per salvarlo da se stesso. Pertanto, con le premesse culturali e civili di cui sopra, c’è poco da sorprendersi se al potere, ad ogni livello, arriva un personale politico mediocre, in cerca di affermazioni personali cui il bene pubblico è perlopiù estraneo, animato da una fame ancestrale. Sulle burocrazie di ogni tipo e livello, divenute veri e propri corpi separati che nessuno più è in grado di guidare e controllare, non occorre spendere parole: i risultati della loro azione sono sotto gli occhi di tutti e basta guardare a qualunque struttura pubblica per disperare dell’avvenire. Quella dei “furbetti del cartellino”, grazioso nomignolo riservato a svergognati truffatori, è solo la punta dell’iceberg.

Queste condizioni di fondo spiegano:

il grado di corruzione che ci vede ai primi posti tra i paesi dell’Occidente; la mala amministrazione della cosa pubblica resa già di per sé difficile dalla congerie di leggi e regolamenti coi quali la politica crede di regolare i problemi; il proliferare di corpi politici e burocratici eminentemente parassitari spesso in conflitto tra loro o con lo stato centrale: basti pensare alle regioni e alle provincie che nessuno riuscirà mai ad abolire …

Con gli opportuni adattamenti il discorso si può ripetere quando, oltre la politica, si guarda alla classe imprenditoriale, sia privata che pubblica, all’università, al mondo dei media, alle cosiddette classi intellettuali.

Sed de hoc satis.

-Il crescente influsso della criminalità organizzata sulla vita politica ed economica del paese.

In mancanza di un controllo statale e dato il sempre debolissimo controllo sociale, le criminalità organizzate di ogni specie hanno campo libero ormai non più solo nelle quattro regioni di origine, ma anche nel nord progredito e produttivo. Sullo stretto legame tra criminalità e politica emergono continuamente episodi e denunce che chissà perché vengono rapidamente messi a tacere. Intanto, come sa bene, chiunque viva o operi nelle regioni meridionali, la penetrazione delle mafie anche nel tessuto economico e finanziario continua e acquisisce sempre nuovi mezzi e ulteriore influenza. E’ così in piena funzione un circolo vizioso che nessuno ha la forza o la volontà di spezzare. Fuori dal generico, basta guardare quello che è successo a Roma negli ultimi anni con la conquista da parte delle mafie meridionali dell’unico settore produttivo della città – quello della ristorazione e delle strutture turistiche – che senza contrasto o controllo alcuno da parte dell’autorità (?) comunale hanno ridotto le strade cittadine, soprattutto nel centro storico, a un’unica lurida e ingombrante mangeria. Con buona pace dell’estetica e dell’igiene.

Il rimedio ad una situazione così gravemente compromessa (per colpa di chi lo dirà la storia) può provenire solo da un cambiamento radicale di quelli che avvengono a seguito di una guerra o di una rivoluzione. O dobbiamo evocare il Basso Impero e la spallata assestatagli dalle invasioni barbariche? In effetti, una condizione tanto deteriorata non sembra suscettibile di riforma e di recupero. Bisognerebbe a tale scopo riformare innanzitutto la testa degli italiani, operazione di per sé non impossibile, ma inutile, come ebbe ad osservare sconsolato anche il dittatore toccatoci in sorte qualche decennio fa. Quindi, secondo il dettato leninista, solo un “lavacro” potrà mutare il corso delle cose. Ed esso inevitabilmente comporterà sofferenze e impoverimento per tutta la società italiana e non è detto che, al termine della prova, l’Italia ne uscirà redenta e rinnovata.

D’altro canto questo è il corso delle vicende umane: a noi è toccato di vivere un rarissimo periodo di pace, stabilità e prosperità e di questo dobbiamo essere grati. Ma si tratta di un’eccezione alla norma che vuole l’uomo destinato ad una esistenza conflittuale, povera e violenta.

Per oggi la visione apocalittica si ferma qui. Tralascio i non pochi aspetti del vivere italiano che molti ci invidiano e che rendono ancora la vita degna di essere vissuta in questo paese. Ma scopo dell’esercizio al quale ci chiama il professor Togni è, a mio modo di vedere, quello di suonare l’allarme sul tanto (troppo) che non va. Pena la sopravvivenza del nostro paese.

Se qualcuno desidera correggere queste percezioni indubbiamente pessimistiche si faccia pure avanti, ma – prego – con argomenti solidi e non con auspici e giaculatorie. Gliene saranno grati i nostri figli e nipoti.

