Pillacchere – 9

Un servizio pubblico dovrebbe essere svolto in modo equo, senza procacciare vantaggi a nessun cittadino a svantaggio di altri. Questo principio dovrebbe essere applicato sempre, ma con maggior severità in un periodo, come questo, nel quale sta per cominciare la campagna elettorale, e da parte di un soggetto a proprietà pubblica, come è la RAI.

La RAI, almeno teoricamente, è sorvegliata da una Commissione Parlamentare, che ne dovrebbe garantire l’imparzialità; dico dovrebbe, perché se è guidata, come avviene adesso, da una persona inadeguata, questa funzione di garanzia non la esercita. Ugualmente non avviene che la gestione della struttura venga affidata a personale valido ed adeguato dal punto di vista culturale e professionale, sulla nomina del quale la citata Commissione dovrebbe esercitare quella vigilanza che sta nel nome, ma non nei fatti, essendo oggetto di baratti tra potere politico e partiti (meglio, fazioni interne o, ancora meglio, padroni delle strutture: per fare un nome a caso, Matteo Renzi).

Sta di fatto che le trasmissioni della RAI – escluso il terzo canale, ormai da tempo in appalto al PD, del quale è l’organo ufficiale, anche se non dichiarato – vedono presenti quasi esclusivamente persone ufficialmente del PD o suoi camerieri più o meno mascherati; costoro vengono trattati in guanti gialli, mentre per chi non è allineato vengono messe in campo tutte le possibili difficoltà: interruzioni, pubblicità, maleducazioni e chi più ne ha più ne metta. Tutti i conduttori RAI sono molto versati in queste attività, che praticano con una certa eleganza o con sfacciataggine: vedi la conduttrice di Agorà, che non merita di essere ricordata. Costei spicca per intemperanza, rozzezza e parzialità.

Speriamo bene per le elezioni, altrimenti saremo costretti a mantenerle col nostro canone un grosso, immeritato stipendio per chissà quanto tempo ancora.

Ma voglio lasciarvi con una piccola malignità: a far vincere i comunisti non sono bastati Guglielmi e soci, cosa sperano di combinare i quattro sciacquapiatti di ora?

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A proposito di televisione, avete notato l’invasione delle trasmissioni di cucina? In materia io sono un modesto (non tanto, a sentire gli amici) dilettante, ma dai “professionisti” che vedo ritraggo più che altro un senso di fastidio. I maestri cuochi di oggi cucinano non per fare cose buone da mangiare, ma per stupire i borghesi e per fare qualcosa che i loro colleghi non hanno ancora fatto. Così nascono i filoni da seguire a tutti i costi, che quando si normalizzano o si esauriscono lasciano spazio ad ulteriori invenzioni e ulteriori filoni di sapori: mi pare che il più recente sia l’uso ossessivo del limone in ogni sua forma (polpa, succo, buccia), che io personalmente apprezzo solo come spremuta o gelato. C’è stato quello dell’aceto balsamico, quello fasullo perché quello vero è costoso e sopratutto raro; e più costoso e più raro quanto più è buono. Il risultato finale di questa situazione è che un certo numero di allocchi di buone sostanze vengono spellati per mangiare male e dover poi parlare, per obbligo sociale, dei cibi malmangiati.

Credo che gran parte della responsabilità per come vanno le cose oggi abbia nome e cognome: la guida Michelin, un libretto che solo dei francesi, con la loro cervelloticità e la loro albagia, potevano inventare e sostenere; e che solo americani indebitamente complessati (con il solito codazzo di russi, azeri, formosani e simili, ma poi trascinandosi dietro anche gli europei: ah, la forza del dollaro!) potevano prendere sul serio.

E così ci si scanna per una stella, attribuita per piaggeria o per interesse, comunque conditi da una buona dose di presuntuosa ignoranza.

