Una lettera

Ho ricevuto dall’amico Ingegner Pietro Berna una lettera interessante, che mi piace pubblicare, perché mi pare che rappresenti bene l’atteggiamento di una persona per bene che ha ben lavorato per lo Stato. Eccola di seguito:

Caro Professore,

il Tuo scritto sulla CONSIP mi ha risvegliato dalla memoria del passato alcune considerazioni di cui Ti partecipo. Fu l’esperienza della Commissione Speciale VIA che ci fece conoscere. Tra le “specialità” che quella Commissione ha avuto v’era quella, tanto criticata da sinistra, dei tempi brevi. In realtà, i tempi “speciali” si dimostrarono congrui e sufficienti al ben operare, visto che tutte le volte che la Magistratura amministrativa fu chiamata a pronunciarsi (112, se la memoria non mi inganna) non trovò mai niente da censurare. Per altro chi aveva pensato quella “specialità” era stato innovativo, per le abitudini correnti al momento, ma in realtà non era la prima volta che nei pubblici affari si adottavano procedure veloci. La Tua origine, come del resto la mia, sono toscane e, di conseguenza, mi perdonerai se con un certo orgoglio campanilistico rivendico la bontà della legge del 1865, che fu ispirata da Bettino Ricasoli, anche se non ne fu firmatario, sulla falsariga di quanto egli aveva praticato come servitore del Granduca Asburgo Lorena. Il presupposto di quella legge era che si sarebbe dovuto spendere a fronte di esigenze pubbliche. In realtà oggi, al contrario, l’abbondanza dei pubblici appalti risponde ad esigenze di spesa, cioè di elargizione di pubblico denaro, senza curarsi troppo delle esigenze della Collettività, naturalmente dichiarando le migliori buone intenzioni. Qui a Firenze subiamo la prova provata di questo dato di fatto.  Abbiamo e subiamo le disgrazie di ben due progetti infrastrutturali, naturalmente destinati alle “migliori sorti e progressive” del popolo, non solo fiorentino. Mi riferisco al progetto delle tramvie e al sottoattraversamento ferroviario con annessa stazione (in realtà sarà una fermata) dell’alta velocità. Stiamo ragionando di due opere il cui costo a consuntivo assommerà ad almeno 6 miliardi di euro.  Opere approvate nell’altro secolo e che forse saranno ultimate nel 2020! Opere che sono nello stesso tempo un assurdo trasportistico ed un assurdo urbanistico. Però … costano tanto e, ancor meglio, durano, durano …

Nello scriverTi, m’è tornato alla mente, nel merito della CSVIA, un episodio legato ad un’opera in cui fui chiamato a svolgere la mia attività di commissario verificatore: il nuovo Passante di Mestre. Quest’opera iniziò il suo iter autorizzativo con la CSVIA e, di fatto, fu terminata poco dopo la fine della CSVIA, in anticipo sul previsto, a proposito dei tempi “speciali”.  Ma, come saggiamente hai notato, i tempi sono cambiati. Quando e come sono cambiati? Il porsi questa domanda mi porta alle considerazioni che Günther Anders ha bene argomentato nei suoi due volumi de L’uomo è antiquato. Il predominante e autonomo potere della Tecnica ha fatto sì che il concetto del “buon operare” dall’essere legato al risultato prodotto, com’è stato per millenni, basti pensare alla Dottrina di Santa Romana Chiesa, sia passato ad essere collegato al rispetto della “procedura” che il sovrano Tecnica ha imposto. Oggi, guardando com’è ridotto il mondo del lavoro, il Giovanni Faussone di Primo Levi, che sentiva il piacere del lavoro ben fatto ed il gusto delle proprie capacità messe alla prova, è fuori del tempo, cioè è antiquato. Ed invece, qui sopra ho ricordato fatti ben concreti. Al di là delle definizioni burocratiche cosa ha avuto come caratteristica la storia quotidiana della CSVIA tale da essere, in concreto, speciale? Tutto il gruppo dei commissari, con tutta la struttura di contorno in conseguenza, hanno operato lavorando “per obiettivi” e non per “procedure”, che sono state correttamente seguite. Infatti, c’è stato chi ha annotato come quello sia stato uno dei rari casi in cui la PA ha fornito un esempio di efficienza in tutta la Storia dell’Italia unita. In altre parole, un difetto strutturale della PA attuale consiste nell’organizzazione del lavoro “per procedure”. Invece lavorare per obiettivi, tra l’altro, rende il lavoro più lieve. Traendo dai ricordi, sorprese il sottufficiale della Guardia di Finanza, che aveva l’incarico di controllare gli accessi a quell’ala del Ministero, che ci fosse qualcuno al lavoro anche di sabato.