Sorprenderà il lettore la mancanza di ogni riferimento alla componente estera dei problemi italiani (Europa, moneta unica, rapporto transatlantico, ecc.). Non si tratta di una dimenticanza bensì del fermo convincimento che i nostri problemi sono di origine interna e che solo all’interno essi possono essere affrontati. L’estero può al massimo fornire una cornice o qualche misura di accompagnamento. Ma lo sforzo, se ci sarà, dovrà essere nostro e solo nostro.

Stefano Starace Janfolla, napoletano trapiantato a Roma da tempo immemorabile, ha servito l’Italia in qualità di diplomatico per oltre quarant’anni, nelle sedi, tra l’altro, di Parigi, Brasilia, Ottawa, New York, Bruxelles, Bangkok e Canberra. Nell’esercizio delle sue funzioni egli ha avuto pertanto ampie possibilità di osservare da diversi punti di vista, anche dall’esterno e quindi col necessario distacco, il paese e la società che ha rappresentato. Al termine del servizio si è dedicato a studi storici, con particolare attenzione alla storia della religione.

Comincio dai problemi relativi alla presenza della religione nella società. Che ci sia stato, e che ci sia, un calo drastico nella pratica e nella cultura religiosa nel nostro Paese, è una molto triste verità; alle radici di questo fenomeno sta essenzialmente, a mio modo di vedere, l’abbandono di una visione chiara della Chiesa Cattolica da parte di ampi settori del clero e del laicato. Costoro, influenzati dal relativismo imperante e indeboliti da una retroterra culturale condizionato da infiltrazioni laiciste di ispirazione luterana (elementi che sostanziano il pensiero dominante, anche a livello internazionale), hanno fatto virare il concetto stesso di Chiesa: da Corpo Mistico che ha come obiettivo primario l’unione dei fedeli con Cristo e la salvezza delle anime a organizzazione sociale avente ad obiettivo l’intervento su problemi sociali di varia origine. A tale atteggiamento, partito almeno da una cinquantina d’anni, hanno certo dato un contributo significativo determinati comportamenti di singoli Vescovi e della CEI, e una forte spinta è venuta da pronunzie criticabili, talvolta al limite dell’eresia, anche di Papa Francesco. Ciò comunque non sarebbe stato possibile in presenza di una corretta, sufficiente e diffusa preparazione religiosa: ma anche in questo campo troviamo la stessa mancanza di solidità che si evidenzia anche nel campo civile, e che deriva dalla scarsa applicazione dei discenti ed alla mediocre qualità dei docenti, che costituisce uno dei maggiori problemi di oggi.

Analoghe considerazioni, pur nel rispetto delle dovute distinzioni, credo vadano fatte in riferimento alle problematiche delle famiglie: voglio dire che genitori incolti, maleducati e sradicati da un solido sistema di valori, come sono la maggior parte degli italiani d’oggi, non possono allevare altro che una genia composta per lo più da rozzi cialtroni. La madre che si occupa solo di gossip alleverà figlie che hanno come interesse principale la qualità dello smalto, la foggia dell’acconciatura o i pettegolezzi con le amichette sui compagni e le compagne di scuola. E il padre che ha per unici interessi la squadra della quale è tifoso e l’arraffare qualche euro in più passando sopra a qualunque considerazione di moralità e correttezza fornirà alla società gaglioffi amorali disponibili a far parte di qualunque branco di scellerati al quale vengano chiamati da un loro amico mascalzone.

Concordo poi pienamente nel giudizio assolutamente negativo sulle classi dirigenti attuali. Politici, docenti, pastori, imprenditori, operatori della comunicazione, magistrati e via dicendo sono largamente carenti nel fornire prestazioni che siano all’altezza delle prestazioni richieste per garantire alla società che guidano un ordinato sviluppo ed una degna collocazione in campo internazionale.

Questa considerazioni e questi commenti non sono chiacchiere di vecchi che rimpiangano i bei tempi della loro gioventù: si tratta di considerazioni svolte da persone che hanno conosciuto lungo la loro non breve vita persone e situazioni, e sono quindi in grado di fare confronti e trarre conclusioni. Non laudatores temporis acti, quindi, ma persone che si basano sul confronto tra esperienze personali avvenute in un certo lasso di tempo per esprimere un ponderato giudizio.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...