Questi cuochi, nel frattempo, sono diventati personaggi che attirano l’attenzione e l’interesse generale, ed ambiti simboli di successo: nulla di nuovo, è già successo che sarti, calzolai, parrucchieri et similia venissero promossi dagli imbecilli da fornitori di servizi non particolarmente qualificati a status symbol; che volete, chi non legge e non sa, difficilmente riesce a dare a cose e persone il giusto valore.

Tornando alla gastronomia, un proposito per il nuovo anno: cambiamo canale, o quanto meno evitiamo i ristoranti e le ricette dei gastrostar.

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2018

È in uso, alla fine dell’anno, rivolgere auguri ad amici e conoscenti, e render noto a chi voglia ascoltare quali sono gli auspici che si formulano per l’anno entrante e le aspettative che si nutrono. Ho cominciato a buttar giù qualcosa per mia memoria, poi la materia è cresciuta e adesso sono qui a farvela conoscere.

Dalla somma gerarchia della Santa Madre Chiesa mi aspetto che il 2018 sia un anno di rientro in sé, superando tanti atteggiamenti criticabili che sono stati seguiti fino al limite dell’eresia, alcune volte superandolo; che smetta di vergognarsi di essere cattolica; che torni a rivendicare l’originalità immutabile nostra, quale ci è stata insegnata e tramandata da Nostro Signor Gesù Cristo e dai suoi successori; che cessi di sostenere, e anche di tollerare, l’inclusione di elementi ereticali nella nostra Teologia e nella nostra Dottrina Sociale; e che di tale atteggiamento faccia adeguata affermazione anche attraverso atteggiamenti formali, come sarebbe la rimozione della statua dell’apostata, eretico e massacratore di cattolici Martin Lutero dalla Città del Vaticano o le distanze da prendere nei confronti del Presepio di invertiti esposto in Piazza San Pietro; che venga adeguatamente marcata la differenza inconciliabile tra la vera religione, l’eresia protestante e le altre confessioni. Da tutti i cattolici mi aspetto che ritrovino la coscienza di sé e della propria fede e che la proclamino superando ogni timore reverenziale ed ogni rispetto umano.

Alla nostra Italia ci sono molti auguri da fare: che si doti di una classe politica migliore di quella attuale; non incapace, non bugiarda, non ladra, non ignorante: è aspettarsi troppo? Ed è aspettarsi troppo auspicare che i nuovi governanti riescano a non intralciare quella spinta al miglioramento delle condizioni morali, sociali ed economiche che caratterizza buona parte degli italiani, della quale già parlò Einaudi. Non intralciare, ho detto: cioè che i governanti operino alla riorganizzazione profonda dello Stato, sciogliendo il grumo di norme che rallenta o impedisce il flusso delle attività e stabilendo un fermo controllo dei governanti eletti su una burocrazia che oggi è riluttante a seguire le legittime direttive, interessata come è solo agli interessi personali o, al massimo, corporativi. E che cessi l’oltracotanza dei ras locali, specialmente regionali, che oggi sperperano fiumi di denaro gestendo in modo insipiente competenze male acquisite.

Agli italiani specialmente una raccomandazione: dato che ne hanno l’occasione, scelgano i migliori, o i meno peggiori, per essere governati; non si contentino di sceglierli, poi ne controllino l’operato, e ne pretendano sempre i comportamenti più utili, più opportuni e più giusti. Con fermezza degna dei padri che dopo la parentesi buia del fascismo riuscirono a raffermare la democrazia contro le pretese di stabilire una nuova dittatura minacciosamente provenienti dal PCI. E che una buona scelta porti con sé quei miglioramenti fin qui garantiti dagli imbonitori e mai realizzati.

Da tutti i giovani mi aspetto che siano migliori di noi, anche se finora ho notato pochi segnali positivi.

E poi, mi aspetto che si arrivi a vedere gli italiani dotati di maggio amore per il proprio Paese e di maggior senso civico, ricordandosi che ciò che è pubblico non è vero che non sia di nessuno, quando è di tutti e di ciascuno di noi.