Un altro elemento che concorre a concludere che i tempi sono cambiati (purtroppo!) è la mutazione della scuola. Da strumento di produzione di sapienti è stata trasformata in luogo di intrattenimento per fanciulli e fanciulle ai quali è bene insegnare il meno possibile. E che ciò sia contro natura è testimoniato dal fatto che ancora qualche mente, addestrata e fortificata a pensare, resta. L’ultimo tragico evento del ponte sull’autostrada A14, precipitato sopra dei malcapitati, indica che non ci si pone più la domanda: cosa succede se? E, di conseguenza, non si cerca la risposta. E la responsabilità, al di là del Codice Penale? Quando mi sono trovato commissario speciale, più d’una domenica mi sono recato in Ognissanti, fermandomi a metà della navata per pregare. Lì, con a destra il S. Agostino del Botticelli, ho pregato il Supremo che mi illuminasse e il Santo che non mi facesse mai mancare il dono del dubbio per poter bene adempiere al mio incarico.

Un cordiale saluto.

Pietro Berna

 

Pietro Berna, fiorentino, è laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino. Ha operato nel settore delle telecomunicazioni, poi entra nel mondo della libera professione come consulente nel campo dell’uso razionale dell’energia e dell’ambiente. Ha avuto incarichi di docenza in master delle Università di Pisa e di Firenze. In ragione delle attività svolta, viene chiamato a far parte della Commissione Speciale di Valutazione d’Impatto Ambientale per le Opere Strategiche (in sigla: CSVIA) della cosiddetta Legge Obiettivo. Impegnato nell’attività sindacale delle libere professioni, è attualmente membro della Commissione dei Soggetti Professionali della Regione Toscana.

 

 

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Tra sogni e ricordi

Alla mia età (avanzata) avviene con una certa frequenza di rallentare o sospendere le attività in corso, per lasciare che la mente vaghi tra realtà, ricordi e immaginazione. Ci si trova allora in un luogo nel quale memoria del vissuto e speranze, sensazioni ed illusioni convivono: dove è frequente che si costruiscano vicende definite dall’innesto di ricordi specifici, di cose reali, su un vagabondaggio dell’immaginazione. In chi abbia capacità poetiche, questa attività determina momenti di intensa creatività; in chi, più modestamente, come me, ha una certa capacità di creare immagini e prospettive, è il momento del sogno. Ma è anche il momento dei riesami e dei confronti: avrei fatto meglio a comportarmi in quell’altro modo, invece che come ho fatto? Speravo che le cose andassero in una direzione, e invece … Cosa sarebbe successo se …

Talvolta questi momenti si allungano, e allora c’è maggior agio per costruire un ragionamento strutturato. Così mi è avvenuto di recente, e il protrarsi del momento mi ha consentito di ricostruire un’Italia della quale ho avuto nostalgia, che forse non è mai esistita ed è costituita da un assemblaggio di ricordi, aspirazioni e desideri. Naturalmente, la prima cosa da fare in questi casi – una cosa sognata e quella reale – è un confronto. Così ho fatto, paragonando l’Italia del mio sogno con l’Italia nella quale mi trovo a vivere.

Sono diverse? Acciderba, se sono diverse; tanto per cominciare dalla prima impressione, quello immaginato (ma anche, almeno in parte, ricordato) era un paese educato abitato da persone educate: rispetto assoluto delle norme di legge e di quelle di comportamento; considerazione per gli anziani, per le persone bisognose d’aiuto, per le donne; abbigliamenti ordinati e dignitosi, senza esagerazioni; rispetto delle regole del traffico e della cortesia nella circolazione. E poi, il segno supremo dell’educazione: un atteggiamento nei confronti di denaro e potere non di disinteresse, ma di distacco; e il non considerare l’arricchimento unico metro di giudizio delle persone.

