Non guerra, ma tentativi di rapina

Poitiers, Granada, Lepanto, Vienna: sono i nomi di alcune delle località nelle quali la cristianità ha bloccato l’espansione territoriale dell’Islam nei diversi momenti storici in cui maggiore ne era la forza di propulsione. Credo che ci avviamo verso un nuovo scontro decisivo, ora che dopo qualche secolo, e sia pure con caratteristiche operative completamente nuove, stiamo assistendo ad una nuova fase di attacchi violenti da parte dell’Islam.

Siamo chiari: tra i desideri dell’Islam e ciò che riesce a realizzare c’è sempre stata, e sempre ci sarà, una bella differenza; e anche se rispetto ai modi di scontro che hanno caratterizzato la fase storica delle vittorie dei popoli della cristianità (Franchi, Spagnoli, Veneziani, Polacchi, …) dobbiamo registrare grandi cambiamenti, almeno nell’uso delle tecnologie e nella tattica degli scontri, c’è da ritenere che anche in questa fase, e sia pure attraverso prove sanguinose, saremo noi ad avere la meglio.

L’incultura, la disorganizzazione, la mancanza di coraggio individuale, la tendenza a vedere la realtà in modo diverso rispetto a quello che effettivamente è, immaginando e comunicando cose non vere, caratterizzano la strumentazione intellettuale e caratteriale delle popolazioni islamiche, ed impediscono loro di ottenere significativi obiettivi strategici sul campo. È questa la ragione per la quale truppe islamiche più numerose e meglio armate sono state puntualmente sconfitte da eserciti o flotte cristiane meno numerose ma meglio organizzate e motivate.

Certo, lo scontro in atto oggi ha caratteristiche diverse dal passato e particolari. C’è chi parla di segnali e preparazioni per una nuova guerra: tra le tante cose errate che ripete con frequenza, anche il Papa, seguendo altri sproloquianti, ha detto che è in corso un anticipo di guerra mondiale. Naturalmente questo non è vero; e se è vero che molte migliaia di persone perdono la vita ogni anno per episodi di violenza, attentati o attività di guerriglia, va tenuto in conto che queste evenienze non sono la principale causa di morti o violenze, se è vero come è vero che il solo delitto di aborto spenge circa cinquanta milioni di vite all’anno.

È valutazione corretta, invece, dire che è in corso una feroce guerriglia, cioè l’assalto di gruppi non riconosciuti non a un soggetto istituzionale, ma a soggetti vari che ad esso fanno riferimento o che comunque costituiscono articolazioni della vita associata. Che poi i gruppi di guerriglia afferiscano a un’area (sub)culturale che fa riferimento al filone religioso islamico, costituisce solo il sostrato direi casuale della situazione. Niente guerra, dunque, e tantomeno guerra di religione.

All’origine del vero scontro, che consiste nel tentativo di alcuni di appropriarsi dei frutti del lavoro altrui, sta un ben motivato complesso di inferiorità che si concretizza in una forte invidia verso il nostro (ossia occidentale) superiore livello di benessere e consumi, ancorché si tratti dello stralcio di una situazione pregressa. È un sentimento nutrito da gruppi sociali o da etnie che non hanno saputo costruire un presente soddisfacente, né hanno prospettive di migliorare per il futuro. È in certo modo il ripetersi delle vicende della “riforma” avvenute in Germania e in Inghilterra, quando causa di violenze ed eresia fu soprattutto la volontà dei signori di appropriarsi di potere e dei beni della Chiesa.

Ma i problemi dell’arretratezza non si risolvono con la violenza: avete per caso visto, in un qualunque punto del suo tracciato, il confine tra Israele e i paesi che lo circondano? Dalla parte israeliana coltivazioni ordinate, irrigazione studiata per ottenere il massimo risultato dall’impiego della minima quantità d’acqua, la sensazione di trovarsi di fronte ad uno dei migliori sistemi per la produzione dei vegetali; di là disordine, seccume, la sensazione precisa che se si arriverà a produrre qualcosa sarà per caso. Eppure il terreno è lo stesso, pari è la quantità di pioggia che lo bagna: non ne è però uguale, né per quantità né soprattutto per qualità, l’impegno dei coltivatori.

Certo non è stato il destino cinico e baro a rendere stentata la crescita della piante arabe e rigogliosa quella delle piante israeliane, ma l’impegno, lo studio, il lavoro assiduo, la buona amministrazione. Se i governanti dei palestinesi impiegassero anche solo una parte del fiume di denaro che ricevono (anche da noi) per migliorare lo stato di cose dei loro concittadini, e lo avessero fatto in onestà da decenni, senza arricchirsi personalmente (come è successo, per esempio, per Arafat e dalla sua eredità di centinaia di milioni di dollari) e senza comprare armi e pagare sicari, oggi la situazione potrebbe essere molto diversa.

Ma cialtroni e mascalzoni difficilmente cambiano nel tempo; e gli islamici di oggi sono più o meno gli stessi dei quali Winston Churchill diceva alla fine del XIX secolo: “Quale maledizione si abbatte sui Maomettani! Oltre alla frenesia fanatica, che è pericolosa nell’uomo quanto la rabbia lo è per il cane, vige qui un’apatia fatalistica e timorosa. Abitudini sconsiderate, sistemi agricoli trascurati… tutto questo vige dove vi sia presenza o governo dei seguaci di Maometto.” E ancora: “L’Islam è una religione di proselitismo militante, ma è anche la più grande forza retrograda al mondo. Se non fosse per la Cristianità, potenziata dalle armi della scienza, la civiltà dell’Europa moderna crollerebbe, proprio come è crollato a suo tempo l’Impero romano.” Il giudizio è di oltre cento anni fa, ma le cose non sono cambiate. E, per quanto mi riguarda, nessuno potrà convincermi a riconoscere a gente non vuol lavorare, e che considera tagliar la gola a chi la pensa diversamente da loro l’unica attività degna di un uomo, una parità culturale con chi ha saputo costruire un mondo migliore con impegno e fatica.

E, che sia ben chiaro a tutti gli imbecilli che parlano di colpe dell’occidente, per quanto possa essere considerato irrilevante, non accetto la visione di un occidente cupido rapinatore delle risorse dei paesi arretrati; sono gli abitanti di quei paesi che non hanno saputo trarre giovamento dalle loro risorse. In proposito vorrei ricordare la parabola dei talenti, e di come il padrone punì il suo dipendente che non aveva fatto fruttare il capitale affidatogli, e che si scusava dicendo che era esiguo.

 

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