A tutti una raccomandazione: ricordiamoci che il futuro non è oggetto di previsione, ma frutto della nostra volontà e della sua traduzione in comportamenti fattivi: il domani nostro e dei nostri figli dipende da quello che vorremo e che riusciremo a fare. Con l’aiuto di Dio, potremo garantirci un futuro sereno e tranquillo; del resto già Appio Claudio Cieco e Sallustio ci insegnavano: unusquisque faber fortunae suae.

Buon 2018 a tutti.

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Pillacchere – 8

E così la legislatura è finita: e mentre si è finalmente conclusa quella che è stata di gran lunga la peggior legislatura della storia repubblicana, ci muoviamo velocemente verso le elezioni, quindi consentitemi di fare poche considerazioni.

La legislatura finalmente conclusa si è caratterizzata per le millanterie, le promesse a vanvera le bugie i conflitti di interesse e le attività opache di Renzi e di tutti i suoi sottopanza dentro il governo e fuori di esso, ma soprattutto per aver introdotto nel nostro ordinamento una certa quantità di norme infami, contrarie al diritto naturale, che ritengo sia obbligo grave per tutte le persone per bene non rispettare e cercare di impedire che vengano rispettate. Tra queste, quelle relative alle unioni “civili”, cioè agli pseudo matrimoni tra invertiti, e quella sul bio testamento, anticamera della legalizzazione dell’eutanasia.

Ma un’altra considerazione voglio fare, alla quale allegherò una considerazione e un consiglio.

Le elezioni, come chiarisce la parola, servono a scegliere: nel caso di elezioni legislative, come quelle verso le quali stiamo andando, servono a scegliere il partito e le persone che si reputano i migliori per governare il paese, quelli dai quali ci si può aspettare che indirizzino la nostra comunità verso gli obiettivi che reputiamo i migliori. Cioè verso una società che ammetta come unica forma di unione riconosciuta la famiglia naturale, e che non consenta a nessuno di decidere sul bene indisponibile della vita propria o altrui.

Quindi: non votate per quei partiti, e per quegli uomini, che hanno votato si a quelle norme vergognose; fate bene attenzione anche all’inserimento di questi ultimi nelle liste elettorali, e fate in modo che il vostro voto non vada, neanche indirettamente, a favore di chi non lo merita.

Aiutiamoci, anche col voto, ché Dio ci aiuterà.

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So bene che all’ignoranza non c’è limite; che nel nostro Paese, ma nel mondo intero, è assai frequente incontrare gente che parla senza sapere cosa dice, e che in qualche caso pretende anche di porsi come esperto in materia.

Per esempio, quel ragazzo De Maio che è il candidato degli sprovveduti alla Presidenza del Consiglio sta rompendo le scatole a tutti con la filastrocca: il mio partito sarà il più votato, quindi Mattarella dovrà darmi l’incarico di formare il governo. Grossa castroneria, tanto più grave in quanto proveniente da uno che si candida a importanti cariche pubbliche: in effetti il Presidente della Repubblica dà l’incarico di formare il governo a chi può contare su una maggioranza, non a chi ha più voti in una classifica parziale. Il giovanotto non conosce il diritto costituzionale? Secondo me è proprio così.

E che dire del “più meglio” del ministro della pubblica istruzione, Fedeli? Va bene che non è laureata, anche se si è proclamata tale, ma l’errore avrebbe comportato l’insufficienza anche alle elementari. E poi, via, di errori e di ignoranza è piena la nostra vita pubblica; oggi come non mai.

Basta ricordare l’orrendo, incolto pasticciaccio combinato dall’avvocaticchia del giglio magico con la risibile “riforma costituzionale”, dove c’era da salvare solo qualche brano relativo al Titolo V°; peraltro ignorante anche il bomba fiorentino, che non si era reso conto della situazione e ci ha messo sopra una puntata non indifferente.