Ma ricorrono gli atteggiamenti più sostanziali, quelli che regolano i comportamenti nei confronti del rispetto della legge e degli altri. E così, mentre nel ricordo/nostalgia vedevo persone per bene, che facevano il loro lavoro in correttezza, senza prevaricare nessuno, rispettando leggi, persone e istituzioni, mi trovo a vivere in un contesto nel quale la volgare ostentazione di ricchezza o di notorietà, anche malottenute a prezzo di baratteria o puttanesimo, costituisce l’unico, pacchiano metro di giudizio per valutare un uomo o una donna.

Già, le donne. E pensare che le vedevo, o sognavo, dedite alla famiglia come impegno primario anche quando erano impegnate nel lavoro; corrette ed educate nei rapporti con gli altri, gestiti sempre in un contesto di riservatezza misurata: nessuna sfrontatezza nel colloquio con gli estranei, nessun accenno di disponibilità a qualcosa di troppo; banditi con fermezza accenni a qualunque tipo di rapporto fuori dal seminato. Del resto, anche per gli uomini era lo stesso; e ogni rapporto era connotato da quel pudore di se stessi che è componente necessaria di ogni comportamento corretto.

Certo a moderare i comportamenti contribuiva potentemente una Chiesa che, attraverso le sue articolazioni, ma soprattutto ai suoi vertici, pensava non a farsi pubblicità, ma a dettare precetti morali, e che non si era ancora trasformata né in un’opera sociale né in un forum di economisti inadeguati e sociologi inutili e approssimativi (chiedo scusa ed ammetto: l’aggettivo è ultroneo, dato che tutti i sociologi sono sempre inutili e approssimativi; infatti affermano di studiare fenomeni che, per loro natura, non possono essere oggetto di studi seri).

Una società composta da individui di questo genere non poteva essere che ordinata, tranquilla, protesa a realizzazioni materiali e ad obiettivi morali che sarebbero stati, visto il contesto, raggiunti. Certo nell’Italia sognata i giornalisti facevano più o meno il loro mestiere, e la disponibilità a vendersi non era così diffusa; e non c’erano neanche tanti magistrati mascalzoni pronti a giocare con le vite di persone per bene per acquisire fama, potere o soldi, o anche solo per il gusto di inventare norme inesistenti. Neanche Togliatti, quando era ministro della Giustizia, si comportò poi troppo male: almeno lui personalmente, perché poi organizzò una grande infornata di giudici ignoranti, tutti comunisti faziosi, nei ruoli della magistratura; fatto che peraltro segnò l’inizio della fine, perché poi la genìa si riprodusse e si moltiplicò.

E poi …, e poi … Potrei andare avanti molto a lungo, ma, prima di andare avanti col sogno, mi rendo conto che non si trattava di confronto tra sogno e realtà, ma piuttosto di un paragone tra quello che era l’Italia della mia gioventù e quella di oggi.

E allora? Allora, se l’Italia di oggi è tanto peggiore di quella di ieri, gran parte della colpa è della mia generazione, che quando è stato il suo turno non ha saputo mantenerla sulla buona strada. Io personalmente ci ho provato, e so di aver combattuto, sempre, la buona battaglia. Spero che potrà essere commentata con favore dai posteri, se avranno tempo e voglia di pensare a queste cose: spero che dicano: “Ha perso, ma ha fatto tutto il possibile, o almeno tutto ciò di cui era capace”.

Ciò basterà a soddisfare la coscienza.

 

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Rilancio dell’Italia, “mission impossible”

L’Italia era uscita dalla Seconda guerra mondiale distrutta nel morale, nelle strutture fisiche, nell’apparato produttivo, nella credibilità internazionale; financo dal punto di vista morale le cose non erano allegre, per la devastazione dei costumi conseguente alle strette della guerra e all’occupazione degli alleati. Verso la fine degli anni quaranta del novecento sembrava molto improbabile che per l’Italia fosse possibile una ripresa a breve termine.

