Modeste proposte per la ricostruzione di una destra italiana a qualche decennio dalla sua fine

Assisto ad una abbondante fioritura di opinioni, ipotesi, auspici e suggerimenti su come la destra – che certo ha necessità di una ri-fondazione, in Italia e nel mondo – debba essere organizzata. Materiale per lo più poco utile, o per la caratterizzazione degli autori (gente che la destra non sa neanche dove stia di casa; ignoranti della storia italiana degli ultimi settant’anni; figuri rampanti in cerca di una visibilità senza motivi, senza contenuti e senza giustificazioni; trombati dal potere renzian-mafioso-massonico-confindustriale-intrallazzesco che aspirano a un recupero; vecchi attrezzi che del passato ricordano le formalità, ma non hanno mai capito le cause e le origini), o per i contenuti, vaghi e non operativi.

Credo che sia opportuno, prima di fornire una ulteriore opinione mia personale, adempiere ad un preliminare: proverò a definire, infatti, i filoni politico filosofici storicamente esistiti e concretamente esistenti, ai quali si dovrebbe ispirare e dei quali dovrebbe sostanziarsi una destra italiana attuale.

Certamente uno dei depositi dai quali non può prescindere la formazione di un patrimonio ideale della destra è quello del pensiero e della conseguente prassi politico amministrativa del cattolicesimo popolar-liberale: quel filone di pensiero elaborato da Don Sturzo e al quale si ispirò De Gasperi, e Fanfani dopo di lui, insieme a tanti altri; quel filone di pensiero l’abbandono del quale comportò il collasso economico dell’Italia e la fine, in un processo durato poi più di vent’anni, della Democrazia Cristiana. Altrettanto essenziale sarà attingere al patrimonio accumulato in centocinquant’anni di esperienza politica dalla componente politico ideale e dalla prassi di governo liberale: Cavour, D’Azeglio, Giolitti, Einaudi non possono non essere tra gli ispiratori della nuova formazione. Alla quale vanno aggiunte le esperienze ed i valori dalla componente politica più ispirata ai valori nazionali, significative specialmente negli ultimi decenni. Anche i rappresentanti delle istanze e delle autonomie locali dovranno essere parte importante del nuovo gruppo.

Fondere le quattro componenti di cui sopra non sarà un impegno facile, né breve, perché la fusione deve avvenire a due livelli. Importante sarà la conglomerazione organizzativa, che dovrà vedere il coinvolgimento di organizzazioni piccole, medie e grandi che si riconoscono nei quattro filoni principali, e di tutti gli uomini di buona volontà disponibili.

Ancor più importante, e molto più impegnativo, sarà definire basi programmatiche comuni, che dovranno essere originali ma affondare le loro radici in profondità nei filoni progenitori.

Ci troviamo quindi di fronte a due, e non da poco, tipi di problematiche che devono essere risolte e chiarite perché si possa dar luogo alla nuova posizione (formazione?) politica. Essa dovrà recuperare quella parte di elettorato, ancora maggioritaria, che rifiuta riti, parole d’ordine e personaggi della sinistra, renziana o meno che sia, attraverso la definizione di un programma e l’individuazione di una leadership autorevole e condivisa.

Mi permetterò di avanzare delle proposte, cominciando dal secondo punto. È pur vero che negli ultimi vent’anni la destra ha più o meno unanimemente riconosciuto il primato di Berlusconi, al quale andrà sempre la mia non solo personale gratitudine per averci salvato dalla sinistra del ’94, per averla costretta a modificarsi, e la solidarietà più piena per la vergognosa persecuzione giudiziaria e mediatica alla quale è stato sottoposto. Ma è pur vero che egli non ha dimostrato quella capacità di governo che sarebbe stata necessaria e che tutti gli attribuivano; che si è lasciato irretire da un gruppo di stretti collaboratori pensosi solo del loro personale interesse e inadatti, perché corrotti, mafiosi e inadeguati, ad aiutare un vero leader a governare; che questo gruppo di persone nefaste all’Italia e allo stesso Berlusconi ha fatto scelte programmatiche disastrose e oltretutto messe in opera in maniera inadeguata – per lo più addebitandole al leader – ed esecrande scelte nell’affidamento di funzioni pubbliche anche delicatissime; e che da ultimo sta palesando ulteriori, evidenti segni di senescenza e confusione, abbracciando scelte aliene all’animo dei suoi elettori e imponendo scelte demenziali per le candidature e per le ipotesi di accordi.

Oltre a quanto appena evidenziato, anche motivi di anagrafe impongono scelte di rinnovamento. Sono necessari nuovi leaders che stento ad individuare nelle fila delle attuali dirigenze delle formazioni della destra: infatti a mio modo di vedere servono persone giovani in maggioranza, ma anche meno giovani (certo non settantenni) che conoscano bene gli ideali propri della destra; che ne siano profondamente convinti e che nutrano in essi fede granitica; che siano forniti di cultura politica e filosofica sufficiente per dettare una operatività e programmi strettamente coerenti con tali ideali; che abbiano sensibilità sociale sufficiente ad operare costantemente a sostegno degli ultimi, ricordando che gli uomini non debbono essere a servizio dello stato o della società, ma sono stato e società che esistono per svolgere il loro servizio a vantaggio delle persone; che abbiano una vita privata accettabile e una moralità amministrativa da non potersi discutere. Le iniziative necessarie ad individuare questa nuova classe dirigente – con il suo corredo di supporti amministrativi – dovranno essere iniziate al più presto; in parallelo dovrà essere elaborato il necessario programma di azione politica e, almeno in prospettiva, di governo, innervato dagli ideali propri dello schieramento.

Impresa titanica, per certo. Come per tutte le imprese che vogliono essere destinate al successo, anche questa dovrà basarsi su alcuni punti fermi. Credo che tra questi uno dei primi debba essere la certezza che non possiamo pensare che il futuro sia mero oggetto di previsione, ma che sarà frutto del nostro operato, e sarà quindi non quello che un demiurgo o “poteri forti” ci vorranno somministrare, ma quale lo sapremo costruire; perché siamo noi che lo costruiamo, non le circostanze che ci determinano.

Unusquisque faber fortunae suae”. Nessun Paese è povero o miserabile perché il destino cinico e baro lo tiene in questo stato: è piuttosto vero che povero e miserabile è chi non sa o non vuole fare ciò che cambierebbe la sua condizione. Occorre convincere tutti a rimboccarsi le maniche e lavorare: cosa che gli italiani hanno saputo fare egregiamente in alcune fasi della loro storia (ricordate il periodo 1946-1965?).

Mentre le difficoltà nell’individuazione dei nuovi dirigenti deriveranno sopratutto da rivalità e piccoli interessi personali, la definizione di un programma comune sarà resa difficile dall’ignoranza, dall’impreparazione, dalla corruzione dei politici, dalle gelosie ideologiche e dalla tendenza di molti ad escludere le persone più competenti.

Ho esposto, in breve e per sommi capi, qualche spunto su quello che a mio modo di vedere dovrebbe essere il percorso verso una presenza politica assolutamente nuova dal punto di vista programmatico organizzativo, ma ben radicata in valori antichi e consolidati.

Del resto, il vero conservatore è colui che sa cambiare tutto perché i valori tradizionali, che egli ben conosce ed apprezza, vengano salvaguardati. E noi, non vogliamo proprio questo?

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