Mi riservo di proseguire con l’elenco in altro momento; per ora mi limito a ricordare che neanche i peggiori dorotei hanno detto o pensato le repellenti castronerie

all’ordine del giorno per Renzi, Angeloni e la loro squadra.

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Compare sui giornali la notizia di un Gianluca Vichi da Pesaro, già membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico, dalla quale si è dimesso a seguito delle sanzioni sportive che gli sono state irrogate per aver colpito con una ginocchiata all’addome l’arbitro di una partita di calcio. Un bel segno di responsabilità, per di più in un partito   pronto a richiedere le dimissioni degli altri, ma fortemente contrario a quelle degli amici del Segretario. Infatti, innovando rispetto agli incoraggiamenti alle dimissioni espletati verso, tanto per dire, gli ex ministri Cancellieri, Lupi e Guidi, peraltro indenni da gravami giudiziari, sui giornali non compare alcun accenno a dimissioni del sottosegretario Boschi, coinvolta in una losca vicenda di malversazioni bancarie; coinvolta per via dei rapporti familiari: padre e fratello chiamati in causa in riferimento al crack di Banchetruria.

Rispetto a questa vicenda, che è straconosciuta dalla generalità degli italiani, non c’è bisogno di tornare sullo svolgimento dei fatti, e rispetto alla quale c’è pure chi osa dimostrare una ipocrita mancanza di informazioni; unici a difendere la spregiudicata ragazza Renzi, il giglio magico e i loro sodali.

A dimostrare la decadenza politica, culturale e soprattutto morale dei cialtronacci che purtroppo governano oggi rispetto ad altri governanti, democristiani e della prima Repubblica, voglio riferirvi una vicenda della quale ho già parlato, ma che mi sembra il caso di ricordare.

In epoca preistorica, un importante uomo politico democristiano fu nominato Ministro delle Poste; egli aveva vari figli, uno dei quali impiegato da tempo in una società del gruppo RAI, sulla quale il ministero delle Poste esercitava la vigilanza. Entro una decina di giorni dalla nomina del padre, al fine di evitare anche sospetti di interessi personali,

il figlio fu cortesemente obbligato dal padre ad abbandonare la società nella quale ottimamente si trovava per trovarsi un altro lavoro.

La logica di questo aneddoto? Che in quel periodo, da parte di quelle persone, si ritenne che fosse più etico evitare che anche il minimo sospetto di commistione tra interessi personali e funzione di governo, mentre oggi di questa delicatezza istituzionale non sono rimaste tracce.

Altri tempi? Certo, ma soprattutto altri uomini (e altre donne).

 

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Decisioni e ostruzioni

In passato c’è stato un lungo scontro tra chi sosteneva che le necessità dell’industria non potevano tollerare condizionamenti per motivi ambientali, e chi sosteneva che il mantenimento dello status quo ambientale: questo dibattito, che era inaccettabile nei suoi termini iniziali, è stato superato nel campo del razionale, indirizzando i polemisti verso una prospettiva di sostenibilità, cioè di una prospettiva di conciliazione tra i due tipi di esigenza; ma restano posizioni irrazionali e irriducibili degli ambientalisti integralisti, indisponibili a qualunque compromesso, nelle quali non è raro che si infiltrino spinte utilitaristiche tendenti a consentire situazioni ricattatorie.

Per compiere una scelta di sostenibilità, utile a garantire la possibilità di intraprendere, l’ambiente e la salute umana, occorre costruire programmi che concilino ambiente e intrapresa: cosa oggi assolutamente possibile, viste le norme in essere e le tecnologie disponibili. È precisamente quello che da anni si sta tentando di fare per l’ILVA di Bari, in un processo intralciato dalla mascalzonaggine dei vecchi proprietari, dalla demagogia dei sindacati, dalla lamentosità endemica in molte popolazioni del sud, dalla cialtroneria dei burocrati responsabili; ma oggi a questi fattori si aggiunge la ottusa riottosità ignorante di capetti locali, che già si sono distinti per una tendenza spiccata al ricatto. Sto parlando, è chiaro, dell’ex magistrato (il che spiega qualcosa) presidente della regione, e del sindaco di Taranto.