 

Quindici anni dopo, la ricostruzione era quasi completata, l’economia era in piena espansione, si era ospitato con grande dignità un evento mondiale, le Olimpiadi, che erano state unanimemente definite le migliori celebrate fino allora. Aumentava il benessere, l’economia galoppava, il PIL cresceva a un ritmo mai visto prima e tra i primi al mondo, la nostra valuta era talmente solida da vincere l’Oscar delle monete, si avviava la motorizzazione di massa, aumentava a ritmo vertiginoso la scolarizzazione, e anche per la diffusione della TV stava sparendo l’analfabetismo, la disoccupazione diminuiva giorno per giorno, la tassazione era sopportabile.

Non è certo un quadro simile a quello di oggi: e se quanto era stato costruito con grande fatica è stato sperperato, qualche motivo ci sarà pure.

La fine della guerra, con l’avvento del nuovo regime democratico, aveva determinato la messa sul mercato della gestione della cosa pubblica di una gran quantità di energie. I giovani che provenivano dal Partito Popolare, da quello Socialista, dalle aree di pensiero laiche, durante gli anni in cui far politica non era possibile si erano dedicati a sviluppare le loro professionalità nel mondo del lavoro; giunti alla maturazione fisica e intellettuale, nel ’45-’46 erano pronti ad assumere l’onere della gestione degli affari pubblici. Fu così che, dietro un giovanotto di sessantacinque anni che si rimboccò le maniche e li mise tutti alla stanga, la neo selezionata classe dirigente – professori universitari, dirigenti di banca e di azienda, professionisti affermati: varie le provenienze, ma unica la caratteristica che li vedeva persone di successo nel loro ramo di attività – cominciò a ricostruire l’Italia, o meglio, a costruire una nuova Italia. I risultati furono eccezionali, e stanno nelle righe appena scritte.

Vale la pena fare un confronto con oggi: la professionalizzazione della politica ha fatto sì che ad emergere fossero prima in maggioranza, poi solo, i giovani professionisti della politica; gente che non ha mai lavorato, o che ha di quelle qualifiche ibride – giornalista che non scriveva, funzionario di associazione senza responsabilità, ecc. – inventate per dare copertura ai predestinati che avevano bisogno di una qualche prebenda per potersi dedicare alla politica; e che ha occupato posizioni di rilievo non per averle conquistate in un confronto di qualità, ma per intrallazzo, per clientelismo, per cooptazione.

Costoro non seppero, e non sanno, tenere in mano le redini delle amministrazioni, e spesso si sono lamentati perché, ricoprendo posizioni di comando, non riuscivano a fare andare la macchina dove volevano, senza rendersi conto che il difetto non stava nella macchina, ma nel manico. Infatti il potere politico è irresistibile, e può superare qualunque ostacolo; purché si verifichino due condizioni: che lo si voglia usare e che lo si sappia usare: se non lo si vuole o non lo si sa usare è un’arma spuntata.

La volontà di usare il potere politico è molto diffusa, ma se non è accompagnata dalla capacità di usarlo si risolve, al più, in prepotenza istituzionale, altrimenti dà luogo a querimonie patetiche: le cronache recenti sono pieni di resoconti che confermano queste valutazioni. Più difficile da trovare, vorrei dire rara, è la capacità di utilizzare efficacemente il potere politico: per possederla si presuppone il possesso di una buona conoscenza delle regole di funzionamento dell’amministrazione pubblica, e una attitudine al comando efficace, cioè sapere dove si vuole andare e come si deve indirizzare il timone per arrivarci. Chi possegga queste due qualità ed ha una visione ampia della realtà e del futuro, ha diritto ad essere definito “uno statista”. Oggi in Italia di statisti non ce ne sono.

In quanto ho scritto sta la (mia) valutazione dei motivi per i quali l’Italia è ridotta come è ridotta. La conclusione del discorso è che occorre, al più presto, una classe dirigente nuova, che non sarà facile reperire, ma senza la quale l’impresa di rilancio dell’Italia, comunque assai difficile, appare impossibile.

Dirà qualcuno: e sull’onestà? Perché non hai parlato dell’onestà? La risposta è semplice: l’onestà non è un requisito, è un presupposto; il suo possesso dovrebbe essere condizione non per vincere, ma per scendere in campo: giudicate voi …

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CONSIP: un’esperienza personale

Che dal sistema CONSIP sarebbero nate note assai dolorose era evidente a chiunque, dotato di un minimo di comprendonio, ci si fosse trovato ad avere rapporti con quel mondo. Perché il marcio della situazione non sta in uno o più dirigenti che scremano ai fornitori un po’ di euro dai contratti: il marcio sta nella struttura, nell’organizzazione e nel modus operandi della società.

La CONSIP nasce come centrale di acquisti centralizzata a favore delle pubbliche amministrazioni; la metodologia d’azione individuata avrebbe voluto essere semplice: rilevare le esigenze di forniture di beni e servizi necessari alle PPAA per svolgere la loro attività istituzionale; procedere alla definizione di prezzi e termini per il loro acquisto, facendo leva sulle dimensioni degli affari per tenere bassi i prezzi e diminuirne nel tempo l’importo unitario; consentire ai destinatari finali di acquisire quanto necessario sulla base della convenzione CONSIP-fornitore scaturita dal procedimento ad evidenza pubblica bandito allo scopo.

L’idea partorita da Ciampi, che ideò il sistema da ministro dell’economia nel 1997, era semplice, ma la semplicità poco si addice a chi mesta nel torbido: davanti al volume di affari previsto, i mestatori non erano disponibili a fare solo i passacarte; ricorsero allora al più vecchio trucco della burocrazia: rendere le regole talmente complicate da poterne poi dare l’interpretazione più utile. In concreto questo significò organizzare procedure di gara tali per cui nessuno tranne gli addetti ai lavori avrebbe potuto dire quale era stato il risultato del procedimento; e creare una rete di personaggi che fossero di riferimento per i manipolatori, e che di fatto divenissero i veri manovratori del sistema, schierandosi di volta in volta a fianco di un concorrente e garantendogli – naturalmente a caro prezzo – l’esito positivo. Tutto ciò nonostante che la legge istitutiva vincoli la CONSIP a organizzare procedure semplici e di facile comprensione.

Di tutto quello che ho scritto ho esperienza diretta, in quanto dal 2009 al 2011 sono stato al vertice di un’azienda pubblica – la Marco Polo SpA, partecipata pariteticamente da AMA, ACEA e EUR – che aveva presentato alla CONSIP l’offerta migliore per una gara di facility management (si, la stessa attività per la quale concorrevano e concorrono Romeo, Cofely, Manutencoop, CNS ed altri soggetti). La gara non era stata ancora assegnata, pur essendo trascorsi diversi mesi dal completamento della valutazione delle offerte.

Ma la mancata assegnazione delle gara non era l’unica singolarità della situazione che riscontrai. Da un’indagine esperita con delicatezza, risultò che, ad iniziativa del precedente AD, il CdA di Marco Polo aveva stipulato un accordo (molto riservato) con una società privata con la quale cedeva a quest’ultima, praticamente senza contropartite, le attività di sua spettanza previste dal bando; la cosa singolare era che il responsabile della società cessionaria era anche membro del CdA di Marco Polo, nonché uno dei consulenti “introdotti” alla CONSIP dei quali ho già parlato.

Tale accordo fu dichiarato da me, unilateralmente, nullo e inefficace; seguirono minacce e pressioni di vario tipo, tra le quali: 1) quelle avanzate dal titolare/mediatore: a Marco Polo il contratto non sarebbe mai stato assegnato; oltretutto Marco Polo sarebbe stata trascinata in Tribunale da richieste di danni stellarie 2) quelle dei concorrenti: la ditta seconda classificata avrebbe presentato ricorso. Ad un mio atteggiamento di fermezza rispose l’abbandono delle pressioni dirette non l’intralcio frapposto dai vertici della struttura (collusa? Giudicate voi, tenendo anche presenti le circostanze attuali, le incriminazioni, le confessioni e quant’altro), che mi parvero operare secondo schemi non nuovi.