Dopo una lunghissima trattativa condotta tra Ministero dello sviluppo, compratori, autorità locali, e che aveva visto anche la presenza pro forma del ministro dell’ambiente Galletti, che voleva far sapere di essere vivo, si era arrivati ad essere pronti a dare l’avvio a un contratto che prevedeva, per gli acquirenti, l’impegno alla realizzazione di un molto oneroso piano di bonifica e la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro; ma tutto è stato sospeso perché, comportandosi da demagoghi da due lire, presidente della regione e sindaco hanno pensato bene di cercare di stoppare la trattativa presentando esposti, con tanto di richiesta di sospensiva, al TAR. Vi risparmio i particolari: mi basterà dire che c’è il rischio che l’atteggiamento dei due ras, contro il quale si sono scagliati anche i sindacati, faccia saltare l’accordo.

Non so nulla, come è naturale, del sindaco, tale Melucci, ma Emiliano è recidivo: ha già recitato – e sta continuando a recitare – la parte del matto a proposito del TAP (gasdotto trans adriatico), quindi l’atteggiamento sull’ILVA è solo una ripetizione: sostenere posizioni condivisibili solo per incassare un piccolissimo dividendo in voti.

Queste vicende valgono a testimoniare la necessità di rivedere l’assetto istituzionale, riducendo fortemente la ripartizione di poteri tra lo Stato e gli enti locali. Regioni, province e comuni non hanno, e non possono avere, competenze reali in materie da loro distanti che coinvolgono l’interesse nazionale: ascoltarli si, lasciarli decidere o consentire loro la possibilità di bloccare le iniziative no.

Ma la riforma della Costituzione non può, come si è tentato di fare, essere affidata a una mozzorecchi di provincia; se la cultura è sempre necessaria ad amministrare bene, tanto più lo è quando si tratti di interventi delicati sui meccanismi che regolano la vita dello Stato.

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Repetita iuvant

Riproduco un mio scritto del 2008, comparso sulla rivista “Tempi”, con la quale ho a lungo collaborato. Come si può constatare dal 2008 ad oggi ben poco è cambiato, e quello che è cambiato, purtroppo, è cambiato in peggio. Questo comportamento viola un principio del giornalismo, che è quello dell’attualità: a voi farmi sapere se siete d’accordo.

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Il senso del Natale

A grandi passi ci stiamo avvicinando al Santo Natale, che alcuni ritengono sia un’occasione per spendere e fare regali; altri una tradizione tutto sommato accettabile; altri ancora una provocazione; solo pochi restano nel vero, e ricordano che la festa viene celebrata in ricordo della nascita di Gesù Cristo. Per noi, (e, ritengo, per la verità) causa di questa celebrazione è stato un evento preciso, storicamente accertato, ricordato per secoli, oggetto di commossa rievocazione da parte di miliardi di persone: la nascita di un Bambino.

Non il figlio di un re o di un imperatore, non il rampollo di una famiglia ricca e potente, neanche la nascita del figlio di un potentato locale: solo il figlio di un modesto falegname e di una giovane, fuori di casa per partecipare al censimento indetto dall’Imperatore. Apparentemente un episodio di niente, una vicenda come se ne verificavano e se ne verificano, a migliaia tutti i giorni.

Però …, però avviene che il Nato non sia un bimbo qualunque; egli è il Figlio di Dio, il bramato da generazioni, il Messia destinato a salvare gli uomini e il mondo; il regalo meraviglioso di Dio a tutti gli uomini, destinato a ricostruire con il suo sacrificio il patto che l’uomo aveva rotto con il Peccato Originale.