Alla fine Marco Polo ebbe il contratto, ma solo perché delle fondate considerazioni giuridiche da me avanzate fu tenuto conto – senza alcuna contropartita – dall’AD del tempo, il dottor Broggi, che si impose alla struttura. Per quanto mi riguarda personalmente, di lì a poco i consiglieri nominati dagli azionisti (Mancini per EUR, Staderini per ACEA e Panzironi per AMA), respingendo il nuovo piano di attività da me proposto e sul quale fino a poco tempo prima erano d’accordo, mi misero in condizione di dover lasciare l’incarico; poi Marco Polo abbandonò il contratto e finì in liquidazione.

Capirete quindi perché non sono rimasto affatto stupito da quanto sulla CONSIP è venuto fuori; né lo sarò dei fatti che, se gli inquirenti non si fermeranno o non saranno fermati, emergeranno ulteriormente: essi corrispondono ad un modus operandi nel quale organizzatori ed operatori sono alcuni dirigenti CONSIP, disponibili a far favori non gratuiti a determinati politici o imprenditori segnalati da politici, purché li lascino tranquilli a farsi gli affari loro.

È vero, il mondo è cambiato: c’era un tempo nel quale i politici imponevano ai burocrati i comportamenti che gli interessavano: oggi sono i burocrati, se vogliono, a compiacere qualche politico lasciandogli le briciole.

Che ci volete fare, i tempi cambiano.

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Vecchi amici e stomaci acidi

Ho conosciuto Raffaele Tiscar: negli anni ’80 era un giovane, irsuto deputato di Firenze, targato CL, nella Democrazia Cristiana; in politica non ottenne particolare successo, e passò a rappresentare una multinazionale delle acque.

Dopo qualche tempo, l’ho ritrovato dirigente della Regione Lombardia: dirigeva l’ufficio che controllava i servizi a rete, dei quali fa parte il servizio idrico. Più avanti passò a fare l’assessore.

Lo persi di vista per qualche tempo, poi seppi che era diventato vice segretario generale alla presidenza del consiglio, con Renzi. In quel tempo ero radicato nell’Università di Perugia, ed avevo un problema da rappresentare alla Presidenza per una questione che la riguardava. Gli telefonai chiedendogli di parlarne, e cortesemente venne a casa mia a prendere un caffè. Risolto in poche battute l’argomento principale – che trovò esito alla maniera renziana: promesse, assicurazioni, garanzia di informazioni e nessun risultato concreto – iniziò una simpatica chiacchierata a campo libero. Raffaele mi parlò dell’impreparazione e della mancanza di professionalità di quelli del giglio magico, della mancanza di sintonia e di fiducia tra Presidente e Segretario Generale, della sua sfiducia nelle prospettive di Renzi e del suo governo: confesso di esser rimasto sorpreso da un atteggiamento che poteva sembrare disfattista nei confronti della amministrazione di appartenenza.

Di Tiscar ho avuto ulteriore notizia quando – molto recentemente – è stato nominato Capo di Gabinetto al ministero dell’ambiente. Io stesso ho ricoperto quella funzione per cinque anni, ottenendo risultati tutt’altro che trascurabili: ne ho riportato danni fisici irreversibili, il ricordo di alcuni collaboratori straordinariamente validi messi nel dimenticatoio, di alcuni incompetenti o lavativi attualmente in gran voga, e un credito di euro 1887,60 – derivante da sentenza della Corte dei Conti come rimborso spese per una denunzia temeraria avanzata contro di me dal ministero, definito esecutivamente nel 2012, per liquidare il quale l’Amministrazione mi ha comunicato di non avere soldi; credo che non arriverò mai ad incassarlo: pazienza, vuol dire che la somma andrà in beneficenza per una amministrazione che, un tempo florida, oggi attraversa grave ristrettezze. Tanto si fa in nome di una vecchia amicizia.

Da una presenza così lunga e soddisfacente nell’incarico, evidentemente, mi sono restati contatti ed amicizie (la mia messa al bando da parte di qualche successore imbecille evidentemente non ha riscosso un successo totale); tra altre, mi è arrivata la singolare notizia della sparizione di un prezioso vassoio d’argento dalla Segreteria del Ministro, che ben si prestava ad un commento. Che puntualmente – spiritoso e accattivante nei limiti delle mie capacità – scrissi e pubblicai subito, facendo notare che la presenza di Tiscar univa due episodi di sparizioni di beni: il vassoio del Ministro e i Rolex della Presidenza, anch’essi – da notizie di stampa – spariti di recente. Naturalmente mettevo nella giusta evidenza che si trattava di una mera coincidenza, invitando però a non trasferire Tiscar alla Banca d’Italia, dove non sono custoditi vassoi né orologi, ma la riserva aurea dello Stato.

Il pezzetto aveva evidentemente solo l’obiettivo di divertire, e così mi pare che l’abbia inteso la maggioranza dei lettori; non però Tiscar, che mi ha inviato un messaggio poco educato e ancor meno brillante, contenente riferimenti alla pesantezza del cibo da me ingerito. Caro Lele, le mie dimensioni dimostrano che a mangiare pesante sono abituato da sempre: mi sembra invece che sia tu a dover fare attenzione all’acidità di quello che ingerisci. A meno che la frequentazione con Renzi, Boschi, Lotti et similia non ti abbia rovinato lo stomaco in maniera irreversibile.

Tanti auguri comunque dal tuo (ancora?) amico Paolo.

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la raccolta differenziata è uno di quei dogmi contro cui non si può parlare

pubblicato su “IL FOGLIO”   di venerdì 24 febbraio 2017

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Da Pecoraro Scanio a Galletti, dagli orologi ai vassoi: le misteriose sparizioni da ministeri e presidenze

Alfonso Pecoraro Scanio era persona di grande, delicata raffinatezza: il principale ricordo che ha lasciato al Ministero dell’Ambiente sono gli olezzi lasciati dai suoi seducenti collaboratori e qualche brandello di stoffe preziose.

Una prova di questa raffinatezza APS volle darla anche in riferimento alle abitudini idriche: beveva solo acqua certificata di qualità, servita in bicchieri di cristallo da un’elegante brocca di cristallo anch’essa; per trasportare l’apparato il ministro fece acquistare un bel vassoio d’argento, che il ministero pagò oltre tremila euro.

Sorpresa: ad un recente controllo il prezioso vassoio è risultato assente; né ulteriori, approfondite ricerche sono riuscite a ritrovarlo. Visto il regime di controlli giustamente stabilito a garanzia del nuovo ministro e dei suoi uffici, non c’è altra soluzione: ad essersene appropriato può essere stato solo qualcuno che in quegli uffici lavora. Naturalmente il ministro Galletti non è tra i sospetti: egli si muove in modo immateriale, senza influenza sul mondo materiale; è anche noto l’episodio del cronista che scrisse: a Palazzo Chigi è arrivato un taxi vuoto, e ne è disceso Galletti. Egli dunque non è in grado di trasportare con sé alcun vassoio; e allora, chi sarà stato?

Certamente non Raffaele Tiscar, ottimo e molto efficiente nuovo Capo di Gabinetto, arrivato al ministero a scomparsa avvenuta. Però …, però c’è da ricordare una curiosa coincidenza: che Tiscar era vice segretario generale a Palazzo Chigi quando avvenne un’altra sparizione, di beni di ben maggior valore d’un vassoio d’argento: si trattava dei dieci (o dodici, o quindici: nessuno – tranne il ladro – sa quanti) preziosi Rolex regalati a Renzi e alla delegazione italiana dal governo saudita nel corso di una visita di stato. Anche in questo caso, naturalmente, il colpevole non si sa chi sia: sappiamo solo che il furto non può essere avvenuto che dall’interno.

Ora, è chiaro che una coincidenza non fa prova, e neanche indizio. Però mi permetto di dare un consiglio: non mandate Tiscar alla Banca d’Italia, dove è conservata la riserva aurea dello Stato.

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