Da quella nascita in poi la storia degli uomini cambiò. La venuta del Messia non cambiò in bene tutto il male che c’era: era più necessario introdurre la possibilità della riconciliazione, pur lasciando all’uomo la sua libertà di scegliere tra il bene e il male; da quel momento chi voleva, attraverso il pentimento, poteva tornare in grazia di Dio, al prezzo del sacrificio di Gesù Cristo.

Morendo sulla Croce, Gesù ci lasciò molti doni; credo che il più importante sia stato l’istituzione della Santa Chiesa: una, santa, cattolica, apostolica, romana, affidata alla guida di San Pietro e dei suoi successori. Tra questi, come tra gli altri uomini, tutti peccatori, è sempre possibile che ci siano delle pecore nere, pastori indegni che vogliono sviare il gregge. Non ci riusciranno perché non ci possono riuscire. Ce lo ha assicurato lo stesso Gesù dandocene certezza: non praevalebunt.

Da quel momento è iniziata la storia nuova del mondo, che avanza – tra alterne vicende – verso il suo compimento. Tocca ora a noi fare tutto il necessario perché il bene trionfi sul male; e, con l’aiuto di Dio, ci riusciremo.

 

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Ricordo di Altero Matteoli

Ho collaborato con Altero per un periodo non breve, tra il 1994 e il 2006; nel 1994 sono stato Capo del suo Ufficio Legislativo, dal 2001 al 2006 Capo di Gabinetto, sempre al Ministero dell’Ambiente. Si è trattato di un periodo di grandi impegni e grandi soddisfazioni, perché Matteoli aveva autorevolezza nei confronti degli interlocutori e una spiccata attitudine al comando: sapeva indirizzare senza durezze, accettare suggerimenti riconoscendo dignità a chi li proponeva, mantenere all’interno della struttura della quale era a capo concordia e unità di obiettivi anche mediando tra propensioni diverse dei collaboratori.

Iniziò la sua attività di governo senza avere esperienza di amministrazione, ma era talmente intelligente che riuscì in poco tempo a conoscere e saper guidare i processi propri della macchina pubblica; la sua naturale propensione a valutare richieste ed interessi lo portò ad essere un naturale punto di equilibrio in ogni situazione, e ad essere richiesto come mediatore e garante di tutti nelle situazioni nelle quali poteva essere coinvolto: lo aiutava molto, in questa attività, la vasta rete di amicizie personali, anche trasversali, che era stato capace di creare e mantenere.

Ma la sua qualità più spiccata era il fiuto politico, in lui straordinariamente raffinato. In molte circostanze mi ha stupito constatare come Altero avesse la capacità di prevedere gli sviluppi di una situazione, e vedere come fosse dotato della capacità di farsi trovare dallo sviluppo delle vicende nella posizione più opportuna.

Quando l’alternanza delle sorti lo riportò al governo nel 2008, gli fu affidata quella competenza sui Trasporti che aveva sempre osservato con particolare competenza ed interesse, e che mantenne poi come Presidente della Commissione senatoriale; purtroppo la scelta di collaboratori inadeguati gli causò problemi fino ad allora sempre evitati, e che non avrebbe meritato.

Pronto anche di spirito, era un interlocutore, oltre che sempre interessante, molto piacevole; aveva un immotivato – e non confessato – complesso di inferiorità perché non aveva ottenuto titoli accademici; assenza larghissimamente compensata da un senso spiccato del rapporto tra verità dei fatti e la ragione, il che costituisce la vera cultura.

Proveniva da una posizione agnostica, ma aveva da tempo iniziato un percorso di avvicinamento alla religione lungo il quale aveva compiuto passi significativi.

Reputo un privilegio e un onore avere a lungo collaborato con lui; col mio amico Altero Matteoli.

 

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